Archivio

Archivio autore

ricomincio da uno

15 Marzo 2017 Nessun commento

Ennesima ristampa della saga texiana, ripartendo dalle origini, in versione a colori, a cadenza quindicinale e con paginazione quasi dimezzata rispetto alle consuete 114 pagine mensili tradizionali. Si parte naturalmente dalla prima storia apparsa nel settembre/ottobre del 1948 sui mitici albetti da 32 strisce orizzontali, intitolata “Il totem misterioso”, e a seguire la prima parte della seconda avventura, la celeberrima “La Mano Rossa”. Entrambe le prime due storie sono basate su un soggetto analogo, ovvero Tex alle prese con una banda di malviventi, e il riguadagno di un tesoro o della refurtiva di una rapina. Già dagli immediati esordii Gianluigi Bonelli fissa alcuni degli elementi che caratterizzeranno la serie negli anni a venire. In primo luogo l’indianofilia, abbastanza inusuale nello zeitgeist dell’epoca. Poi, il realismo dell’ambientazione, magari tratto da pellicole di genere (nella seconda storia Tex si trova in un negozio di barbiere gestito da un cinese). Infine le soluzioni narrative tipiche dell’avventura esotica (grotte con passaggi segreti, etc.). La relativa ripetitività iniziale fa capire che l’editore non puntava qualitativamente piú di tanto su questo personaggio, bensí l’idea era di inserirsi nel filone western allora di grande successo, e vedere come andava (benissimo, come si è dimostrato). Il tutto è illustrato da un giovane Galleppini che guarda al “Kit Carson” di Walter Molino, in una fase giovanile del suo stile che evolverà lentamente per i due decennii successivi fino ad arrivare all’inconfondibile e del tutto personale tratto della maturità.

porca pupazza

9 Marzo 2017 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Keith Haring. About Art”. Un doveroso omaggio al decano dei graffitari, che invita il visitatore a guardare ai pupazzetti di Keith Haring in relazione alla storia dell’arte, alla ricerca di riferimenti colti, amabilmente dissimulati sotto la veste grafica infantile e stilizzata. Se pure queste referenze in effetti ci siano, e la mostra ne porta le controprove, sotto forma di rilievo della Colonna Traiana (riprodotta, naturalmente), oppure un minipolittico medievale, o i quadri semi-astratti ma fumettosi di Alechinsky, vabbè Warhol ovviamente, etc., ebbene l’operazione intera sa un po’ di ultima spiaggia della critica d’arte, se non addirittura di arrampicamento sugli specchi, pur senza arrivare agli estremi ineguagliabili di chi qualche anno fa proponeva una lettura dei dripping-paintings di Pollock alla luce di Michelangelo (si è arrivati anche a questo). D’altro canto, quello che rischia di passare in secondo piano è il legame dell’arte di Keith Haring con la sua contemporaneità, con la musica, la cultura gay, la trasgressione (tutti aspetti qui opportunamente dimenticati), che ne fanno la quintessenza della pop-art, ancor piú della Pop-Art stessa alla quale si ispirava, la quale altro non era che una parodia intellettualistica del fenomeno pop. Quella di Haring era invece arte che si fa vita, e che trova il suo senso nel suo stesso vissuto, senza nessun bisogno di attribuirvi referenze piú o meno colte per giustificarne il valore.

“Altarpiece” (1990) scultura in bronzo, patinato d’argento, cm 206 x 152 x 5, The Keith Haring Foundation

Categorie:arte Tag:

jodotwitter

21 Febbraio 2017 Nessun commento

Circa cinque o sei anni fa il grande Jodorowsky apriva un profilo twitter dal quale si mise a snocciolare, uno dopo l’altro, una serie infinita di aforismi formidabili, degni di piazzarsi a metà tra il paradossale ermetismo del Taoteching e la virtuosa regola del Dhammapada, declinati ovviamente in chiave del tutto personale, ché anche il vecchio Alejandro ne ha da insegnare a destra e a manca. Chi scrive, incredulo di tanto ben di dio elargito gratuitamente al mondo, si mise a copiarli via via in un file di Microsoft Word, arrivando a riempire ventisei pagine (poi si stufò e si limitò a leggerli di tanto in tanto). Ora, per ringraziare lo scrittore cileno di tanta generosità, non si può evitare di acquistargli il suo smilzo libretto, il cui felice titolo in italiano restituisce perfettamente il carattere controintuivo e psicomagico del contenuto (e, dato che la cernita non esaurisce il meglio del meglio degli aforismi twittati, possiamo immaginare che presto o tardi ci sarà un seguito).

Feltrinelli, 150 pagine, euri 13.

Esempi:

No tengas miedo, decir fuego no quema tu boca.

Decìa mi abuelo: “A donde el corazòn se inclina, el pie camina”.

Si no amas demasiado, no amas bastante.

Los sentimientos son reacciones no a lo real, sino a interpretaciones de lo real.

Mis pensamientos no son míos, son suyos, del Todo.

Donde los otros ven obstàculos, tù ve oportunidades.

Cada vez que tengas un grave problema, piensa: “Esto me sucede en medio de un universo infinito y un tiempo eterno”.

No ser ni esto ni lo otro, unir los dos polos en un sòlo cìrculo.

