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Archivio per la categoria ‘arte’

give me hope joanna

14 Giugno 2017 2 commenti

MONZA – Villa Reale: “Da Monet a Bacon”. Gli improbabili spazi espositivi della Villa Reale di Monza — ribattezzata Reggia di Monza dal marketing della nuova gestione privata alla quale il Comune l’ha affidata da qualche anno — ospitano fino al 2 luglio prossimo diverse decine di capolavori in prestito dalla Johannesburg Art Gallery, di Johannesburg per l’appunto, un museo che una facoltosa afrikaner-englishwoman di fine Ottocento ha voluto istituire, coi denari del marito-tycoon, quale atto d’amore e di filantropia (o filanginía?) nei confronti della sua città d’origine. Il nucleo principale è costituito da opere acquistate sul mercato europeo dell’epoca (alle quali se ne sono aggiunte altre per via di donazioni successive) e riflette il gusto e gli artisti che imperversavano in quel periodo, dall’Impressionismo, pre e post, alla pittura vittoriana, Picasso, Modigliani, etc. I nomi sono generalmente altisonanti, ma vi è anche qualche autore meno noto ma non meno meritevole d’attenzione, tuttavia i quadri sono generalmente tanto belli quanto poco conosciuti, data la loro lontananza dal circuito euro-occidentale che generalmente ci viene proposto dai mass media. L’intento della signora fondatrice era anche quello di raccogliere i lavori di artisti africani, e infatti l’ultima sezione della mostra è dedicata — anche se un po’ troppo sommariamente — alla presentazione di alcuni di questi. Il consueto titolo furbesco (nello stile “Da Tizio a Caio a Sempronio”) e un costoso bigliettone d’ingresso da dodici euri fanno da suggello al solito potpourri di simpatici quadri che comunque vale la pena di scomodarsi per andare a rimirarli, non foss’altro in omaggio alla lunga strada che hanno percorso per venirci a trovare fino in Brianza.

Lawrence Alma-Tadema, “La morte del primogenito del Faraone” (1858), olio su tela, cm 68 x 87

Charlotte sometimes

2 Giugno 2017 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Charlotte Salomon. Vita? o Teatro?” — Finalmente Mediolanum offre al pellegrino qualcosa di veramente interessante, ovvero la possibilità di conoscere l’opera metà pittorica e metà letteraria di Charlotte Salomon, nella sua prima esposizione italica. La Carlotta fu una sorta di Anna Franck (fra molte virgolette) delle arti figurative che, esiliata in Francia negli anni ’30-40 in quanto ebrea teutonica, dipinse forsennatamente nei suoi ultimi anni di vita una serie di pannelli a tempera o gouache (circa 800 tavole, in un formato che è grosso modo un A3 verticale) nei quali racconta la storia sua e della sua famiglia, alquanto sfortunata e ad alto tasso di suicidii, fino al giorno in cui viene catturata e spedita in un lager nazista nel quale morirà presto a nemmeno trent’anni. Sulla falsariga della sua “collega” di sventura Anna, anche Charlotte mescola fatti collettivi a fatti privati, che data l’età e la maggiore libertà consentitale hanno un peso rilevante (soprattutto, a quanto ci è dato di vedere, la liaison con il suo insegnante della scuola d’arte). Il valore aggiunto, se possiamo esprimerci in questi termini, rispetto alle molte testimonianze dell’Olocausto (pensiamo anche ad Etty Hillesum, per esempio) è dato proprio dalla componente artistica, di tutto rilievo, di questa narrazione in pannelli: lo stile si può inquadrare all’interno dell’espressionismo tedesco, ma secondo una declinazione molto personale, nella quale i disegni si fondono ai testi in un taglio molto moderno — che a chi scrive sembra anticipare le pagine a fumetti di Jules Feiffer — e la cui qualità insieme pittorica, grafica e letteraria fa rimpiangere ancora di piú, se mai possibile, la perdita di una notevole promessa artistica.

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Mosè pendolare

26 Maggio 2017 Nessun commento

MONZA – “Mosè Bianchi. Ritorno a Monza”. Un tot di tele di Mosè Bianchi in prestito dalla Galleria d’Arte Moderna di Milano, in temporanea trasferta in quel di Monza, si uniscono ad un altro tot di quadri appartenenti ai Musei Civici, ente che ospita fino a settembre quella che vorrebbe essere una panoramica — non certo esaustiva — dell’opera del Nostro, che in effetti spaziava tra i generi pittorici tipici di fine Ottocento, tipo ritratti istituzionali, tematiche simbolistiche, scene di genere, paesaggi, etc. Peccato che la qualità delle opere in esposizione sia discontinua: diversi non finiti, opere giovanili, acquerelli, etc.; insomma, aggiungendo ciò alla già citata eterogeneità degli stili e dei soggetti praticati dal Mosè, si rischia — se non si conoscesse già l’eccellenza del piú noto pittore locale brianzolo — in mezzo a tale varietà ed altalenanza, di farsene una idea poco precisa e non entusiasmante, ma comunque vale una visita.

