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maga magò

16 Gennaio 2018 Nessun commento

Gallarate – MA*GA: “Kerouac. Beat Painting”. Contemporaneamente alla sua attività di scrittore, il tenero Giacomo Kerouac si applicò anche alla pittura, o almeno ci provò. Sí, perché quelli che il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Gallarate offre al pubblico fino ad aprile sono tuttalpiú schizzi, abbozzi, financo scarabocchi (si eleva ad un certo valore giusto un quadretto che raffigura un’aquila nera in primo piano). I curatori della mostra ne suggeriscono una lettura alla luce dell’espressionismo piú o meno astratto di quegli anni (si fa soprattutto il nome di De Koonig) e improntata alla creazione diretta, senza pensamenti o ripensamenti, secondo la stessa poetica adottata dallo scrittore per la sua attività letteraria. Stante la scarsità qualitativa dell’opera pittorica di Kerouac — seppure sia possibile visionare anche alcuni filmati d’epoca ai quali il Nostro si prestò (nella fattispecie si tratta di un film fricchettone e di un’intervista con la Pivano) — non vale dunque la pena di scomodarsi, a meno che non vi si congiunga l’occasione di visitare la collezione permanente del MA*GA, compresa nel biglietto, quella sí piuttosto interessante.

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fuggi da foggia

31 Dicembre 2017 4 commenti

Milano, Palazzo Reale: “Toulouse-Lautrec: Il mondo fuggevole”. In attesa di riuscire a visitare la mostra di Caravaggio-superstar lí di fianco, andiamo dunque ad ingannare il tempo con quella contemporanea dedicata a Toulouse-Lautrec. Si tratta, diciamolo subito, della tipologia di mostra della serie “nozze coi fichi secchi”, ovvero essendo impraticabile lo spostamento di una quantità di quadri importanti dell’autore, si ripiega sulla sua opera grafica (che pure non è poco, diciamo). Quindi, sfruttando opportunamente il legame con le stampe giapponesi alle quali il Nostro e i suoi contemporanei si ispiravano, la fanno da padrone i manifesti per i teatri e i caffè concerto parigini, addirittura in triplice copia con i vari stadi della stampa litografica (ché ne bastava un esempio, diciamo, e invece si ripete per quasi tutti i manifesti esposti). Per allungare il brodo, si sprecano le stampe giapponesi di cui sopra (ché, anche in questo caso, ne bastava una o due), arrivando addirittura a replicare la stanza osé dei disegni di Utamaro già vista in occasione della mostra sull’Ukiyoe di qualche decennio fa. Comunque vale la pena di una visita, dato che i pochi quadri ad olio di T-L, meritano davvero perché, per quanto fosse praticamente autodidatta (o forse proprio per quello), una felicità espressiva nel disegno come la sua appartiene veramente a pochi.

“Studio di nudo” (1883), olio su tela, cm 55 x 46, Musée Toulouse-Lautrec, Albi

il sonno della ragione genera mostre

20 Dicembre 2017 Nessun commento

Tomasino Montanaro e l’amico Vincenzino uniti nel j’accuse contro il sistema italico di mostre in larga parte pretestuose e inutili dal punto di vista scientifico, e contro lo sfruttamento improprio del patrimonio artistico nazionale, soprattutto a causa dell’interferenza del privato col pubblico (uno dei suoi cavalli di battaglia da anni). I due si dividono i compiti: il primo specializzato nell’arte rinascimentale, l’altro in quella contemporanea, menano mazzate a destra e a manca, rispettivamente per demolire la moda delle mostre-evento campate in aria, e le furberie del giro dell’arte contemporanea. Come non dargli ragione? Si tratta di cattive pratiche che dalle colonne di questo blog si vanno modestamente denunciando da svariati lustri. Detto ciò, i due non smentiscono il loro solito approccio talebano alle cose dell’arte, che se fosse seguito alla lettera conseguirebbe la determinazione di un’aura da fenomeno per le élite intellettuali, tralasciando di considerare — sebbene ci sia da tenersi alla larga dalla formula che considera i beni culturali alla stregua di “petrolio d’Italia”, da sfruttare senza limiti — che non fa certo male scucire qualche deca a chi può permetterselo, considerando che ciò contribuisce ad aumentare il PIL per via immateriale, quindi senza gli effetti collaterali del consumismo dei beni materiali, e come tale andrebbe, se non incoraggiato, quantomeno sopportato con benevola tolleranza (pur guardandolo col dovuto senso del ridicolo).

Einaudi 2017, 180 pagine, 12 euri

mistero di pulcinella

29 Novembre 2017 1 commento

T.S. torna ai testi di Dylan Dog, per una storia ben fatta, o meglio, abbastanza standard per i canoni dello Sclavi ispirato a Stephen King, senonché mi casca nel finale, dove si scopre che il misterioso killer che ammazza di qua e di là senza motivo apparente è, nientepopodimenoché, la MORTE in persona. Mah.

p.s.: Stano approfitta del colore per andar giú di effetti speciali, ma non è capace (non si può eccellere in tutto)

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earth of the sons

21 Novembre 2017 Nessun commento

Bravissimo illustratore, il Gipi, neh, ma altrettanto negato come sceneggiatore, tanto che chi scrive è per la prima volta riuscito ad arrivare al fondo di una sua graphic novel senza stramazzare dal disgusto anzitempo (piú o meno come per i films di Sorrentyno). La ragione occasionale del minor ribrezzo del solito sta nella storia stessa, che narra di una subumanità sopravvissuta ad un ipotetico dopo-bomba. L’incapacità dell’autore per i dialoghi si sposa perciò perfettamente nel caso di questa rappresentazione di un grado zero dell’umanità, il cui eloquio trova riscontro perfetto nella fraseologia stereotipata e impedita che è caratteristica del GiPi (che infatti è stucchevolissima nelle storie di taglio piú realistico).