Etc.

sentimental comic journey

14 Febbraio 2017 Nessun commento

Il fumetto raccontato attraverso il fumetto — dopo le due prove fornite da Scott McCloud — è ormai diventato un genere a sé stante frequentato da molti. Nel libro in questione il buon Calia lo utilizza per tracciare una storia sentimentale del fumetto, ovvero non di una ricostruzione enciclopedica si tratta (umanamente impossibile, del resto), ma di una sintesi basata su personaggi e autori che hanno costituito la formazione di fumettaro del Nostro. Infatti, dopo la citazione dei fondamentali Winsor McCay, Alex Raymond, Chester Gould, etc., ci viene proposto un excursus generazionale perfettamente coerente coi presupposti, a partire dai supereroi marvel, i manga, il nuovo corso DC Comics di Frank Miller, la British invasion capitanata da Alan Moore, qualche cenno al fumetto italiano moderno/contemporaneo (Pazienza, Valvoline), etc. Un libro del genere può però presumibilmente trovare riscontro positivo prevalentemente nel pubblico targettizzato della fascia anagrafica degli odierni quarantenni, giacché chi scrive su questo blog, per esempio, di un decennio piú indietro, già si trova parzialmente decentrato rispetto a questo punto di vista, a partire dall’evento traumatico per eccellenza nel settore dei super-eroi che, per Calia, corrisponde alla morte di Marvel Girl e della sua rinascita come Fenice, mentre per chi sia nato un paio di lustri prima il riferimento è evidentemente la morte di Gwen Stacy, per non parlare dell’inevitabile disgusto dato dal constatare che ad Andrea Pazienza è dedicata una paginetta mentre la conclusione viene affidata nientemeno che all’incapace Igort, segno palese di cognizione critica deficitaria. Valutazione finale: risparmiabile.

Editore Becco Giallo, 2016, 130 pagine in bianco e nero, 15 euri

la boheme cilena

3 Febbraio 2017 Nessun commento

Secondo capitolo della cine-autobiografia psicomagica del buon Jodorowsky. Ritroviamo la famiglia in partenza da Tocopilla — per ragioni imprenditoriali paterne — verso Santiago del Cile, città nella quale Alejandro intraprenderà la sua vita di aspirante artista. L’ambiente bohemienne e i personaggi che naturalmente frequenta sono l’ideale costitutivo della messa in scena della poetica-weird che il Nostro ha sempre frequentato e che, come per il precedente “Danza della realtà”, vanno visti innanzitutto come opera poetica, ovvero poiesis ‘che si fa’, in quanto materia di prima istanza, che solo in secondo luogo autorizza ad una lettura simbolica. La terapia psicomagica di questa seconda puntata si eleva addirittura al quadrato: oltre al padre impersonato dal figlio Brontis, si aggiunge il secondogenito Adan Jodorowsky ad interpretare il giovane Alejandro (al quale comunque consigliamo di frequentare una scuola di recitazione), che consente di giocarsi in casa il finale riconciliatorio di se stesso col padre, in un gioco di ruoli divertente e commovente allo stesso tempo.

2016, scritto e diretto da Alejandro Jodorowsky, con Adan e Brontis Jodorowsky.

Categorie:Cinema Tag:

psyco-mughini

30 Gennaio 2017 Nessun commento

Simpatico libro dell’antipatico Mughini, anche se in verità la sua composizione è piuttosto eterogenea. Inizialmente il giornalista psicopatico — mantenendo fede al sottotitolo — si esercita nella solita apologia della carta stampata rispetto ai vituperati social media, e ci racconta della sua fidanzata catanese e della sua passione di bibliofilo antiquario. Poi, descrivendo la sua sezione di testi riguardanti gli anni di piombo e stampati delle BR, si mette a raccontare vicende piuttosto interessanti quanto secondarie di quei tempi, riferite a conoscenze di prima mano di persone e fatti e libri. Fin qui tutto abbastanza interessante, ma il Mughini ha l’aria di non saper piú cosa scrivere, ed infatti ricicla la sua introduzione al catalogo della raccolta di primizie letterarie del Futurismo, dalle quali è costretto ad alienarsi per questioni pecuniarie. Segue una catalogazione dei libri d’artista da lui posseduti o ritenuti importanti, che non si può non definire quantomeno monca, non essendo riportata nessuna illustrazione al riguardo. Dulcis in fundo, come i cavoli a merenda, un altro riciclo di un suo vecchio articolo per Panorama dedicato all’atleta brianzolo Igor Cassina. Morale: va bene essere bibliofili (come Dell’Utri) ma, se non si sa di che scrivere, è inutile riempire le pagine dei libri, basti limitarsi a collezionarli (come Dell’Utri).

Bompiani, 160 pagine, 14 euri

hergé opera prima

5 Gennaio 2017 2 commenti

La cosa piú divertente di questa ristampa della prima avventura di Tin Tin — ambientata in una Unione Sovietica caricaturale di fine anni Venti — non è tanto la storia in sé, destinata ad un pubblico giovanile e quindi prevedibilmente semplificata concettualmente e di stampo propagandistico, quanto la parte redazionale che questo moderno volume ci offre: lungi dal prendere le distanze dai luoghi comuni di questo Hergé poco piú che ventenne e alla prima esperienza narrativa, il redattore ci propone una descrizione della Russia staliniana manco stessimo leggendo il Libro nero del comunismo. Tutto presumibilmente vero, ma questo calcare la mano risulta un po’ stonato in un contesto filologico quale quello che vorrebbe offrirci questa edizione, visto che i maggiori crimini il regime staliniano li avrebbe compiuti nei due decennii successivi.