“Fine di tavola” (1880), olio su tela, cm 54 x 67, Galleria d’Arte Moderna di Milano

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porca pupazza

9 Marzo 2017 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Keith Haring. About Art”. Un doveroso omaggio al decano dei graffitari, che invita il visitatore a guardare ai pupazzetti di Keith Haring in relazione alla storia dell’arte, alla ricerca di riferimenti colti, amabilmente dissimulati sotto la veste grafica infantile e stilizzata. Se pure queste referenze in effetti ci siano, e la mostra ne porta le controprove, sotto forma di rilievo della Colonna Traiana (riprodotta, naturalmente), oppure un minipolittico medievale, o i quadri semi-astratti ma fumettosi di Alechinsky, vabbè Warhol ovviamente, etc., ebbene l’operazione intera sa un po’ di ultima spiaggia della critica d’arte, se non addirittura di arrampicamento sugli specchi, pur senza arrivare agli estremi ineguagliabili di chi qualche anno fa proponeva una lettura dei dripping-paintings di Pollock alla luce di Michelangelo (si è arrivati anche a questo). D’altro canto, quello che rischia di passare in secondo piano è il legame dell’arte di Keith Haring con la sua contemporaneità, con la musica, la cultura gay, la trasgressione (tutti aspetti qui opportunamente dimenticati), che ne fanno la quintessenza della pop-art, ancor piú della Pop-Art stessa alla quale si ispirava, la quale altro non era che una parodia intellettualistica del fenomeno pop. Quella di Haring era invece arte che si fa vita, e che trova il suo senso nel suo stesso vissuto, senza nessun bisogno di attribuirvi referenze piú o meno colte per giustificarne il valore.

“Altarpiece” (1990) scultura in bronzo, patinato d’argento, cm 206 x 152 x 5, The Keith Haring Foundation

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Pier Paolo

22 Novembre 2016 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Rubens e la nascita del Barocco”. Finalmente una bella mostra, che raccoglie una quarantina di opere della sterminata produzione di Rubens (e bottega, naturalmente) e altrettante di autori pre e post-rubensiani, ad illustrarne gli ascendenti e i discendenti. Data la vastità del tema, i curatori hanno focalizzato l’attenzione sul contesto italiano, ovvero sulla maturazione della sua pittura acquisita nel suo viaggio al di qua delle Alpi di inizio Seicento, e sulle ispirazioni formali esercitate presso gli autori italiani dell’epoca. Purtroppo, per sviluppare adeguatamente una tesi di cosí vasta portata si sarebbe dovuta allestire una esposizione immensa; ci si è limitati perciò ad esibire alcune sculture romane per indicare l’ispirazione all’arte classica, e ad un tintoretto dei piú sfigati per suggerire il lato della complessità compositiva (certamente vero, ma si potevano portare degli esempi piú eclatanti dello stesso Tintoretto). Il debito verso Caravaggio è solo accennato; piú enfatizzato, giustamente, quello verso Michelangelo per la maestosità delle figure e per la continuità della pittura di Rubens con il Manierismo, che infatti salta a piè pari il realismo caravaggesco, o meglio, se ne serve per quanto gli è utile nel conferire verosimiglianza alla artificiosità della composizione. La seconda parte della mostra, ovvero quella dei crediti verso i colleghi, è limitata anche qui a pochi esempi: Gianlorenzo Bernini (?), Luca Giordano, il Lanfranco, un bellissimo San Sebastiano di Simone Vouet recentemente visto nella mostra del barocco romano nella capitale, e qualcos’altro. Il limite di essersi concentrati sul contesto italiano ci può dare l’idea un po’ fuorviante che il retaggio di Rubens non sia stato altro che una misurata restaurazione della maestosità del primo Rinascimento italiano dopo le “derive” contorsionistiche del manierismo, contraddicendo quasi in termini il titolo della mostra, nel senso che se davvero la pittura di Rubens è il piú fulgido esempio del nascente Barocco, questo va ritrovato soprattutto a partire dalla sua produzione sviluppata dopo il ritorno ad Anversa; si veda la fiammeggiante Crocifissione, con la diagonale che segna un chiaro riavvicinamento al manierismo, e d’altro lato con la figura piú misurata del Cristo crocifisso che diventa, anche e soprattutto tramite l’allievo Van Dyck (inspiegabilmente dimenticato anche nella semplice citazione) un modello per tutto il Seicento italiano della Controriforma, fino ad arrivare alle riproduzioni su immaginette ecclesiali dei giorni nostri. Insomma, va bene visitare la mostra, e rimanerne abbagliati, ma poi è bene smazzarsi libri illustrati in quantità, per capirci qualcosa di piú.

Ritratto di Chiara Serena Rubens (1616), olio su tela, cm 37 x 27, Liechtenstein Museum, Vienna

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Studio Azzurro

5 Agosto 2016 Nessun commento

Bisogna armarsi di pazienza per visitare la retrospettiva dedicata ai lavori dello Studio Azzurro: sono infatti necessarie almeno quattro ore buone per ripercorrerne la sterminata sperimentazione artistico-visuale, che va dai primi anni Ottanta fino ai giorni nostri. All’inizio l’attenzione era puntata verso la novità invadente della tv a colori (sono gli anni di Videodrome di Cronenberg, per capirsi), quindi avevano grande rilevanza la percezione, l’illusione ottica, la simultaneità, il montaggio, etc. Via via il video tv viene messo sempre piú in secondo piano per lasciare lo spazio al teatro e all’immagine in movimento totale, con applicazioni nel campo dell’interazione col fruitore, fino ad arrivare ad una maturazione contenutistica che porta il trio di autori verso tematiche sociali rilevanti della contemporaneità. Da non perdere.

