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Archivio per la categoria ‘fumetti’

john

12 Marzo 2018 230 commenti

Il proposito di parlare di musica tramite il linguaggio del fumetto era già di per sé stesso indicativo quantomeno di una certa temerarietà, in quanto le due arti fanno capo a sistemi sensoriali differenti (l’udito, nel primo caso, e la vista, nel secondo), che nulla hanno a che fare l’uno con l’altro, motivo per il quale tutt’al piú si può cercare di essere quanto piú evocativi possibile. Inoltre, il buon Parisipaolo si cimenta col jazz, genere che già ha trovato strada fumettistica per via delle celebri storie di Muñoz e Sampayo, dedicate a Billie Holiday & company, e purtroppo il confronto con tali precedenti illustri non può che essere meno che impietoso. Aggiungiamo che il trattamento di questa graphic novel assume una connotazione estremamente didascalica. Che dire, dunque? L’unico senso di un fumetto come questo è di colmare una lacuna nella bibliografia italica di John Coltrane, il quale è inspiegabilmente assente da una qualsivoglia trattazione musicale e non (per non parlare della mitica seconda moglie Alice).

Coconino Press, 128 pagine, 17 euri

daniele pennacchio

18 Febbraio 2018 1 commento

Per la seconda volta nella sua carriera il buon Daniele Pennacchio si cimenta con la bande dessinée ma, se nella prima si trattava di una storia comica d’avventura disegnata nientemeno che da Jacques Tardi — e sapientemente sceneggiata per sfruttare le peculiarità “linguistiche” del fumetto — qui invece si tratta di ricordi personali dell’autore legati alla sua gioventú e, se aggiungiamo che la Florence Cestac non ha certamente uno degli stili migliori nell’ambito della nona arte, e che il formato della neonata collana Feltrinelli Comics diretta dal buon Tito Faraci è un po’ striminzito (formato comic book vs. formato albo alla francese originale), se consideriamo tutto questo possiamo affermare che la storiella suddetta del Pennacchio — simpatica e interessante comunque, bisogna dire — avrebbe trovato miglior sede in un semplice racconto letterario.

Feltrinelli, 80 pagine a colori, 15 euri

mistero di pulcinella

29 Novembre 2017 248 commenti

T.S. torna ai testi di Dylan Dog, per una storia ben fatta, o meglio, abbastanza standard per i canoni dello Sclavi ispirato a Stephen King, senonché mi casca nel finale, dove si scopre che il misterioso killer che ammazza di qua e di là senza motivo apparente è, nientepopodimenoché, la MORTE in persona. Mah.

p.s.: Stano approfitta del colore per andar giú di effetti speciali, ma non è capace (non si può eccellere in tutto)

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earth of the sons

21 Novembre 2017 117 commenti

Bravissimo illustratore, il Gipi, neh, ma altrettanto negato come sceneggiatore, tanto che chi scrive è per la prima volta riuscito ad arrivare al fondo di una sua graphic novel senza stramazzare dal disgusto anzitempo (piú o meno come per i films di Sorrentyno). La ragione occasionale del minor ribrezzo del solito sta nella storia stessa, che narra di una subumanità sopravvissuta ad un ipotetico dopo-bomba. L’incapacità dell’autore per i dialoghi si sposa perciò perfettamente nel caso di questa rappresentazione di un grado zero dell’umanità, il cui eloquio trova riscontro perfetto nella fraseologia stereotipata e impedita che è caratteristica del GiPi (che infatti è stucchevolissima nelle storie di taglio piú realistico).

Se vogliamo trovare un lato positivo nell’esborso dei quasi venti sacchi necessari per portarsi a casa il suddetto libro è che GiPi non mostra grandi pretese: ci racconta di un classico post-disastro (atomico?) ma con pochi riferimenti né citazioni alla vasta letteratura sul tema. Farina del suo sacco, dunque, ma il cui sviluppo, a mò di gioco di ruolo, dà luogo ad un dipanarsi di eventi, alcuni anche suggestivi (per esempio l’episodio dei gemelli Testagrossa) ma che non riescono a coinvolgere piú di tanto il lettore.