Se vogliamo trovare un lato positivo nell’esborso dei quasi venti sacchi necessari per portarsi a casa il suddetto libro è che GiPi non mostra grandi pretese: ci racconta di un classico post-disastro (atomico?) ma con pochi riferimenti né citazioni alla vasta letteratura sul tema. Farina del suo sacco, dunque, ma il cui sviluppo, a mò di gioco di ruolo, dà luogo ad un dipanarsi di eventi, alcuni anche suggestivi (per esempio l’episodio dei gemelli Testagrossa) ma che non riescono a coinvolgere piú di tanto il lettore.

Coconino Press, 290 pagine in b&n, 19,50 euri

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scrisse molte lettere a wagner

8 Novembre 2017 1 commento

Forsenontuttisannoché il vecchio Federico, oltre ad essersi speso nella filologia & filosofia — per le quali va famoso — si è cimentato anche con la musica; non solo nei rispetti di quella altrui (vedi Wagner, in ispecie, a proposito del quale ha scritto diversi saggi), ma anche in qualità di compositore, e con una certa ambizione, perdipiú. Non si è limitato infatti alla scrittura di estemporanei brani pianistici, come quelli contenuti in questo disco appena pubblicato dalla benemerita Brilliant Classics, ma si è anche lanciato in musica per violino e pianoforte, lieder, cantate & corali, e perfino in un’opera lirica di una certa pretesa che non ricordo come si intitola. Lo spessore del pensiero musicale del Nostro non può essere naturalmente all’altezza vertiginosa del suo pensiero filosofico: per forza di cose si colloca nella media della temperie dei suoi tempi. Le composizioni per piano ripercorrono infatti lo stile dei classici di metà Ottocento (sentiamo echi di Schumann, dei corali mendelssohniani after JSBach, delle ballate di Chopin, etc.). Tuttavia la sensibilità musicale è ben presente, e nel suo non striminzito catalogo si possono trovare delle vere e proprie gemme (basti citare la struggente “Heldenklage” che fa da apertura al cd), che rimangono purtroppo abbastanza misconosciute e sottovalutate.

Categorie:Classica, Filosofia, Musica Tag:

caos

20 Ottobre 2017 Nessun commento

Il vecchio Nanni, mentre se sta a divertí al mare cor fratello, salva dall’annegamento la bella tardona Isabella Ferrari. Una ne salva, e nello stesso istante un’altra ne muore: guardacaso proprio la moglie di Nanni, il quale, in preda al senso di colpa per non essere stato vicino alla figlia mentre moriva la genitrice, passa tutto il film fuori dalla scuola ad attenderla che finisca le lezioni, per non lasciare piú che si trovi sola. Questa bipolarità del personaggio tra presenza e assenza è la chiave per farci spostare l’attenzione verso il vero tema del film, ovvero il detto/non detto, la cui tensione è alla base del caos calmo enunciato nel titolo. Il caos fa breccia in maniera plateale nei momenti di dissociazione della personalità della moglie del collega, che pronuncia inconsapevolmente i pensieri volgari che realmente pensa e che immediatamente cancella dalla mente, oppure nella bestemmia del cattolicissimo Silvio Orlando: sono semafori per segnalarci che l’attenzione va posta qui. Anche la vita del protagonista infatti è immersa in questo non detto, tra le altre cose nel rapporto epistolare scoperto a posteriori della moglie con uno scrittore, oppure nel suo stesso desiderio latente di un’ipotetica altra donna, diversa dalla moglie, che si materializza proprio con la Ferrari da lui salvata, o verso la sconosciuta col cane del parchetto, anche lei, seppure piú giovane, somigliante infatti a quella.

2008, tratto dal romanzo di Sandro Veronesi, regia: Antonello Grimaldi, sceneggiatura: Nanni Moretti, Laura Paolucci, Francesco Piccolo, con: Nanni Moretti, Alessandro Gassman, Valeria Golino, Silvio Orlando, Isabella Ferrari & altri

vbt

29 Settembre 2017 Nessun commento

Una via di mezzo tra “Thelma e Louise” e “Respiro” di Emanuele Crialese, che dal primo trae l’idea dell’avventura bis-femminile, e dal secondo il non starci dentro nella vita. Il tocco di Virzí è però un po’ troppo caricaturale e grottesco (anche se mitigato certamente dall’apporto della Archibugi) per confezionare il capolavoro, e infatti il film si regge solo grazie al one-woman-show della bravissima VBTedesca. La povera Ramazzotti, normalmente forse considerata un’attrice decente, qui ci fa la figura della Trintignant-figlia (statua di sale, buonanima) versus Isabelle Huppert nel noto capolavoro (quello sì) di Chabrol.