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Berta filava

25 Luglio 2016 Nessun commento

Librettino che raccoglie tre brevi prefazioni per altrettanti cataloghi d’arte dedicati postumi alla Morisot, scritte rispettivamente da Mallarmé e da Valéry (2). Mallarmé aveva conosciuto personalmente la pittrice impressionista, e la sua prosa vaga e complicatissima restituisce un ritratto mondano che pare annebbiato dai fumi dell’oppio. Valéry invece ne era un lontano parente, lei era tipo sua zia di secondo grado, e si dedica maggiormente alla descrizione della sua pittura.

Castelvecchi editore, 60 pagg., 9 euri

Restituzioni

27 Giugno 2016 Nessun commento

MILANO – Gallerie d’Italia: “La bellezza ritrovata”. Simpatica iniziativa mecenatistica che il gruppo Intesasanpaolo intraprende ormai da quasi un trentennio, forse per farsi perdonare il ladrocinio verso il piccolo risparmiatore che ogni banca inevitabilmente perpetra da che mondo è mondo. Attraverso il progetto “Restituzioni” (del maltolto?) la banca suddetta si incarica di restaurare a proprie spese opere d’arte, o archeologiche, appartenenti al patrimonio pubblico o privato (in questo secondo caso si tratta prevalentemente di pale d’altare et similia). Presso le Gallerie d’Italia di Milano vengono esposte le opere trattate nell’edizione 2016, tra le quali si trovano alcuni pezzi celeberrimi e interessantissimi (il Cavaliere di Malta di Caravaggio, la Resurrezione di Rubens, il gruppo Cavaliere a cavallo con sfinge proveniente da Locri/Museo Archeologico di Reggio Calabria) oltre ad una serie numerosa di altre opere comunque molto interessanti e valevoli il restauro, che in molti casi è illustrato a latere con un video che ne documenta l’intervento da parte del restauratore e ne spiega le modalità. Tutto molto bello, anche considerato il prezzo del biglietto (3 euro con tessera Coop), che oltre ai capolavori restaurati permette di vedere la collezione permanente delle Gallerie e (in quest’occasione?) i 33 Quaderni del carcere di Gramsci e due grandi quadri sul tema, di Guttuso (I funerali di Togliatti e un altro di soggetto garibaldino).

Gaetano Gandolfi – Martirio di San Pantaleone e San Giorgio e il drago (1782), tempera su tela, cm 332 x 209, Napoli, Monumento Nazionale dei Girolamini, chiesa, cappella dei Santi Pantaleone e Giorgio

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ritts

25 Maggio 2016 Nessun commento

MILANO – Palazzo della Ragione: “Herb Ritts. In equilibrio”. Prima grande retrospettiva (così dicono) dedicata ad Herb Ritts, fotografo anni 80-90, a metà (in equilibrio, appunto) tra la fotografia d’arte e quella piú glamour al servizio della moda e dello star system. Ritroviamo, infatti, molte delle immagini ormai divenute icone, tratte dal mondo della musica (la copertina di “True Blue” di Madonna, per es.) o semplicemente fotoritratti di attori del cinema, fotomodelle, etc. Per quanto riguarda la sua produzione svincolata dalla committenza Ritts prediligeva il bianco e nero e si ispirava all’estetica spartana di fotografi del primo Novecento (del tipo Tina Modotti) oppure alla ricerca scultorea formale attorno al corpo culturistico maschile (in questo caso il pensiero va inevitabilmente a Mapplethorpe). Viene dedicata una sezione del percorso di visita ad un vecchio servizio eseguito estemporaneamente per Richard Gere, prima del loro reciproco esordio professionale, e che determinò il lancio dei due nelle rispettive carriere. Altro elemento interessante è la proposizione di alcuni scatti celeberrimi accompagnati dai provini di studio scartati, che permette di osservare il processo creativo per arrivare all’immagine finale.

p.s.: si prestò anche alla regia di diversi videoclip musicali, i primi dei quali particolarmente interessanti (“Cherish” della già citata Ciccone, Janet Jackson, etc.).

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tira più un caravaggio che etc. etc.

18 Maggio 2016 Nessun commento

NOVARA – “Da Lotto a Caravaggio. La collezione e le ricerche di Roberto Longhi”. Se la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre s’è esaurita da tempo, quella (coeva) della rinascita caravaggesca, determinata dalla tesi di laurea (1911) del buon Roberto Longhi, è ancora forse nel suo momento di massimo fulgore. Il panorama espositivo italiota infatti non fa che riadattare in varie guise la formuletta di marketing del titolo “Da X a Caravaggio” per allestire piú o meno motivate occasioni di visitazione. In questo caso l’operazione è abbastanza onesta, e consiste nel portare in quel di Novara una parte della collezione dello studioso artistico, con alcune integrazioni di varie provenienze, che fondamentalmente si propone di esemplificare la pittura pre e post Caravaggio. Data la vastità del tema in esame non è difficile reperire del materiale in tal senso, anche se ci permettiamo di considerare mal riposta l’importanza data dal Longhi al Lotto, anticipatore secondo lui — in quanto lombardo — del naturalismo caravaggesco. Andava piuttosto ricercata nel Peterzano o in Antonio Campi, ma forse all’epoca gli studi non erano molto piú avanzati di quanto lo siano oggigiorno, del resto. Per quanto riguarda l’uso del contrasto chiaroscurale è evidente (a noi) il precedente di “San Matteo e l’angelo” (1534) del Savoldo, mai citato nella mostra. Ad ogni modo, l’occasione è propizia per ammirare alcune opere eccellenti come quelle di Valentine de Boulogne (il migliore dei caravaggeschi francesi, ma forse il migliore in assoluto, in quanto nei suoi quadri si conserva ed estende un caravaggismo fedele al maestro, e non punto di partenza per il proprio rinnovamento stilistico operato da artisti piú grandi quali Ribera o Velazquez), o la serie degli Apostoli recentemente attribuita al Ribera, etc. oppure come la splendida Giuditta & Oloferne del veronese Battista del Moro, messa come anticipazione del tema piú volte svolto dal Merisi e dalla Gentileschi.