Categorie:fumetti Tag: ,

il segno di zoro

3 Gennaio 2017 Nessun commento

Diego Zoro in arte Bianchi prova il colpaccio (ma non gli riesce, ndr) portando al cinema quella che è la sua specialità, ovvero il cut & paste di momenti di vita catturati con la videocamera, che però funzionano bene quando sono piú o meno spontanei, e vanno in televisione, ma qui l’artefatto, perdipiú ombelicale — ruotando la vicenda interamente in un quartiere della Capitale —, è prevalente, e difatti è piú riuscito il backstage del film vero e proprio. Da chi ha girato reportage tv memorabili come quello della Jungle di Calais ci si aspettava di meglio.

2014, scritto e diretto da Diego Bianchi, con attori vari piú o meno anonimi

Categorie:Cinema Tag:

il marchese grillino

2 Gennaio 2017 Nessun commento

Sul calare della parabola della commedia italiana il buon Monicelli si cimenta nella variante storica della stessa, individuando in un personaggio realmente esistito il perfetto rappresentante dell’arte italica di arrangiarsi, bersaglio immancabile del cinema di quel genere. La rappresentazione di Onofrio del Grillo, nobile romano decadente che si destreggia per ottenere sia le benemerenze della Chiesa che quelle dell’invasore napoleonico, in realtà ne viene fuori piuttosto bene, perché il cinismo tipico non è disgiunto da un senso morale di giustizia sociale che fa da contrappeso. Film tutt’oggi molto divertente, confezionato con tutti i crismi da un grande regista e da una squadra di sceneggiatori di prim’ordine, senza parlare dell’attore protagonista, ovviamente, la cui ricostruzione storica molto accurata arriva al culmine nella presentazione di un falso musicale, un’opera lirica fasulla creata in stile da Nicola Piovani (addirittura, con una finezza di stile che unisce il melodramma del Seicento francese con quello dell’Ottocento italiano e anche francese).

1981, regia di Mario Monicelli, soggetto e sceneggiatura di Bernardino Zapponi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Mario Monicelli, Tullio Pinelli, musiche di Nicola Piovani, con Alberto Sordi, Paolo Stoppa, Flavio Bucci, Leopoldo Trieste e altri

sussurra & gridi

31 Dicembre 2016 Nessun commento

È difficile sottrarsi alla tentazione di vedere questo film di Bergman come una parafrasi di “Casa di bambola” di Ibsen: come quello, infatti, è ambientato grosso modo nello stesso periodo storico e presso il medesimo contesto sociale, e i personaggi principali sono tutti femminili (per non menzionare alcuni indizi seminati di proposito dal regista, come la figura del dottore, che è rilevante in entrambi). Senonché la Nora di Ibsen viene qui triplicata in altrettante sorelle che, poste nella situazione controversa del matrimonio borghese com’era concepito all’epoca, reagiscono ad essa ognuna a proprio modo, secondo una forma piú moderna ed espressionista (qui ci sono dei contatti col teatro di Strindberg, specialmente per quanto riguarda la sorella piú “matura”). La prima (Liv Ullmann) — e questa è la prima sfida chiarissima lanciata dal cineasta al testo del commediografo — agisce con il dottore come non agiva la Nora di Ibsen, ovvero vi tradisce il marito. La seconda sorella, apparentemente la piú equilibrata, in realtà nasconde nel rapporto col marito una forte nevrosi che si scatenerà proprio in una scena magistrale del film. La terza sorella, l’unica non sposata, è destinata addirittura a morire, ed in questo senso possiamo quantomeno tacciare Bergman di un certo moralismo, ovvero ci suggerisce che il matrimonio è un male necessario ed inevitabile, e chi vi si sottrae non è destinato ad una buona fine. Il finale di “Sussurri e grida” si accosta ad un altro maestro nordico, ovvero il Dreyer di “Ordet”, nel quale in questo film quasi del tutto parlato, ma in cui non mancano immagini forti, si riafferma la forza della parola, potenza capace di risolvere situazioni di discordia (la Sarabanda di Bach sostituita al dialogo riconciliatore tra le due sorelle) o addirittura di superare la morte.

1972, scritto e diretto da Ingmar Bergman, con Liv Ullmann e altre attrici scandinave

this is the end

15 Dicembre 2016 Nessun commento

Un trentennio buono è ormai passato da che il buon Art Spiegelman con il suo “Maus” ha dato la stura all’autobiografismo a fumetti, e da allora se ne son viste di tutti i colori, diciamolo, e ancora se ne vedranno. Chiunque si è sentito autorizzato a scarabocchiare i fatti suoi, perlopiú con stile grafico infantilesco, sia che la storia fosse degna di essere resa nota (pensiamo agli esiti piú felici, come quelli di Marianne Satrapi, etc.) sia che la narrazione ruotasse intorno al proprio ombelico (la casistica è piuttosto ampia). Last but not least, per ora, arriva la storia che ci racconta Roz Chast, vignettista del New Yorker, la quale — ebrea americana anch’ella come Spiegelman — squaderna impietosamente gli ultimi dieci anni di vita dei suoi anzianissimi genitori, e dobbiamo dire che l’effetto è ancora piú deprimente di quello del capostipite, giacché mentre lí si raccontavano faccende tristissime, ma che riguardavano altri e nelle quali, oltretutto, l’apporto creativo contribuiva ad allontanare il nostro punto di vista, qui ci sono cose che riguardano o riguarderanno tutti noi, purtroppo, addolcite sí da un certo umorismo, ma spiattellate belle e buone come sono, ed il pensare che si tratta della migliore delle sorti augurabili ad ognuno di noi non è un pensiero che allieti l’animo, anzi.