2016, regia Paolo Virzí, soggetto e sceneggiatura di Virzí e Francesca Archibugi, con Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti e altri e altre

dd372

18 Settembre 2017 Nessun commento

Una storia tipica del nuovo corso dylandoghiano, senza agganci con la realtà spicciola, ma che piuttosto si inerpica in una diatriba sui massimi sistemi: il Bene e il Male, il Bianco e il Nero (appunto), etc. La Barbato ha l’accortezza di limitare l’uso raggelante di frasi apodittiche, tipiche dello stile recchionesco, e di vestire il tutto di una certa ironia (mutuata dalla miniserie “Ut”, che era disegnata dallo stesso Roi, il quale si cimenta anche in questa storiella e i cui bei disegni sono il maggior pregio dell’albo).

Categorie:fumetti Tag:

squartamenti

11 Settembre 2017 1 commento

Milano – Palais Royal: “GIANCARLO VITALI: TIME OUT”. Grande antologica dedicata al pittore lariano ‘scoperto’ da Testori. Lo scrittore brianzolo si era concentrato soprattutto sui manzi squartati — soggetto peraltro di seconda mano, che trovava già precedenti illustri quantomeno in artisti del calibro di Soutine e Bacon — per i quali squartamenti scrisse tre splendide poesie, ma il valore del Vitali va oltre l’aspetto tematico, rispetto al quale non troviamo molta originalità: si va infatti dagli autoritratti, ai ritratti di personaggi del paesello lacustre, alle nature morte, e tutto il companatico del bravo pittore un po’ a corto di idee, se vogliamo. Il peggio in questo senso il Vitali lo dà quando porta i suoi ritratti di personaggi tipici di paese (il farmacista, etc.) agli estremi della caricatura, tanto da lanciarsi addirittura con quadri affollati di personaggetti, che vorrebbero ergersi a satira sociale o di denuncia, in cui si riconosce l’ispirazione a Grosz e a Ensor, ma con risultati piuttosto miseri. Tuttavia, la rilevanza del Nostro rimane di un certo livello soprattutto riguardo alla felicità espressiva della sua pennellata e della ricerca cromatica e tonale, che fin dal principio lo fa uscire dai ristretti confini della provincia per avvicinarsi alle piú recenti tendenze artistiche europee (parliamo di allora, cioè degli anni Quaranta/Cinquanta), nella fattispecie Soutine (stranamente mai citato nella mostra, ma perché meravigliarsi), o Fausto Pirandello o De Pisis, etc.

lei era ingrid

30 Agosto 2017 1 commento

Commovente documentario, uscito in occasione dei cento anni dalla nascita della grande e bellissima attrice svedese, che ne ripercorre la scalpitante vita pubblica e, soprattutto, privata. Costituito quasi completamente da filmati amatoriali girati in famiglia, e da testimonianze dirette di parenti e amici, ha forse il difetto di concentrarsi esclusivamente sulla personalità della protagonista — del resto piuttosto interessante di per sé, essendo votata alla libertà assoluta e alle sue movimentate conseguenze — tralasciando quasi del tutto il fattore artistico, sebbene non sia certamente stato meno rilevante.

2015, regia di Stig Björkman, musiche di Michael Nyman

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bastava la musica

17 Agosto 2017 1 commento

Libro in cui il Riccardo racconta la storia della sua vita fino a circa sette anni fa. Se, da un lato, è indubbiamente interessante ripercorrere la carriera del Maestro (essendo comunque il piú già noto dai racconti orali del Nostro) dall’altro lato non si può non rimanere esterrefatti rispetto alla confezione del libro. Infatti, per prima cosa il testo del Riccardo è spesso disomogeneo, pieno di citazioni che vanno dal dialettale, al teutonico, al latino, in maniera eccessivamente gigioneggiante, che rifugge dall’antipatia solo in quanto si pensi alla simpatica ironia con la quale Muti è solito accompagnare certe sue uscite naive in occasioni ufficiali. In secondo luogo la memoria dell’autobiografo scorre un po’ troppo a briglia sciolta da un argomento all’altro, ritornando spesso su personaggi che erano già stati trattati. In terzo luogo, è sorprendente trovare, in un libro presumibilmente destinato al lettore generalista, considerazioni musicologiche indirizzate evidentemente al superspecialista (nella postfazione di tal Marco Grondona si raggiunge in questo senso il parossismo). Insomma, la sensazione è di un testo eccessivamente disorganizzato, tanto che si può con ragione supporre che il manoscritto non abbia mai visto un editor. Ma forse la funzione principale di questo libro non è nient’altro che quella di figurare sullo scaffale di casa del piú tipico dei melomani radical-chic.

Rizzoli, 2010, 260 pagine (più una trentina di pagine di fotografie), 20 euri

youth has gone

20 Luglio 2017 1 commento

La generale tendenza decadente del cinema sorrentinesco è andata trovando il suo culmine nel suo distico piú recente, prima con “La grande bellezza” e poi con questo ultimo “Youth”, nel quale una torma di perlopiú anziani ricconi si ritrova a passare una vacanza in un resort di lusso svizzero che sa tanto di lager (e infatti uno degli ospiti è un attore che si prepara per una parte in cui interpreterà Adolf Hitler). Il film è il consueto accrocchio di inquadrature suggestive e dialoghi lapidarii che non appare meno noioso del solito, senonché ad una virata conclusiva viene affidato un certo ottimismo, per il quale la morte — o il senso della fine che pervade tutta la storia — genera la vita (peccato solo aver scomodato nientemeno che la Mullova per farle suonare quattro note in croce, in un finale pretenziosamente scopiazzato con ben miseri risultati dal “Concerto” di Radu Mihaileanu, o come cavolo si scrive).