Valentine de Boulogne, “La negazione di Pietro” (ca. 1620), olio su tela, cm 171 x 241, collezione Longhi, Firenze

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Boccioni

20 Aprile 2016 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Umberto Boccioni. Genio e memoria”. Simpatica mostra dedicata al grande pittore-scultore calabro-forlivese nel centenario della fatale caduta da cavallo. Troviamo alcune delle sue formidabili opere affiancate da altre di artisti nei confronti dei quali i debiti del Nostro sono innegabili (e innegati da lui stesso, come vedremo). Si va dal grande ritratto della madre, di Giacomo Balla, che ispirò nel primo periodo boccioniano svariati soggetti analoghi, al divisionismo simbolista di Segantini e Previati, al cubismo di Picasso e Braque, declinato in chiave dinamica nel celeberrimo “Elasticità”, che assieme alla serie “Forme uniche nella continuità dello spazio” rappresenta uno dei migliori esiti del Futurismo. L’apparato critico che scandisce il percorso ci propone uno sguardo nel retrobottega dell’Umberto, attraverso i grandi fogli d’album che raccolgono riproduzioni fotografiche di opere celebri e meno celebri che Boccioni conservava e dalle quali traeva a volte ispirazione.

“Autoritratto” (1908), olio su tela, cm 70 x 100, Pinacoteca di Brera, Milano

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l’ennesima mostra

14 Marzo 2016 Nessun commento

Triennale di Milano – “Ennesima. Una mostra di sette mostre sull’arte italiana”. Un accatastamento piú o meno sensato di opere d’arte contemporanea italiane — ordinate secondo un filo conduttore determinato da 7 temi piú o meno pretestuosi — opere tutte piú o meno sconosciute e con pochi pezzi rilevanti, tra i quali le rievocazioni di tableaux-vivant anni Settanta di Gino De Dominicis e altri.

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simbolismo

2 Marzo 2016 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Il Simbolismo”. Simpatica mostra sul Simbolismo, corrente figurativa continuativamente legata alla temperie del Romanticismo e all’allegorismo neoclassico, che sottotraccia permanettero (?) anche dopo l’avvento dell’Impressionismo, componenti alle quali si aggiunse l’input letterario (di Baudelaire in primis) che in miscela esplosiva fecero detonare l’inconscio, per superare la vuotaggine estetizzante della corrente di Monet & soci. Celebre in Italia per la sua declinazione divisionistica (Segantini, Previati, etc.), anticipò la piscanalisi froidiana.

Arnold Böcklin – “L’isola dei morti” (1880)

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carne y sangre

15 Febbraio 2016 Nessun commento

Diamo il benvenuto ad una relativamente nuova tendenza cinematografara che ha lo scopo di raccattare qualche spettatore perduto a causa di internèt: l’idea “geniale” consiste nel proiettare su grande schermo documentari monografici relativi ad artisti o a grandi mostre riguardanti i suddetti. La benemerita “Exhibit on the Screen” (società o marchio che smercia questi prodotti) si esercita in questo caso in un documentario su Francisco Goya, prendendo spunto da una recente mostra della produzione ritrattistica del pittore spagnolo tenutasi alla National Gallery di Londra, con belle immagini ed interviste esaustive a curatori e studiosi albionici, per poi propagarsi per completezza anche nella terra in cui il Goya operò (fu pittore alla corte di Madrid per lungo tempo) dando voce, in questo caso, ad esperti iberici. Il filo narrativo è affidato ad un attore piuttosto somigliante che incarna il Goya e che ci legge alcune lettere scritte all’amico d’infanzia e ad altri. Tutto molto bello.