Rizzoli Lizard editore, 240 pagg. a colori, 20 euri

Categorie:fumetti Tag:

occhio alla madama

13 Dicembre 2016 Nessun commento

Opera lirica di primo Novecento del Puccini, tornata per Sant’Ambroeus quest’anno nella sua versione originale alla Scala, luogo dove debuttò e fece fiasco a suo tempo (il compositore poi la rimaneggiò e venne ripresentata a Brescia pochi mesi dopo, con successo, quella seconda volta). Dopo il pezzo di bravura contrappuntistico orchestrale d’apertura, la narrazione della vicenda — piuttosto sempliciotta — è accompagnata da un flusso musicale continuo, dove non esiste pressoché separazione tra arie e recitativo; il materiale compositivo è infatti tanto “smaterializzato” da risultare quasi del tutto sfuggente alla memoria, secondo un’idea del melodramma nella quale non è difficile riconoscere l’influenza dell’opera wagneriana o dei suoi seguaci dell’epoca (Massenet, etc.), il quale del resto non prescindeva da referenti molto piú antichi, tipo Monteverdi & company. Tutto questo magma di testo e musica continui va ascoltato e seguito con attenzione non superficiale, perché non mancano momenti di puro lirismo o di provocazione letteraria e simbolica, come pure avviene in Wagner, e sarebbe un peccato lasciarseli sfuggire avanzando frettolosi giudizi di barbosità o di eccessiva semplificazione della storia. Il contenuto infatti, ripreso da romanzi e copioni teatrali di poco precedenti, risente fortemente della tipica fattispecie letteraria tragica di fine ottocento, che vede la protagonista suicidarsi (Bovary, Anna Karenina, etc.), e ambientata esoticamente in un Giappone anch’esso molto di moda nell’Europa fin-de-siècle. Nulla di particolarmente originale, quindi, ma la cui insita contrapposizione nippo-bimba vs. Pinkerton, ovvero Giappone vs. USA, prefigura gli scontri ben piú pesanti che coinvolgeranno le due potenze pochi anni dopo (l’ambientazione precisa è Nagasaki, per dire).

Pier Paolo

22 Novembre 2016 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Rubens e la nascita del Barocco”. Finalmente una bella mostra, che raccoglie una quarantina di opere della sterminata produzione di Rubens (e bottega, naturalmente) e altrettante di autori pre e post-rubensiani, ad illustrarne gli ascendenti e i discendenti. Data la vastità del tema, i curatori hanno focalizzato l’attenzione sul contesto italiano, ovvero sulla maturazione della sua pittura acquisita nel suo viaggio al di qua delle Alpi di inizio Seicento, e sulle ispirazioni formali esercitate presso gli autori italiani dell’epoca. Purtroppo, per sviluppare adeguatamente una tesi di cosí vasta portata si sarebbe dovuta allestire una esposizione immensa; ci si è limitati perciò ad esibire alcune sculture romane per indicare l’ispirazione all’arte classica, e ad un tintoretto dei piú sfigati per suggerire il lato della complessità compositiva (certamente vero, ma si potevano portare degli esempi piú eclatanti dello stesso Tintoretto). Il debito verso Caravaggio è solo accennato; piú enfatizzato, giustamente, quello verso Michelangelo per la maestosità delle figure e per la continuità della pittura di Rubens con il Manierismo, che infatti salta a piè pari il realismo caravaggesco, o meglio, se ne serve per quanto gli è utile nel conferire verosimiglianza alla artificiosità della composizione. La seconda parte della mostra, ovvero quella dei crediti verso i colleghi, è limitata anche qui a pochi esempi: Gianlorenzo Bernini (?), Luca Giordano, il Lanfranco, un bellissimo San Sebastiano di Simone Vouet recentemente visto nella mostra del barocco romano nella capitale, e qualcos’altro. Il limite di essersi concentrati sul contesto italiano ci può dare l’idea un po’ fuorviante che il retaggio di Rubens non sia stato altro che una misurata restaurazione della maestosità del primo Rinascimento italiano dopo le “derive” contorsionistiche del manierismo, contraddicendo quasi in termini il titolo della mostra, nel senso che se davvero la pittura di Rubens è il piú fulgido esempio del nascente Barocco, questo va ritrovato soprattutto a partire dalla sua produzione sviluppata dopo il ritorno ad Anversa; si veda la fiammeggiante Crocifissione, con la diagonale che segna un chiaro riavvicinamento al manierismo, e d’altro lato con la figura piú misurata del Cristo crocifisso che diventa, anche e soprattutto tramite l’allievo Van Dyck (inspiegabilmente dimenticato anche nella semplice citazione) un modello per tutto il Seicento italiano della Controriforma, fino ad arrivare alle riproduzioni su immaginette ecclesiali dei giorni nostri. Insomma, va bene visitare la mostra, e rimanerne abbagliati, ma poi è bene smazzarsi libri illustrati in quantità, per capirci qualcosa di piú.

Ritratto di Chiara Serena Rubens (1616), olio su tela, cm 37 x 27, Liechtenstein Museum, Vienna

Categorie:arte Tag:

dd362

31 Ottobre 2016 Nessun commento

Dopo un lungo silenzio, il buon Tiziano Sclavi torna a scrivere una storia di Dylan Dog, tutta incentrata sul tema dell’alcoolismo, e dei fantasmi, ma incapace di risvegliare il benché minimo interesse (anche i dialoghi sono ad un livello di banalità mai raggiunta), per non parlare dei disegni sclerotici di Casertano. Giudizio generale: tavanata galattica.