2015, scritto e diretto da Paolo Sorrentino, con Michael Caine, Harvey Keitel, Jane Fonda e altri

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soldier blu pensaci tu

10 Luglio 2017 1 commento

Ormai la Bonelli sforna fumetti un tanto al chilo, basandosi probabilmente sullo zoccolo duro di lettori forti che comprano la qualunque (tipo chi scrive). Con la giustificazione di voler tornare ad un’avventura di indiani e cowboy, settore ormai un po’ trascurato dalla casa editrice, è appena uscito “Cheyenne”, un cosiddetto ‘romanzo a fumetti’ di 300 pagine, con il quale però non si riesce a far di meglio che riciclare le tematiche di una pietra miliare del genere western come “Soldato Blu” senza prendersi la briga di apportare un quid in piú di creatività. Il peggio è che la storia, oltre ad essere veramente poco originale, è sceneggiata maluccio, tanto che appare già conclusa a due terzi del volume, e le ultime cento pagine paiono un’appendice che francamente aggiunge poco o niente al poco o niente della prima parte. Per cercare di cammuffare la pochezza della storia la sceneggiatura è giocata su continui flash-back e flash-forward, giusto per confondere un po’ le idee, salvo poi prendere le distanze da tale procedura nel finale, escogitando il piú vieto deus ex machina sotto forma di vecchiarello rimbambito che avrebbe narrato in maniera un po’ sconclusionata la storia che abbiamo appena letto. Giudizio finale: risparmiare un deca, ché è meglio.

Sergiobonellieditore, circa 300 pagine in bianco e nero, 9,90 euri

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speedy pamir

6 Luglio 2017 2 commenti

Diario di un breve viaggio sulle montagne del Pamir, in Asia Centrale, dalle parti del Tagikistan, Kirgyzistan, etc. (“stan” è un suffisso che vuol dire terra, e corrisponde al “land” inglese). L’autore racconta le peripezie vissute per raggiungere quei posti tanto lontani sia nello spazio che nell’immaginario, molto interessanti per la loro originalità, ma purtroppo il viaggio è stato troppo breve, tanto che non fai in tempo a prenderci gusto nella lettura che il libretto è già finito. Quello che fa un po’ ridere è che in luoghi cosí isolati dal nostro mondo, e quasi disabitati, i pochi che ci vivono sembra non attendano altro che l’ora dell’arrivo di qualche sventurato turista per spolparlo di denari in ogni modo, trasportandolo in pericolosissimi percorsi di montagna con mezzi improbabili, ospitandolo nelle loro povere abitazioni, offrendogli qualche intruglio alimentare che gli provoca un’immancabile dissenteria (il sospetto è che, in questo caso, lo facciano apposta, per divertirsi alle sue spalle), etc.

Polaris Editore, 120 pagine, 13 euri

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edoardo manetta

4 Luglio 2017 1 commento

MILANO – Palazzo Reale: “Manet e la Parigi moderna”. Appena conclusasi, la simpatica mostra su Edouard Manet e la Parigi moderna — composta interamente da opere di Manet e suoi contemporanei in prestito dal Museo d’Orsay — aveva però il solito difetto di essere rivolta essenzialmente ad un pubblico generalista, e affatto allo studioso del settore. Tale approccio privilegiava la visuale d’insieme della scena artistica francese del secondo Ottocento, dividendo le opere per temi, e non secondo un’evoluzione cronologica, e di conseguenza non metteva in luce il percorso artistico del pittore titolare, che (per dirne una) essendo di solida formazione classica, arrivò al realismo figurativo non attraverso la sperimentazione dal vero, come i Macchiaioli o come il Millet della scuola di Barbizon, ma in seguito allo studio dei maestri del Rinascimento e alla loro pennellata piú libera rispetto ai canoni accademici. Sarà solo in seguito alla conoscenza di Monet e di esponenti piú radicali del vero e proprio Impressionismo che il suo cavalletto si sposterà dallo studio alla pittura en-plein-air, giovandosi di uno schiarimento della gamma dei colori, che invece, come voleva la tradizione, era sempre stata dominata dai toni scuri. Insomma, mostre di questo tipo vanno bene per vedere da vicino qualche opera celebre, ma buttano fumo negli occhi ai visitatori che sganciano il grano, e il tutto va a detrimento della comprensione del fatto artistico e, difatti, alla fine quello che rimane piú impresso è il pettegolezzo alla Flavio Caroli, tipo che Berthe Morisot, ritratta molte volte da Manet, era la cognata del pittore.

Edouard Manet, “Ritratto di Berthe Morisot”, 1874, olio su tela, cm 61 x 50, Musée d’Orsay