mucha’s gratias

21 Dicembre 2015 Nessun commento

Milano – Palazzo Reale: “Alfons Mucha e le atmosfere art-nouveau”. Una mostra che non smentisce la generale tendenza alla superficialità della proposta espositiva meneghina. In primo luogo, di Alfons Mucha non si considerano altro che i (magnifici) manifesti teatrali e/o pubblicitari e la ricaduta stilistica sul nascente design Art Nouveau, perdendo cosí l’occasione di illuminare il percorso di un artista che meglio di tutti rappresenta il crocevia tra l’arte classica e la modernità. In secondo luogo, è peccato mortale non averne sottolineato l’apprendistato viennese, avvenuto negli stessi anni in cui si formava Gustav Klimt, alla scuola di Hans Makart, pittore di storia, che già conteneva in nuce la centralità della figura femminile, poi esplosa in modi alquanto diversi nelle opere dei due quasi coetanei esordienti, sviluppando tratti comuni che sarebbe il caso di indagare meglio. Un altro elemento mancante — che suggerisce di prendere i curatori e metterli in ginocchio sui ceci — è quello di aver sorvolato del tutto l’avvenuta trasformazione dell’opera d’arte da opera singola, detenuta dal ricco committente di una volta, alla moltiplicazione degli esemplari dell’opera (in conseguenza della rivoluzione tecnologica operata dalla stampa, e in un altro senso dalla fotografia) e dalla destinazione pubblica dell’opera, che avverava materialmente la teoria socialista dell’arte esposta pochi decenni prima da William Morris, il quale augurava un’arte per il popolo, una bellezza diffusa per le masse, e non piú destinata solo alle élite. (da Morris vengono prese di peso l’utilizzo della decorazione floreale stilizzata, e l’ispirazione allo stile delle vetrate con i contorni neri del cloisonné, tratti tipici di Mucha) Terzo aspetto: Mucha si trasferisce a Parigi da Vienna e dà alle stampe il suo primo manifesto per Sarah Bernhardt nel 1895, ma si trascura di sottolineare che, sebbene stilisticamente eccelsi, i suoi manifesti si iscrivevano in una tradizione parigina consolidata, di una città vivavicissima che trovava nelle affissioni pubblicitarie una manifestazione di vitalità, già dai tempi di Toulouse-Lautrec, che in Jules Chéret aveva trovato un degno erede, per poi essere affiancato da Eugène Grasset che già mette in campo lo stile e gli elementi iconografici che Mucha perfezionerà e porterà al parossismo, inventandosi però (ed è questo il tema della mostra) una perfetta sintesi dei costituenti decorativi che per osmosi passavano dal design degli oggetti delle arts&crafts alla pittura, e viceversa. Forse il tratto peculiare del suo mondo figurativo è l’abbinamento della sinuosità ordinata geometricamente delle forme del design trasposte in pittura con la sinuosità naturale della bellezza femminile, generando un contrasto che è allo stesso tempo una similitudine, nell’una parte c’è una componente dell’altra. C’è un ultimo fattore importantissimo — oltre agli scritti che Mucha ha lasciato (ma che naturalmente è inutile cercare nel bookshop della mostra) — e cioè il fatto che ad un certo punto Mucha ne ha avuto abbastanza del successo fatuo del mondo della pubblicità, per quanto negli ultimi tempi avesse cercato di avvicinare elementi simbolistici all’avvenenza, alla lunga stancante, delle sue figure femminili. Cerca fermamente infatti di tornare alla pittura seria, quella dei grandi cicli storici e simbolici (che, di nuovo, vedevano all’opera anche Klimt, si pensi agli affreschi perduti per le facoltà universitarie, o al fregio di Beethoven alla Secessione viennese, etc., che erano d’altro canto una costante diffusa nell’arte figurativa europea, si pensi a Giulio Aristide Sartorio e al fregio del Senato italiano). Mucha trovò alla fine chi finanziò il grandioso ciclo di tele che compone la cosiddetta “Epopea slava” — ora custodito al castello di Praga — la cui realizzazione lo occupò per gli ultimi vent’anni di attività, fissando alla fine della sua carriera una ricongiunzione con la Storia, suo punto di partenza artistico, e con la sua Patria.

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myth and nature

15 Novembre 2015 Nessun commento

Milano – Palazzo Reale: “Mito e Natura. Dalla Grecia a Pompei”. Titolo farlocco, scusa per traslocare temporaneamente al Nord un po’ di vasellame, corredi funebri o affreschi pompeiani, etc., dai musei archeologici di tutta Italy (e qualcosa anche dall’estero, Salonicco, Vienna, etc.). Tutto fa brodo, dato che l’arte figurativa greco-romana altro non poteva essere che imitazione della realtà, per quando idealizzata. Che, poi, le divinità greche fossero in stretta relazione con attributi della natura, anche questo è abbastanza scontato. Comunque un giro va fatto, se non altro per ammirare la selezione di oggetti piuttosto preziosa, anche quando riguarda vasellame a figure rosse o nere si tratta sempre di pezzi estremamente raffinati. Non manca qualche pezzo celeberrimo, come la tomba del Tuffatore di Paestum, e alcuni magnifici affreschi da giardino pompeiani, molto ben conservati.

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da Anonimo ad Anonimo

8 Ottobre 2015 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Da Raffaello a Schiele”. I controsensi del marketing fanno sí che uno dei quadri piú belli della mostra in questione non appartenga ai due grandi nomi scomodati per renderne altisonante il titolo, ma sia, paradossalmente, di un anonimo. Raffaello e Schiele sono infatti rappresentati con un’opera ciascuno, perdipiú di terza scelta (rispettivamente, la cosiddetta Madonna Esterhazy, e un disegno). All’interno dell’excursus temporale delimitato dai dati biografici di R&S, il museo di Belle Arti di Budapest — da cui sono state traslocate tutte le opere presenti — annovera in effetti molti capolavori, tra i quali i curatori hanno scelto soprattutto quelli corrispondenti ad un collezionismo privato (per quanto principesco, quale fu quello degli Esterhazy), quindi opere perlopiú di piccolo formato e tematiche che inducono al raccoglimento. E allora troviamo di tutto: da Tiziano a Monet, da Cranach a Van Dyck, da Rubens a Cezanne, etc. (tutti titoli validi, che ci sentiamo di suggerire alla fantasia dei curatori per eventuali future occasioni). Fino ad arrivare all’Anonimo di cui sopra, pittore romano del primo Seicento, evidentemente caravaggesco, la cui difficoltà attributiva della sua opera la dice lunga sulla qualità media della pittura dell’epoca, dato che anche un anonimo poteva concepire un capolavoro di tale fattura, sia stilistica che materica. Data l’inconsuetudine di soggetti di tal genere in quel periodo, avvaloriamo l’ipotesi che possa trattarsi di un’immagine della Maddalena penitente: manca il consueto corredo iconografico di gioielli e profumi, d’accordo, ma la ricca acconciatura e l’abbigliamento, per non parlare del broccato della tovaglia, ci portano verso quella direzione (o, quantomeno, l’allusività è molto forte, ancor di piú pensando come lo stesso Caravaggio abbia trattato il tema specifico varie volte).