Categorie:fumetti Tag:

lo show dell’uomo vero

24 Ottobre 2016 Nessun commento

Truman show è un film dalla doppia chiave di interpretazione. Da un lato è una critica del medium televisivo, in questo senso già allora piuttosto datata, in quanto propaggine Nineties sulla scia del filone “Videodrome”, anche se lo si vede generalmente come una prodromica caricatura grottesca dell’allora nascente moda dei reality shows. Inoltre, se Cronenberg prendeva di mira l’attitudine aggressiva del piccolo schermo televisivo, nel film diretto da Peter Weir i tempi sono cambiati: il medium arrembante sta diventando la Rete, che richiede piú intelligenza da parte dell’utente, e infatti per catturare il pubblico apatico televisivo è sufficiente mettere in scena la normalità della vita di una persona qualunque (Truman = True Man). Dall’altro lato, nella sua concezione di fondo, “Truman Show” è una vera e propria storia di fantascienza, alla Philip Dick, del quale non a caso viene citata la scena finale del Padre creatore di “Do androids dream…”.

1998, scritto da Andrew Niccol, diretto da Peter Weir, musiche di Philip Glass e altri, interpretato da Jim Carrey e altri

one two three… agnition

21 Ottobre 2016 Nessun commento

Un soldatino francese torna in incognito in terra di Germania per conoscere la famiglia del soltato tetesco che è stato costretto a uccidere face-to-face nella prima guerra mondiale (anche questo, come l’episodio analogo ne “La grande guerra” di Monicelli, pare essere una probabile ispirazione per la celeberrima “Guerra di Piero” di De André). La storia — sotto molti aspetti un cliché le cui agnizioni e mistificazioni sceniche hanno un che di mitologico o di biblico — è molto interessante per una fattispecie di tipo semiologico, ovvero la trasformazione degli elementi della narrazione dal cinema muto al cinema sonoro (si presta a questo tipo di osservazioni perché “Frantz” è il rifacimento di un film di Lubitsch del 1932). Se nel cinema muto, e nel portato del cinema sonoro dei primi anni, lo sviluppo narrativo veniva spinto in avanti tramite snodi manifesti, coagulati sotto forma di azione scenica, per poter essere compresa senza troppa difficoltà, nel caso di Frantz il concetto di snodo narrativo sopravvive ma viene sostituito (in maniera sincretistica, potremmo dire), grazie all’introduzione del parlato e alla sua maggiore possibile descrittività, da elementi che agiscono prevalentemente in direzione psicologica, e che permettono di avvicinare il cinema alla dimensione da teatro da camera, che coinvolge prevalentemente l’aspetto interiore dei personaggi, e quindi le finzioni e gli svelamenti hanno l’effetto di determinare ripetuti cambiamenti di fronte della visione interiore dei personaggi (che poi è la nostra) e questo sviluppo per mutazione di atmosfera o di punto di vista è molto piú efficace e coinvolgente per lo spettatore. (il cambiamento di atmosfera è sottolineato infatti, dal regista, introducendo in certi momenti l’uso del colore in un film totalmente in bianco e nero).

2016, regia di François Ozon, tratto da un romanzo di Maurice Rostand del 1925 (“L’homme que j’ai tué”), che lo stesso autore trasformò in testo teatrale nel 1930, che venne tradotto cinematograficamente da Ernst Lubitsch nel 1932; attori principali Paula Beer e Pierre Niney.

Categorie:Cinema Tag:

nn304

11 Ottobre 2016 Nessun commento

Una storia hard-boiled, ambientata in un contesto alla Blade Runner, segna il ritorno di Medda dopo un tot di tempo alla sceneggiatura (quanto? boh, e chi lo legge mai sto nathannever). Certo, l’effetto non è equivalente al ritorno di Sclavi a Dylandog — ogni volta una sorpresa — ma fa piacere ogni tanto ripartire dai fondamentali, con un bel viaggio nel topos (stra-abusato) della città fantascientifica costruita su piú livelli, illustrata graficamente con una resa poco piú che onesta, ma efficace. La storia in sé, inizialmente intrigante, si rivela poi però un po’ una pisquanata.

Categorie:fumetti Tag:

dd361

30 Settembre 2016 Nessun commento

La storia di Dylan Dog di questo mese, celebrativa del trentennale della collana dell’indagatore dell’incubo — e, come tale, tutta a colori, illustrata splendidamente da un Gigi Cavenago ispiratissimo da Massimo Carnevale — segna quasi simbolicamente piú che mai il passaggio di consegne avvenuto ormai da un po’ dall’èra Sclavi a quella di matrice recchioniana. Laddove gli incubi originarii erano conseguenza di turbe psichiche e simpatiche alienazioni mentali varie, sulla scorta dell’alcolismo sclaviano, “Mater dolorosa” vi sostituisce la sofferenza fisica, retaggio della salute precaria dell’autore, che determina un poema a fumetti tutto allegorico esistenzialista, incentrato su dolore e sofferenza, leopardianamente connaturati alla natura umana. Va da sé: trattandosi di un fumetto destinato a masse che si beano di serial tv da quattro soldi, non si va piú di tanto a fondo, e a un certo punto conviene leggersi gli originali del recanatese, meno stucchevolmente epigrammatici, e piú circonstanziati, di questi.