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give me hope joanna

14 Giugno 2017 2 commenti

MONZA – Villa Reale: “Da Monet a Bacon”. Gli improbabili spazi espositivi della Villa Reale di Monza — ribattezzata Reggia di Monza dal marketing della nuova gestione privata alla quale il Comune l’ha affidata da qualche anno — ospitano fino al 2 luglio prossimo diverse decine di capolavori in prestito dalla Johannesburg Art Gallery, di Johannesburg per l’appunto, un museo che una facoltosa afrikaner-englishwoman di fine Ottocento ha voluto istituire, coi denari del marito-tycoon, quale atto d’amore e di filantropia (o filanginía?) nei confronti della sua città d’origine. Il nucleo principale è costituito da opere acquistate sul mercato europeo dell’epoca (alle quali se ne sono aggiunte altre per via di donazioni successive) e riflette il gusto e gli artisti che imperversavano in quel periodo, dall’Impressionismo, pre e post, alla pittura vittoriana, Picasso, Modigliani, etc. I nomi sono generalmente altisonanti, ma vi è anche qualche autore meno noto ma non meno meritevole d’attenzione, tuttavia i quadri sono generalmente tanto belli quanto poco conosciuti, data la loro lontananza dal circuito euro-occidentale che generalmente ci viene proposto dai mass media. L’intento della signora fondatrice era anche quello di raccogliere i lavori di artisti africani, e infatti l’ultima sezione della mostra è dedicata — anche se un po’ troppo sommariamente — alla presentazione di alcuni di questi. Il consueto titolo furbesco (nello stile “Da Tizio a Caio a Sempronio”) e un costoso bigliettone d’ingresso da dodici euri fanno da suggello al solito potpourri di simpatici quadri che comunque vale la pena di scomodarsi per andare a rimirarli, non foss’altro in omaggio alla lunga strada che hanno percorso per venirci a trovare fino in Brianza.

Lawrence Alma-Tadema, “La morte del primogenito del Faraone” (1858), olio su tela, cm 68 x 87

zio Ludovico

9 Giugno 2017 Nessun commento

Nel milleottocento e qualcosa, un ufficiale napoleonico musicofilo di stanza a Vienna decide di andare a recar visita a zio Ludwig, uno dei suoi compositori prediletti. Alcune decine d’anni piú tardi, bontà sua, deciderà di lasciarne traccia scritta tra le sue carte, e ripercorrerà con la memoria il suo primo incontro e la successiva occasionale frequentazione con un Beethoven già famoso e ancora abbastanza giovane (ma colpito dalla sua celebre sordità allora incipiente, che contribuiva a rendere ancora piú problematici i suoi rapporti con il mondo esterno). Quello che leggiamo nella versione presentata dalla Scuola di Pitagora è un fresco abbozzo ritrattistico letterario che, anche grazie alle ottime note del redattore, ci precipita per un attimo in prima persona in uno scorcio temporale viennese del primo Ottocento, direttamente nel tinello di casa di uno dei suoi maggior protagonisti.

La Scuola di Pitagora editore, 48 paginette, 3,50 euri

Charlotte sometimes

2 Giugno 2017 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Charlotte Salomon. Vita? o Teatro?” — Finalmente Mediolanum offre al pellegrino qualcosa di veramente interessante, ovvero la possibilità di conoscere l’opera metà pittorica e metà letteraria di Charlotte Salomon, nella sua prima esposizione italica. La Carlotta fu una sorta di Anna Franck (fra molte virgolette) delle arti figurative che, esiliata in Francia negli anni ’30-40 in quanto ebrea teutonica, dipinse forsennatamente nei suoi ultimi anni di vita una serie di pannelli a tempera o gouache (circa 800 tavole, in un formato che è grosso modo un A3 verticale) nei quali racconta la storia sua e della sua famiglia, alquanto sfortunata e ad alto tasso di suicidii, fino al giorno in cui viene catturata e spedita in un lager nazista nel quale morirà presto a nemmeno trent’anni. Sulla falsariga della sua “collega” di sventura Anna, anche Charlotte mescola fatti collettivi a fatti privati, che data l’età e la maggiore libertà consentitale hanno un peso rilevante (soprattutto, a quanto ci è dato di vedere, la liaison con il suo insegnante della scuola d’arte). Il valore aggiunto, se possiamo esprimerci in questi termini, rispetto alle molte testimonianze dell’Olocausto (pensiamo anche ad Etty Hillesum, per esempio) è dato proprio dalla componente artistica, di tutto rilievo, di questa narrazione in pannelli: lo stile si può inquadrare all’interno dell’espressionismo tedesco, ma secondo una declinazione molto personale, nella quale i disegni si fondono ai testi in un taglio molto moderno — che a chi scrive sembra anticipare le pagine a fumetti di Jules Feiffer — e la cui qualità insieme pittorica, grafica e letteraria fa rimpiangere ancora di piú, se mai possibile, la perdita di una notevole promessa artistica.

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Mosè pendolare

26 Maggio 2017 1 commento

MONZA – “Mosè Bianchi. Ritorno a Monza”. Un tot di tele di Mosè Bianchi in prestito dalla Galleria d’Arte Moderna di Milano, in temporanea trasferta in quel di Monza, si uniscono ad un altro tot di quadri appartenenti ai Musei Civici, ente che ospita fino a settembre quella che vorrebbe essere una panoramica — non certo esaustiva — dell’opera del Nostro, che in effetti spaziava tra i generi pittorici tipici di fine Ottocento, tipo ritratti istituzionali, tematiche simbolistiche, scene di genere, paesaggi, etc. Peccato che la qualità delle opere in esposizione sia discontinua: diversi non finiti, opere giovanili, acquerelli, etc.; insomma, aggiungendo ciò alla già citata eterogeneità degli stili e dei soggetti praticati dal Mosè, si rischia — se non si conoscesse già l’eccellenza del piú noto pittore locale brianzolo — in mezzo a tale varietà ed altalenanza, di farsene una idea poco precisa e non entusiasmante, ma comunque vale una visita.