Anonimo pittore romano – Ragazza che dorme (Maddalena?), (1610-1620), olio su tela, Szepmuveszeti, Budapest

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tredigi digiotto

18 Settembre 2015 Nessun commento

Milano, Palazzo Reale: “Giotto. L’Italia”. Mostra carissima (12 euri di biglietto) e di velocissima durata (in meno di un’oretta è bell’e che visitata). Poco piú di una dozzina di opere giottesche, in una ambientazione sacrale che, come al solito, propone il titolare come il genio assoluto, suggerendo che prima di Lui non c’era nulla di decente nel campo dell’arte e, dopo di Lui, tutti sono suoi epigoni. Nel merito della scelta delle opere, diciamo che tra la dozzina di pezzi proposti ce ne sono diversi di secondo o terz’ordine, oltre a qualcosa di veramente degno (tipo il Dio assiso, su tavola, proveniente dalla Cappella degli Scrovegni, magnificamente restaurato). Qualche accenno ai debiti di Giotto nei confronti della scultura del Duecento non avrebbe guastato la festa, e magari anche la citazione di Pietro Cavallini, il suo piú importante contemporaneo.

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mostre sintetiche

7 Settembre 2015 Nessun commento

MONZA – Villa Reale: “Italia. Fascino e mito dal Cinquecento al contemporaneo”. Una delle solite mostre provincialotte di quelle organizzate alla Villa Reale di Monza. Fondata sul tema piú banale possibile — ovvero l’influenza italiana nell’arte e nella cultura europea — ha come unico pregio quello di essere svolta evitando i luoghi comuni (il che torna comodo per la piú facile disponibilità di prestiti per opere “minori”), permettendo al visitatore di conoscere cose pressoché sconosciute di varia provenienza (la maggior parte, chissà perché, dal Lichtenstein), alcune delle quali effettivamente meritevoli di attenzione (le due o tre tele del Mengs, per esempio), altre — soprattutto quelle riferite agli autori piú blasonati — trascurabili (uno scarso Tiziano, i pietosi paesaggi da geometra del Vanvitelli, un Rubens di bottega, etc.). Purtroppo, per la vastità del periodo preso in considerazione — circa cinque secoli — ogni tema nei quali la mostra è suddivisa è illustrato da un paio d’opere al massimo, un po’ pochine, che costringono ad un riassunto per sommissimi capi.

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caduta da cavallo

20 Agosto 2015 Nessun commento

Vittorio Sgarbi, si sa, non è la grande cima per la quale si spaccia (almeno nel ramo artistico). Difatti, quello che troviamo nel suo ultimo libretto non è altro che un onesto e abbastanza accurato riassunto della vita del Caravaggio, ripercorsa attraverso le sue principali opere e la riproposizione di stralci delle fonti storiche e critiche (il Bellori, il Longhi, etc.). Quello che lascia a desiderare è il contributo critico proprio dello Sgarbi, che fatica sempre ad uscire dall’ovvietà e, quando si cimenta in accostamenti originali o interdisciplinari, spesso appare un esercizio forzato o fuori luogo. L’esperienza c’è, insomma, ma manca lo scarto del genio, quello che ci si aspetterebbe da chi si spaccia per tale da quasi un trentennio.

Bompiani, 160 pagine, illustrazioni a colori, 12 euri.

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Leo

4 Giugno 2015 4 commenti

MILANO, Palazzo Reale – “Leonardo 1452-1519”. Alla buon’ora: finalmente una mostra in cui il titolare — e qui siamo al paradosso piú totale — non venga presentato come il Genio sorto dal nulla ma del quale vediamo invece il retroterra culturale (il neoplatonismo fiorentino), i modelli formali (Verrocchio, Ghirlandaio) e le fonti di ispirazione (codici a stampa). Va detto che tale frangente virtuoso è stato reso obbligatorio a causa della scarsa disponibilità al trasporto dei veri capolavori pittorici del Leonardo, onde per cui la quale sono esposti solo quadri minori (il San Gerolamo incompiuto, la tanto sbandierata Belle Ferronière [che non è sto granché in confronto agli altri ritratti femminili], il Musico dell’Ambrosiana, il Battista del Louvre, e poco altro). Ampio spazio è dato ai disegni, provenienti da Milano, Torino, dal British Museum, etc., grazie ai quali abbiamo la possibilità di entrare nel laboratorio leonardesco, fatto di schizzi preparatorii per i quadri, studi anatomici, meccanici e di ingegneria, invenzioni squinternate, etc. Il percorso di visita si conclude con un cenno alle eredità pittoriche che Leonardo ha lasciato al Cinquecento lombardo, tema che meriterebbe una grande mostra a sé, dove troviamo una scarna rappresentanza di esempi fra i quali comunque è stato scelto almeno un capolavoro come la piccola Madonna e bambino di Cesare da Sesto del Poldi Pezzoli.