Categorie:fumetti Tag:

su coi pavesini

2 Settembre 2016 Nessun commento

Bellissima raccolta di saggi di Pavese sulla letteratura e altro, apparsi originariamente sotto forma di articoli per riviste culturali dell’epoca, oppure come prefazioni di romanzi. I saggi vanno dal 1930 al ’50 e sono fondamentali per capire molti aspetti culturali, nel senso piú ampio, che hanno caratterizzato l’Italia dal dopoguerra fino a oggi (o ieri, forse). Innanzitutto, i romanzi interessati dall’attenzione dell’autore sono soprattutto statunitensi, conseguenza forse della maggiore vitalità del panorama estero rispetto a quello italiano, depresso dal ventennio fascista. Chi scrive, naturalmente, non ha gli strumenti per giudicare nel merito la critica pavesiana, ma colpisce il fatto che accanto a scrittori ancora oggi di primaria importanza (quali Whitman, Edgar Lee Masters, etc.) ve ne siano altri che oggi sono del tutto misconosciuti, o quantomeno considerati di secondo piano (Caldwell, Sherwood Anderson, etc.). Una chicca vera e propria è data dalla sequenza di brani, separati cronologicamente di diversi anni, che riguardano l’Antologia di Spoon River, inizialmente letta direttamente in edizione originale da Pavese, con proprie traduzioni a corredo per presentarla al lettore italiano, e successivamente oggetto della prefazione alla prima edizione tradotta dall’allora sconosciuta Fernanda Pivano. Se già a questo punto si può capire l’importanza di una personalità come Pavese nel costruire la cosiddetta egemonia culturale della sinistra italiana nel secondo dopoguerra, in quanto editor dell’Einaudi attento ad un ambito culturale fortemente interessato — oltre che allo stile — al rispecchiamento della vita reale nella letteratura, è nella seconda parte di questa raccolta, meno incentrata su libri e autori ma su concetti piú generali — quali una riflessione sullo spostamento a sinistra degli intellettuali dopo il ’45, o un’altra che recensisce il libro X sulla battaglia partigiana salutandolo quale primo rappresentante di vero valore letterario rispetto a quelli usciti fino ad allora che avevano unicamente senso in quanto memorie di testimonianza — che riconosciamo nell’azione culturale di Pavese l’incipiente, e sacrosanta, appropriazione da parte della Sinistra della cultura italiota del secondo Novecento (ormai lasciata ad altri, o a nessuno).

il mio nome è Ruscello

21 Agosto 2016 Nessun commento

L’arco temporale narrato in “Mein Name ist Bach” è all’incirca di una settimana, quella corrispondente al viaggio intrapreso nel 1747 dal vecchio Johann Sebastian, dal figlio Wilhelm Friedemann e dalla figlia Johanna a Potsdam, alla residenza del principe Federico II di Prussia, presso la cui corte operava già il figlio Carl Philip Emanuel (oltre a Joachim Quantz). Ad occhio e croce la rappresentazione è un po’ esasperata ad arte, specialmente nel rapporto altero tra il principe e il J.S. Bach, la cui richiesta di elaborazione del celebre tema regio alla base della Musikalisches Opfer è dettato da una vera e propria sfida, e non semplicemente da una umile richiesta, quale doveva effettivamente essere, da parte di un compositore dilettante al grande Giovanni Sebastiano. Ma, come dicevamo, il tono viene esaltato soprattutto per mettere in campo la rete di rapporti paterni e filiali incrociati dei quali è intessuta la trama. Federico pare infatti rivalersi su suo padre (che fece uccidere il suo migliore amico) per interposta persona bachiana, mentre il primogenito Wilhelm Friedemann, scapestrato e modaiolo, è messo in contrasto col buon padre di famiglia Carl Philip Emanuel. Tutto sommato un film guardabile — ed anche utile, per l’allargamento della visuale storica che ci dà di un personaggio come Bach, considerato sempre soprattutto dal punto di vista astrattamente musicale — ricco di informazioni piuttosto attendibili, con l’aggiunta delle immancabili licenze poetiche per stuzzicare il pubblico generalista — quali il supposto flirt tra la moglie di Federico e Wilhelm Friedemann, o le tendenze omosessuali del primo — concessioni allo stile all’americana che tuttavia pare non siano state sufficienti a consentire che il film fosse ritenuto degno di commercializzazione anche in Italia.

2003, scritto e diretto da un certo Dominique de Rivaz, interpretato da Vadim Glowna, Jurgen Vögel e altri attori crucchi.

Studio Azzurro

5 Agosto 2016 Nessun commento

Bisogna armarsi di pazienza per visitare la retrospettiva dedicata ai lavori dello Studio Azzurro: sono infatti necessarie almeno quattro ore buone per ripercorrerne la sterminata sperimentazione artistico-visuale, che va dai primi anni Ottanta fino ai giorni nostri. All’inizio l’attenzione era puntata verso la novità invadente della tv a colori (sono gli anni di Videodrome di Cronenberg, per capirsi), quindi avevano grande rilevanza la percezione, l’illusione ottica, la simultaneità, il montaggio, etc. Via via il video tv viene messo sempre piú in secondo piano per lasciare lo spazio al teatro e all’immagine in movimento totale, con applicazioni nel campo dell’interazione col fruitore, fino ad arrivare ad una maturazione contenutistica che porta il trio di autori verso tematiche sociali rilevanti della contemporaneità. Da non perdere.