“Fine di tavola” (1880), olio su tela, cm 54 x 67, Galleria d’Arte Moderna di Milano

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arturo scioperato

8 Maggio 2017 1 commento

Narra la leggenda che il buon Arturo Scioperato andasse via via raccogliendo sotto il titolo di Eis heautón (sulla scorta di Marco Aurelio) un vademecum di pensieri talmente arditi, la quintessenza della propria filosofia, che proprio per il loro carattere voleva fossero destinati alla pubblicazione post mortem. Com’è come non è, fatto sta che, alla sua dipartita, del vademecum non se ne trovò traccia, ma qualcuno sgamò il suo esecutore testamentario che pubblicò una biografia di Schopy nella quale molti passi parevano verosimilmente tratti dal libello poi probabilmente distrutto. Fu così che un altro zuccone studioso — sulla scia della pratica adottata per i frammenti di Eraclito o del Discorso Vero di Celso — ne estrasse i paragrafi attribuibili al filosofo esistenzialista e ne ricavò il presente libretto pubblicato dalla Adelphi. Effettivamente le elucubrazioni qui contenute sono quanto di piú pessimistico possibile nei riguardi del prossimo (i cui «cinque sesti» degli uomini sarebbero costituiti da bipedes), o dell’altra metà del cielo, ma varie somiglianze di contenuto risuonano in “Parerga e Paralipomena”, per esempio, quindi niente di assolutamente originale. Completano il libretto alcune frasi di tenore simile appartenenti ad altri autori, ricavati dalle sottolineature che il filosofo teutonico apponeva sui libri da lui posseduti e consultati.

Adelphi, Piccola Biblioteca n. 495, 120 pagine, 9 euri.

«Già a trent’anni ne avevo sinceramente abbastanza di dover considerare come miei simili esseri che in realtà non lo sono. Finché il gatto è giovane gioca con pallottoline di carta perché crede che siano vive e simili a lui. Ma una volta cresciuto, sa che cosa sono e le lascia stare. Lo stesso è capitato a me con i bipedes. Similis simili gaudet: per essere amati dagli uomini bisognerebbe essere simili a loro. Ma che il diavolo se li porti! Quello che li fa andare e stare insieme è la trivialità, la piccineria, la piattezza, la debilità mentale e la meschinità. Perciò il mio saluto a tutti i bipedes è: pax vobiscum, nihil amplius! L’uomo di natura più nobile in gioventù crede che i rapporti essenziali e decisivi, e i legami tra gli esseri umani che ne nascono, siano quelli ideali, cioè basati sull’affinità nel modo di sentire e pensare, nel gusto, nelle capacità mentali. Sennonché, più tardi si accorge che sono invece quelli reali, cioè quelli che poggiano su qualche interesse materiale. Sono questi che stanno alla base di quasi tutti i legami. La maggior parte degli uomini non ha anzi alcuna idea di altri rapporti. Perciò, quanto più uno si eleva spiritualmente, tanto più triviali gli debbono sembrare gli uomini.»

nisciuno è perfetto

24 Aprile 2017 1 commento

Il buon Giancarlo Soldi, già regista di “Nero” — il primo dei due o tre film ispirati al personaggio di Dylan Dog — ha voluto sotto forma del presente docufilm tributare il suo omaggio al grande Tiziano Sclavi. Il punto è però che l’intervista a Sclavi è frutto di due sessioni avvenute a dieci anni di distanza (in una delle quali doveva essere sotto effetto di alcolici), e non gli si è riusciti a scucire niente di piú del già risaputo. Poi, tra i testimonials a loro volta intervistati per scriverne l’agiografia spesso appare qualcuno che ci si domanda chi cacchio sia: infatti, oltre a gente come Grazia Nidasio, Aldo Di Gennaro e alcuni autori e redattori Bonelli, ogni tanto spunta fuori un pasticciere, un designer, una cantante sconosciuta, etc., che ci raccontano come come si sono appassionati al suddetto fumetto horror (forse avrebbero dovuto rappresentare l’uomo della strada). Possiamo quantomeno dire che un risultato cosí mediocre forse fa piú danni che altro.

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tutto quello che avreste voluto chiedere su corelli eccetera eccetera

31 Marzo 2017 3 commenti

Lettura fondamentale sul compositore di Fusignano, risalente ormai a tre lustri or sono, che raduna tutte le piú rilevanti informazioni disponibili sul Nostro, a partire da scritti autografi e lettere, passando da stralci critici di testi d’epoca (Charles Burney, ovviamente, ma anche di musicologi contemporanei di Corelli, soprattutto albionici), nonché rifacendosi ad approfondimenti di altri studiosi piú vicini ai giorni nostri, tanto rari quanto ormai datati (e generalmente mai tradotti in versione italica). Molto ben fatta la parte biografica che, andando dalle origini della casata e del parentame in quel di Fusignano, e poi descrivendo l’evoluzione professionale, cerca anche di restituire per quanto possibile quello che doveva presumibilmente essere stato il carattere della persona. Piuttosto interessante anche la dettagliata ricostruzione dell’ambiente musicale bolognese della prima metà del Seicento, che riporta una bibliografia di opere a stampa per violino veramente appetitosa per chi voglia perdersi tra rimandi, citazioni e influenze stilistiche. La parte di analisi delle composizioni musicali di Corelli è invece un po’ sacrificata, ma comunque sufficiente a dare un’idea appropriata dell’importanza dell’opera corelliana, il cui approfondimento troverebbe probabilmente sede migliore in un contesto piú adatto agli specialisti.

p.s.: figura anche una parte illustrata, nella quale viene riportato quello che è il ritratto piú attendibile del Corelli.