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milo da caravaggio

22 Maggio 2015 Nessun commento

Prima parte (per un totale di due) di una storia a fumetti che il buon Manara dedica al Caravaggio, dove si prende in considerazione la vita del Merisi a cominciare dal suo arrivo a Roma fino al suo abbandono a causa dell’omicidio di Ranuccio Tomassoni. Nonostante alcune evidenti libertà narrative dovute alla necessità di sintesi, la fedeltà storico-artistica generale pare rispettata — con certificazione introduttiva nientepopodimeno che di Claudio Strinati — e, a parte alcune volgarità forse evitabili e il contorno di donnine poco Seicentesche, Manara riesce a restituire piuttosto bene l’atmosfera dell’epoca e a rendere credibile il rapporto apparentemente conflittuale tra l’arte e la vita di Caravaggio e quella dei prelati romani che lo sponsorizzavano. Tutto sommato, una delle cose migliori del Milo da qualche decina d’anni in qua, che fa dimenticare l’inqualificabile saga dei Borgia su testi di Jodorowsky.

Panini Comics, 64 pagine a colori, 16 euri e 90

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cicciottella

13 Aprile 2015 1 commento

BERGAMO – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea: “Palma il Vecchio. Lo sguardo della bellezza” (ma perché si sentono obbligati a mettere questi sottotitoli del menga? n.d.r.). L’idea alla base della mostra è quella di presentare un paio di polittici di Palma il Vecchio recentemente restaurati, ai quali si affiancano altre due o tre dozzine di quadri del titolare provenienti di qua e di là. Sicuramente vale la pena di una visita, se non altro per ammirare la qualità delle sacre conversazioni all’aria aperta, tipiche del territorio veneto nel quale il buon Palma si trasferisce dalla sua terra bergamasca d’origine. Pittore di grande successo alla sua epoca, oggi piuttosto in secondo piano, è abbastanza riconoscibile per le fattezze delle modelle dei suoi quadri, sempre molto cicciottelle, e per la cura posta nella resa dei tessuti sfoggiati nei ritratti femminili, retaggio dell’artigianato locale del suo paese d’origine.

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vicecomitis

1 Aprile 2015 1 commento

Milano, Palace Royal: “Dai Visconti agli Sforza”. Simpatica mostra che consente un excursus conoscitivo attraverso l’arte del Tre-Quattrocento milanese, secula seculorum dominati dai Visconti e dagli Sforza, con opere provenienti da musei pubblici e privati sia meneghini che esteri. Interessante soprattutto perché appare abbastanza chiaro il motivo del ritardo stilistico (rispetto all’attecchimento delle nuove concezioni rinascimentali) proprio del nord Italia, a partire dal lancio da parte dei Visconti della costruzione del Duomo di Milano in forme gotiche, col richiamo mitteleuropeo di scultori e scalpellini, fino al persistere dei legami con l’Oltralpe sotto forma di rapporti di casata degli stessi Visconti o degli Sforza, che giustificano l’attardarsi figurativo nell’alveo del gotico cortese. Poi ci sono i vari Foppa, Bergognone, etc., a portare novità mediate fra gli altri dal Leonardo e Bramante e piú o meno in quel periodo (primo Cinquecento, con la conquista della Lombardia da parte de li francesi) le casate si estinguono, quindi fine della Storia.

p.s.: peccato che queste mostre interessanti vengono riempite di chincaglierie tipo ostensori, miniature, incunaboli o scemenze del genere, sottraendo spazio ad opere vere.

Giovanni di Balduccio, “San Pietro martire e tre donatori” (ca. 1340), marmo; 80 x 86 x 14,5 cm, New York, Metropolitan Museum

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vincenzino e la zappa

20 Gennaio 2015 Nessun commento

MILANO – Palace Royal: “Van Gogh. L’uomo e la terra”. Simpatica mostra che fa di necessità virtú, dovendosi limitare esclusivamente a prestiti dal museo Kröller-Müller di Otterlo (Olanda), che contiene pochi capolavori e molte croste del primo periodo in cui Vincenzino muoveva i primi passi nella pittura di contadini sulla scia di Millet. Furbamente, l’impianto del percorso di visita è infatti basato proprio sull’illustrazione della fatica del dilettante alla ricerca della sua strada nell’arte, strada che troverà solo dopo aver lasciato i campi coltivati ed essersi recato a Parigi, dove conoscerà la Luce che illuminerà i suoi scuri quadri in una formidabile e futuribile sintesi di Impressionismo, Divisionismo ed Espressionismo. Esposte anche alcune delle famose lettere spedite al fratello e ad altri che documentano in maniera commovente la fatica e l’inesorabile forza di volontà che lo hanno condotto alla (purtroppo postuma) proclamazione di genio.

Autoritratto (1887), olio su cartone, cm 33 x 24

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casorati al cioccolato

9 Gennaio 2015 Nessun commento

ALBA (CN), Fondazione Ferrero: “Felice Casorati. Collezioni e mostre tra Europa e Americhe”. Bell’esempio di mecenatismo all’italiana, che raccoglie qualche diecina di quadroni e quadretti del Casorati, tutti molto interessanti da vedere, e perdipiú a sbafo. Solo due peccati veniali riscontrati: primo, il forte odore di cioccolata proveniente dalla vicina fabbrica e che pervade l’aere tutt’attorno alla Fondazione. Secondo, il criterio prevalentemente collezionistico e commerciale alla base della selezione delle opere, a spese di una maggiore comprensione dello stile Felice e dei rapporti stilistici con gli artisti a lui contemporanei. La ricerca pittorica di Casorati — tranne per i risvolti tetri che la sua pittura subisce a ridosso di eventi tragici della sua vita privata quali il suicidio del padre — è stata sempre e solo di tipo formale. È tale fin dal principio, con ascendenti quali Klimt o i divisionisti e soprattutto Picasso (si veda per esempio “Il concerto”, un calco realistico delle Damoiselles d’Avignon) declinati tuttavia su due temi fondamentali: il ritratto (dichiarato o dissimulato) e la natura morta. L’introduzione di elementi compartecipativi ricorrenti quali gli strumenti musicali, le uova o altro, non sono che l’equivalente dei salami di Jacovitti, pure forme riempitive utili all’applicazione della sperimentazione compositiva e cromatica. L’effetto di desolazione che si prova di fronte ai ritratti dell’età matura non è quindi altro che la riduzione della persona ad oggetto, risultato dello sguardo disincantato del pittore sul mondo, dimostrato attraverso l’equivalenza empatica nei riguardi del soggetto, che si tratti di cosa inanimata o di persona, che pur all’interno del ritorno al figurativismo dopo le avanguardie (notevoli i punti di contatto con la pittura di Achille Funi), conserva in spirito il carattere trascendente dell’astrattismo.