Categorie:arte Tag:

il segno Zeichen

1 Agosto 2016 Nessun commento

Il format, ormai consolidato da secoli, è quello del viaggiatore erudito che si aggira per i paesaggi italici, dispensando osservazioni intelligenti su ciò che va percorrendo con lo sguardo (Goethe, Stendhal, e chi piú ne ha etc. etc.) oppure, se si vuole, la sua versione piú recente fornita da Piovene, o da Nanni Moretti in giro per la capitale in Vespa, o da Gianni Celati per la Bassa Padana. In questo caso tocca al compianto Valentino Zeichen aggirarsi per la Città Eterna, sulla scorta di un suo precedente libro di poesie dal titolo meravigliosamente struggente (“Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio”, parafrasi di un verso di Omar Khayyam). Il cofanetto commercializzato dall’editore Fazi contiene, oltre al libro già citato, un dvd con un film di una 40ina di minuti di durata, per la regia di tal Filippo Carli, che ci conduce assieme al buon Zeichen per luoghi ultranoti di Roma, raccontatici come se il poeta trovasse lí per lí le parole per descrivere aspetti sempre in controtendenza rispetto alla visione che può avere il turista (ma non ci saremmo aspettati di meno, naturalmente), ed è proprio il tono improvvisato e allo stesso tempo intelligente che fa della poiesis di queste passeggiate una delle cose migliori tra le ultime che Zeichen ci ha lasciato.

p.s.: negli extra si trova un gironzolamento ai giardini di Villa Borghese dove si raccontano aneddoti personali e di famiglia, e un “messaggio all’Universo” pronunciato dalla baracca nella quale Zeichen ha vissuto per gli ultimi trent’anni.

Fazi editore, dvd + libro, 28 euri

anna e marco

29 Luglio 2016 Nessun commento

Niente di male: il buon Matthieu Mantanus (direttore d’orchestra, pedagogo musicale e presentatore televisivo) traveste da romanzo quella che in realtà è una dissertazione sulla storia e l’estetica della Musica, un dialogo platonico tra due giovani — una rockstar e una musicista di formazione classica — che ha lo scopo evidente di mescolare i generi e si propone di avvicinare i ggiovani alla conoscenza della musica classica. Peccato che la parte romanzata sia ridotta a mero filo conduttore e sia scritta in modo molto elementare, stucchevole oltremisura, e piena di buoni sentimenti e luoghi comuni, decisamente insoddisfacente per un qualsiasi lettore di romanzi, il che fa sospettare che il testo in origine fosse destinato al pubblico infantile e successivamente scivolato a qualche piano piú alto in termini di pretenziosità. Niente di male, ripetiamo: ci sono spunti interessanti anche per chi sul tema ne sa qualcosa di piú, ma esercizi del genere possono risultare validi sotto l’egida di autori di piú chiara fama, che per la legge dei grandi numeri possono raggiungere un vasto pubblico generalista, altrimenti risultano interessanti per poche persone di buona lena nella lettura, specialmente di età molto giovanile, infantile quasi, ai quali sarebbe stato meglio destinare questo testo, in una collana under 18, magari.

Mondadori, 140 pagine, 18 euri

Berta filava

25 Luglio 2016 2 commenti

Librettino che raccoglie tre brevi prefazioni per altrettanti cataloghi d’arte dedicati postumi alla Morisot, scritte rispettivamente da Mallarmé e da Valéry (2). Mallarmé aveva conosciuto personalmente la pittrice impressionista, e la sua prosa vaga e complicatissima restituisce un ritratto mondano che pare annebbiato dai fumi dell’oppio. Valéry invece ne era un lontano parente, lei era tipo sua zia di secondo grado, e si dedica maggiormente alla descrizione della sua pittura.

Castelvecchi editore, 60 pagg., 9 euri

M&Ms

5 Luglio 2016 Nessun commento

Scioccato dal suicidio rituale di Mishima di un paio d’anni prima, il buon Enrico Mugnaio butta giú queste poche paginette, divise in due sezioni, nella prima delle quali ragiona sulle motivazioni che secondo lui potrebbero aver condotto lo scrittore nipponico verso una fine cosí raccapricciante, giungendo ad una conclusione abbastanza banale, ovvero Mishima sarebbe stato espressione esemplare dello spirito giapponese, dedito al sacrificio del dovere e alla mancanza di senso dell’umorismo (è facile leggere qui un riflesso negativo della competitività economica fra Giappone e USA di quegli anni). Resosi conto di aver scritto niente piú di una pirlata il buon Miller ha pensato poi di aggiungere un seguito sotto forma epistolare, indirizzata direttamente al fu-collega del sol levante, un monologo nel quale allarga un po’ il discorso in senso filosofico, ma che in definitiva, malgrado questa appendice, non riscatta del tempo perso per leggerlo.

Feltrinelli, 46 pagg, 6,50 euri.

golpi di scena

1 Luglio 2016 Nessun commento

Film inscrivibile nel filone del cinema civile socialmente impegnato italiano, a metà tra realismo e docu-fiction. Anche stilisticamente si pone ad un crocevia tra la pura e asettica ricostruzione dei fatti (di Le mani sulla città, 1963, per es.) e la ricerca dell’effettaccio emotivo basato sul realismo (Mondo Cane, 1962). Filo conduttore è il ruolo della CIA nei golpi o golpetti vari che dagli anni 50 ai Settanta rovesciarono le governance di varie nazioni estere in modo favorevole agli USA. Si parte dai casi meno noti del Congo e del Guatemala negli anni Cinquanta, passando dall’uccisione di Che Guevara, per arrivare alla strage di piazza Fontana (il caso Pinelli/Calabresi in primo piano, con relativo ammazzamento reciproco, con Calabresi che fa una pessima figura, a tre anni dal suo assassinio, notare bene), fino a descrivere un caso molto recente, all’epoca, come il golpe di Pinochet in Cile, con torture a destra e a manca (qui ricorda molto Garage Olimpo di Marco Bechis, ante litteram).