2000, L’Epos editore, 224 pagine

ricomincio da uno

15 Marzo 2017 Nessun commento

Ennesima ristampa della saga texiana, ripartendo dalle origini, in versione a colori, a cadenza quindicinale e con paginazione quasi dimezzata rispetto alle consuete 114 pagine mensili tradizionali. Si parte naturalmente dalla prima storia apparsa nel settembre/ottobre del 1948 sui mitici albetti da 32 strisce orizzontali, intitolata “Il totem misterioso”, e a seguire la prima parte della seconda avventura, la celeberrima “La Mano Rossa”. Entrambe le prime due storie sono basate su un soggetto analogo, ovvero Tex alle prese con una banda di malviventi, e il riguadagno di un tesoro o della refurtiva di una rapina. Già dagli immediati esordii Gianluigi Bonelli fissa alcuni degli elementi che caratterizzeranno la serie negli anni a venire. In primo luogo l’indianofilia, abbastanza inusuale nello zeitgeist dell’epoca. Poi, il realismo dell’ambientazione, magari tratto da pellicole di genere (nella seconda storia Tex si trova in un negozio di barbiere gestito da un cinese). Infine le soluzioni narrative tipiche dell’avventura esotica (grotte con passaggi segreti, etc.). La relativa ripetitività iniziale fa capire che l’editore non puntava qualitativamente piú di tanto su questo personaggio, bensí l’idea era di inserirsi nel filone western allora di grande successo, e vedere come andava (benissimo, come si è dimostrato). Il tutto è illustrato da un giovane Galleppini che guarda al “Kit Carson” di Walter Molino, in una fase giovanile del suo stile che evolverà lentamente per i due decennii successivi fino ad arrivare all’inconfondibile e del tutto personale tratto della maturità.

porca pupazza

9 Marzo 2017 2 commenti

MILANO – Palazzo Reale: “Keith Haring. About Art”. Un doveroso omaggio al decano dei graffitari, che invita il visitatore a guardare ai pupazzetti di Keith Haring in relazione alla storia dell’arte, alla ricerca di riferimenti colti, amabilmente dissimulati sotto la veste grafica infantile e stilizzata. Se pure queste referenze in effetti ci siano, e la mostra ne porta le controprove, sotto forma di rilievo della Colonna Traiana (riprodotta, naturalmente), oppure un minipolittico medievale, o i quadri semi-astratti ma fumettosi di Alechinsky, vabbè Warhol ovviamente, etc., ebbene l’operazione intera sa un po’ di ultima spiaggia della critica d’arte, se non addirittura di arrampicamento sugli specchi, pur senza arrivare agli estremi ineguagliabili di chi qualche anno fa proponeva una lettura dei dripping-paintings di Pollock alla luce di Michelangelo (si è arrivati anche a questo). D’altro canto, quello che rischia di passare in secondo piano è il legame dell’arte di Keith Haring con la sua contemporaneità, con la musica, la cultura gay, la trasgressione (tutti aspetti qui opportunamente dimenticati), che ne fanno la quintessenza della pop-art, ancor piú della Pop-Art stessa alla quale si ispirava, la quale altro non era che una parodia intellettualistica del fenomeno pop. Quella di Haring era invece arte che si fa vita, e che trova il suo senso nel suo stesso vissuto, senza nessun bisogno di attribuirvi referenze piú o meno colte per giustificarne il valore.

“Altarpiece” (1990) scultura in bronzo, patinato d’argento, cm 206 x 152 x 5, The Keith Haring Foundation

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jodotwitter

21 Febbraio 2017 Nessun commento

Circa cinque o sei anni fa il grande Jodorowsky apriva un profilo twitter dal quale si mise a snocciolare, uno dopo l’altro, una serie infinita di aforismi formidabili, degni di piazzarsi a metà tra il paradossale ermetismo del Taoteching e la virtuosa regola del Dhammapada, declinati ovviamente in chiave del tutto personale, ché anche il vecchio Alejandro ne ha da insegnare a destra e a manca. Chi scrive, incredulo di tanto ben di dio elargito gratuitamente al mondo, si mise a copiarli via via in un file di Microsoft Word, arrivando a riempire ventisei pagine (poi si stufò e si limitò a leggerli di tanto in tanto). Ora, per ringraziare lo scrittore cileno di tanta generosità, non si può evitare di acquistargli il suo smilzo libretto, il cui felice titolo in italiano restituisce perfettamente il carattere controintuitivo e psicomagico del contenuto (e, dato che la cernita non esaurisce il meglio del meglio degli aforismi twittati, possiamo immaginare che presto o tardi ci sarà un seguito).

Feltrinelli, 150 pagine, euri 13.

Esempi:

No tengas miedo, decir fuego no quema tu boca.

Decìa mi abuelo: “A donde el corazòn se inclina, el pie camina”.

Si no amas demasiado, no amas bastante.

Los sentimientos son reacciones no a lo real, sino a interpretaciones de lo real.

Mis pensamientos no son míos, son suyos, del Todo.

Donde los otros ven obstàculos, tù ve oportunidades.

Cada vez que tengas un grave problema, piensa: “Esto me sucede en medio de un universo infinito y un tiempo eterno”.

No ser ni esto ni lo otro, unir los dos polos en un sòlo cìrculo.