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nel blu dipinto di blu

12 Dicembre 2014 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Marc Chagall. Una retrospettiva”. Chi scrive si recava malvolentieri a visitare la mostra dedicata a Chagall, essendogli il mondo iconografico del pittore russo piuttosto estraneo e antipatico (cosí simile a quei tristissimi cartoni animati esteuropei che le tv trasmettevano quand’egli era bambino). La mostra in questione, invece, consente di ricredersi: lo Chagall, dopo un minimo di doverosa sperimentazione, trova abbastanza presto la sua cifra stilistica e, specialmente nei primi anni, dedica alla fattura qualitativa dei suoi dipinti una cura estrema (la visione dal vivo del quadro qui sopra riprodotto è spettacolare per stesura pittorica e cura dei dettagli). La sua tavolozza, inizialmente fredda e sbiadita, si farà via via sempre piú satura e ardita nel contrasto cromatico, caricando emotivamente i contenuti tematici di una luce adeguata.

“Il compleanno” (1915), olio su cartone, Museum of Modern Art, New York

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l’oggetto misterioso

27 Ottobre 2014 Nessun commento

MONZA – Villa Reale: “De Chirico e l’oggetto misterioso” (sic). La quantità di mostre intitolate a De Chirico di cui l’Italia è perennemente costellata va sempre approcciata con la massima cautela, ovvero — in molti casi, come in questo — da visitare solo se si abbia un deca in tasca da spendere senza troppi rimpianti. Le opere ivi esposte (tutte provenienti dalla Fondazione De Chirico di Roma) infatti rappresentano furbescamente, tranne poche eccezioni, quasi in toto il periodo tardo o tardissimo, dedicato in parte ad una stanca ripetizione mercantile dei soggetti di successo degli esordi, e ad un’altrettanto stanca ricerca di variazioni sul tema che lo portano a concepire composizioni in cui la metafisica si coniuga con il surrealismo affollato di Dalí, nella forma di apparecchiature in equilibrio che ricordano le installazioni di Calder. Un gran minestrone, insomma.

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attenzione, mucche al pascolo

25 Settembre 2014 2 commenti

MILANO – Palazzo Reale: “Segantini”. Bellissima retrospettiva dedicata al grande pittore trentino. Contiene praticamente tutto quel che di fondamentale c’è da conoscere dell’artista, dai lavori d’accademia, ai primi incerti tentativi alla ricerca di una propria strada, al successo dell’indirizzo naturalistico felicemente coniugato con lo stile divisionista, fino al funereo simbolismo esplicito di fine carriera (già comunque presente in forma latente e piú trattenuta anche nella sua produzione all’apparenza di genere). Manca comprensibilmente qualche quadro, anche importante; per esempio, il trittico simbolistico della vita e della morte rimasto al Museo Segantini di Sankt Moritz, e qualche opera intrasportabile per la sua delicatezza. Fondamentalmente, almeno nel suo periodo di maggior successo, il Segantini recupera i soggetti tipici dei macchiaioli italiani di qualche decennio prima (in ispecie il Fattori delle mucche) — spostando geograficamente l’obiettivo verso l’ambiente montanaro — rendendoli vibranti di luce attraverso l’uso sapientissimo e parossistico della tecnica divisionista (che in patria d’oltralpe era rimasta al livello di puro esercizio tecnico).

“Petalo di rosa”, olio e tempera su tela, cm 64 x 50, Collezione privata

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town protraits

26 Agosto 2014 Nessun commento

COMO – Villa Olmo: “Ritratti di città”. Una mostra dal tema un po’ banale ma che, in mancanza di meglio da fare, si può anche visitare. La scusa è quella di rappresentare la città secondo la visione degli artisti, tutti rigorosamente itagliani, nel corso del tempo. Quindi il discorso è circoscritto a nostri compatrioti e il limite temporale prevalente è quello del secolo scorso (tranne un’ultima sezione, la piú interessante, dedicata a giovani autori contemporanei). Con tali premesse, non possiamo aspettarci niente di inatteso: si comincia con la visione della città futurista (illustrata da Boccioni, Depero), per passare a quella metafisica di De Chirico e Sironi, poi il ritorno all’ordine di Rosai, Guttuso, etc., la pazzoide sperimentazione degli anni Sessanta-Settanta (Schifano, etc.), per arrivare alla parte piú interessante, come si è detto, dedicata ad autori attualmente in attività, e quindi la visita si fa meno barbosa.

Daniele Cestari, senza titolo, olio su tela, courtesy Barbara Frigerio Gallery

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