1975, scritto e diretto da Giuseppe Ferrara, con Mariangela Melato, Riccardo Cucciolla, Lou Castel e altri.

Restituzioni

27 Giugno 2016 Nessun commento

MILANO – Gallerie d’Italia: “La bellezza ritrovata”. Simpatica iniziativa mecenatistica che il gruppo Intesasanpaolo intraprende ormai da quasi un trentennio, forse per farsi perdonare il ladrocinio verso il piccolo risparmiatore che ogni banca inevitabilmente perpetra da che mondo è mondo. Attraverso il progetto “Restituzioni” (del maltolto?) la banca suddetta si incarica di restaurare a proprie spese opere d’arte, o archeologiche, appartenenti al patrimonio pubblico o privato (in questo secondo caso si tratta prevalentemente di pale d’altare et similia). Presso le Gallerie d’Italia di Milano vengono esposte le opere trattate nell’edizione 2016, tra le quali si trovano alcuni pezzi celeberrimi e interessantissimi (il Cavaliere di Malta di Caravaggio, la Resurrezione di Rubens, il gruppo Cavaliere a cavallo con sfinge proveniente da Locri/Museo Archeologico di Reggio Calabria) oltre ad una serie numerosa di altre opere comunque molto interessanti e valevoli il restauro, che in molti casi è illustrato a latere con un video che ne documenta l’intervento da parte del restauratore e ne spiega le modalità. Tutto molto bello, anche considerato il prezzo del biglietto (3 euro con tessera Coop), che oltre ai capolavori restaurati permette di vedere la collezione permanente delle Gallerie e (in quest’occasione?) i 33 Quaderni del carcere di Gramsci e due grandi quadri sul tema, di Guttuso (I funerali di Togliatti e un altro di soggetto garibaldino).

Gaetano Gandolfi – Martirio di San Pantaleone e San Giorgio e il drago (1782), tempera su tela, cm 332 x 209, Napoli, Monumento Nazionale dei Girolamini, chiesa, cappella dei Santi Pantaleone e Giorgio

Categorie:arte Tag:

scavezzacollo

22 Giugno 2016 Nessun commento

Ennesimo reset di tutte le testate Marvel per accalappiare nuovi polli. Nel caso di Devil — diventato Daredevil per uniformarsi al merchandising internazionale di film, serial tv e pupazzetti vari — in effetti, le novità paiono essere ben poche, quantomeno se paragonate al buon vecchio Thor, che subisce addirittura una mutazione di genere (nelle vesti della segretaria del dottor Blake, nientedimeno). Le storie di Devil già da molto tempo, insieme a quelle del nuovo Occhio di Falco, sono l’ultimo baluardo realistico della produzione Marvel, lontane dal pupazzettismo grafico che ormai caratterizza molti supereroi, e in genere ruotano attorno all’aspetto legal-thriller (Matt Murdock è passato da avvocato a pubblico ministero), e il taglio è decisamente urbano e realistico (l’amico di sempre, Foggy Nelson, è malato di cancro) e in questo ciclo il tema trattato di sguincio è quello dell’immigrazione, dissimulata nella variante cinese, ma le riflessioni che si fanno portano a fattori piú generali. Dal punto di vista visuale, in questo periodo almeno, dopo varie sperimentazioni siamo tornati dalle parti della solida caratterizzazione data a suo tempo dal duo Miller-Janson, con influenze dallo stile di John Romita jr., che ben si adatta alle atmosfere noir delle storie.

Categorie:fumetti Tag:

non tocchiamo quel tasto

20 Giugno 2016 Nessun commento

Un documentario un po’ triste sulla Martha (inter)nazionale girato dalla figlia Stefania, avuta dal primo matrimonio (primo di tre o quattro) con un altro musicista (tal Vattelappesca Vattelappeschi), intervistato anche lui. Triste perché nonostante ci faccia conoscere la pianista elvetico-argentina (?) quale fu da giovine, il tutto è ammantato da una cappa di tristezza, dovuta in gran parte alla depressione di cui la pianista ortonima soffre evidentemente da molti decenni. Abbastanza inutile, in fondo, basta ascoltarne la musica.

Categorie:Classica, Musica Tag:

people from Ibiza

14 Giugno 2016 Nessun commento

Un giovane teutonico si reca a Parigi a fare il fricchettone e conosce una bionda che lo porta a Ibiza e lo inizia alle gioie di sex drugs & rockn’roll (anzi, piú che r&r si tratta della musica psichedelica della colonna sonora dei Pin Floy), poi lei lo molla e lui si fa una overdose di eroina e ciao. Una storia di genere quasi esclusivamente a due, un uomo e una donna, i cui antecedenti si possono cercare nella filmografia di Bergman, oppure in “Hiroshima Mon Amour”, ma in cui giocoforza si riconoscono il road-movie, con la sua libertà fricchettonesca, e la poetica dell’incomunicabilità di Antonioni, secondo un appiattimento relazionale di cui la droga è allo stesso tempo effetto e causa, aspetto d’altro canto esplicitamente dichiarato per via della citazione del paesaggio roccioso dell’isola, come nell’Avventura, altro film in cui un uomo e una donna “non si trovano”).

1969, regia di Barbet Schroeder, sceneggiatura di B.S. e Paul Gégauff, con Mimsy Farmer e Klaus Grünberg, musica dei Pin Floy

Categorie:Cinema Tag: , ,