Etc.

sentimental comic journey

14 Febbraio 2017 3 commenti

Il fumetto raccontato attraverso il fumetto — dopo le due prove fornite da Scott McCloud — è ormai diventato un genere a sé stante frequentato da molti. Nel libro in questione il buon Calia lo utilizza per tracciare una storia sentimentale del fumetto, ovvero non di una ricostruzione enciclopedica si tratta (umanamente impossibile, del resto), ma di una sintesi basata su personaggi e autori che hanno costituito la formazione di fumettaro del Nostro. Infatti, dopo la citazione dei fondamentali Winsor McCay, Alex Raymond, Chester Gould, etc., ci viene proposto un excursus generazionale perfettamente coerente coi presupposti, a partire dai supereroi marvel, i manga, il nuovo corso DC Comics di Frank Miller, la British invasion capitanata da Alan Moore, qualche cenno al fumetto italiano moderno/contemporaneo (Pazienza, Valvoline), etc. Un libro del genere può però presumibilmente trovare riscontro positivo prevalentemente nel pubblico targettizzato della fascia anagrafica degli odierni quarantenni, giacché chi scrive su questo blog, per esempio, di un decennio piú indietro, già si trova parzialmente decentrato rispetto a questo punto di vista, a partire dall’evento traumatico per eccellenza nel settore dei super-eroi che, per Calia, corrisponde alla morte di Marvel Girl e della sua rinascita come Fenice, mentre per chi sia nato un paio di lustri prima il riferimento è evidentemente la morte di Gwen Stacy, per non parlare dell’inevitabile disgusto dato dal constatare che ad Andrea Pazienza è dedicata una paginetta mentre la conclusione viene affidata nientemeno che all’incapace Igort, segno palese di cognizione critica deficitaria. Valutazione finale: risparmiabile.

Editore Becco Giallo, 2016, 130 pagine in bianco e nero, 15 euri

la boheme cilena

3 Febbraio 2017 1 commento

Secondo capitolo della cine-autobiografia psicomagica del buon Jodorowsky. Ritroviamo la famiglia in partenza da Tocopilla — per ragioni imprenditoriali paterne — verso Santiago del Cile, città nella quale Alejandro intraprenderà la sua vita di aspirante artista. L’ambiente bohemienne e i personaggi che naturalmente frequenta sono l’ideale costitutivo della messa in scena della poetica-weird che il Nostro ha sempre frequentato e che, come per il precedente “Danza della realtà”, vanno visti innanzitutto come opera poetica, ovvero poiesis ‘che si fa’, in quanto materia di prima istanza, che solo in secondo luogo autorizza ad una lettura simbolica. La terapia psicomagica di questa seconda puntata si eleva addirittura al quadrato: oltre al padre impersonato dal figlio Brontis, si aggiunge il secondogenito Adan Jodorowsky ad interpretare il giovane Alejandro (al quale comunque consigliamo di frequentare una scuola di recitazione), che consente di giocarsi in casa il finale riconciliatorio di se stesso col padre, in un gioco di ruoli divertente e commovente allo stesso tempo.

2016, scritto e diretto da Alejandro Jodorowsky, con Adan e Brontis Jodorowsky.

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psyco-mughini

30 Gennaio 2017 Nessun commento

Simpatico libro dell’antipatico Mughini, anche se in verità la sua composizione è piuttosto eterogenea. Inizialmente il giornalista psicopatico — mantenendo fede al sottotitolo — si esercita nella solita apologia della carta stampata rispetto ai vituperati social media, e ci racconta della sua fidanzata catanese e della sua passione di bibliofilo antiquario. Poi, descrivendo la sua sezione di testi riguardanti gli anni di piombo e stampati delle BR, si mette a raccontare vicende piuttosto interessanti quanto secondarie di quei tempi, riferite a conoscenze di prima mano di persone e fatti e libri. Fin qui tutto abbastanza interessante, ma il Mughini ha l’aria di non saper piú cosa scrivere, ed infatti ricicla la sua introduzione al catalogo della raccolta di primizie letterarie del Futurismo, dalle quali è costretto ad alienarsi per questioni pecuniarie. Segue una catalogazione dei libri d’artista da lui posseduti o ritenuti importanti, che non si può non definire quantomeno monca, non essendo riportata nessuna illustrazione al riguardo. Dulcis in fundo, come i cavoli a merenda, un altro riciclo di un suo vecchio articolo per Panorama dedicato all’atleta brianzolo Igor Cassina. Morale: va bene essere bibliofili (come Dell’Utri) ma, se non si sa di che scrivere, è inutile riempire le pagine dei libri, basti limitarsi a collezionarli (come Dell’Utri).

Bompiani, 160 pagine, 14 euri

hergé opera prima

5 Gennaio 2017 1 commento

La cosa piú divertente di questa ristampa della prima avventura di Tin Tin — ambientata in una Unione Sovietica caricaturale di fine anni Venti — non è tanto la storia in sé, destinata ad un pubblico giovanile e quindi prevedibilmente semplificata concettualmente e di stampo propagandistico, quanto la parte redazionale che questo moderno volume ci offre: lungi dal prendere le distanze dai luoghi comuni di questo Hergé poco piú che ventenne e alla prima esperienza narrativa, il redattore ci propone una descrizione della Russia staliniana manco stessimo leggendo il Libro nero del comunismo. Tutto presumibilmente vero, ma questo calcare la mano risulta un po’ stonato in un contesto filologico quale quello che vorrebbe offrirci questa edizione, visto che i maggiori crimini il regime staliniano li avrebbe compiuti nei due decennii successivi.

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