Coconino Press, 290 pagine in b&n, 19,50 euri

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dd372

18 Settembre 2017 25 commenti

Una storia tipica del nuovo corso dylandoghiano, senza agganci con la realtà spicciola, ma che piuttosto si inerpica in una diatriba sui massimi sistemi: il Bene e il Male, il Bianco e il Nero (appunto), etc. La Barbato ha l’accortezza di limitare l’uso raggelante di frasi apodittiche, tipiche dello stile recchionesco, e di vestire il tutto di una certa ironia (mutuata dalla miniserie “Ut”, che era disegnata dallo stesso Roi, il quale si cimenta anche in questa storiella e i cui bei disegni sono il maggior pregio dell’albo).

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soldier blu pensaci tu

10 Luglio 2017 375 commenti

Ormai la Bonelli sforna fumetti un tanto al chilo, basandosi probabilmente sullo zoccolo duro di lettori forti che comprano la qualunque (tipo chi scrive). Con la giustificazione di voler tornare ad un’avventura di indiani e cowboy, settore ormai un po’ trascurato dalla casa editrice, è appena uscito “Cheyenne”, un cosiddetto ‘romanzo a fumetti’ di 300 pagine, con il quale però non si riesce a far di meglio che riciclare le tematiche di una pietra miliare del genere western come “Soldato Blu” senza prendersi la briga di apportare un quid in piú di creatività. Il peggio è che la storia, oltre ad essere veramente poco originale, è sceneggiata maluccio, tanto che appare già conclusa a due terzi del volume, e le ultime cento pagine paiono un’appendice che francamente aggiunge poco o niente al poco o niente della prima parte. Per cercare di cammuffare la pochezza della storia la sceneggiatura è giocata su continui flash-back e flash-forward, giusto per confondere un po’ le idee, salvo poi prendere le distanze da tale procedura nel finale, escogitando il piú vieto deus ex machina sotto forma di vecchiarello rimbambito che avrebbe narrato in maniera un po’ sconclusionata la storia che abbiamo appena letto. Giudizio finale: risparmiare un deca, ché è meglio.

Sergiobonellieditore, circa 300 pagine in bianco e nero, 9,90 euri

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nisciuno è perfetto

24 Aprile 2017 115 commenti

Il buon Giancarlo Soldi, già regista di “Nero” — il primo dei due o tre film ispirati al personaggio di Dylan Dog — ha voluto sotto forma del presente docufilm tributare il suo omaggio al grande Tiziano Sclavi. Il punto è però che l’intervista a Sclavi è frutto di due sessioni avvenute a dieci anni di distanza (in una delle quali doveva essere sotto effetto di alcolici), e non gli si è riusciti a scucire niente di piú del già risaputo. Poi, tra i testimonials a loro volta intervistati per scriverne l’agiografia spesso appare qualcuno che ci si domanda chi cacchio sia: infatti, oltre a gente come Grazia Nidasio, Aldo Di Gennaro e alcuni autori e redattori Bonelli, ogni tanto spunta fuori un pasticciere, un designer, una cantante sconosciuta, etc., che ci raccontano come come si sono appassionati al suddetto fumetto horror (forse avrebbero dovuto rappresentare l’uomo della strada). Possiamo quantomeno dire che un risultato cosí mediocre forse fa piú danni che altro.

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ricomincio da uno

15 Marzo 2017 148 commenti

Ennesima ristampa della saga texiana, ripartendo dalle origini, in versione a colori, a cadenza quindicinale e con paginazione quasi dimezzata rispetto alle consuete 114 pagine mensili tradizionali. Si parte naturalmente dalla prima storia apparsa nel settembre/ottobre del 1948 sui mitici albetti da 32 strisce orizzontali, intitolata “Il totem misterioso”, e a seguire la prima parte della seconda avventura, la celeberrima “La Mano Rossa”. Entrambe le prime due storie sono basate su un soggetto analogo, ovvero Tex alle prese con una banda di malviventi, e il riguadagno di un tesoro o della refurtiva di una rapina. Già dagli immediati esordii Gianluigi Bonelli fissa alcuni degli elementi che caratterizzeranno la serie negli anni a venire. In primo luogo l’indianofilia, abbastanza inusuale nello zeitgeist dell’epoca. Poi, il realismo dell’ambientazione, magari tratto da pellicole di genere (nella seconda storia Tex si trova in un negozio di barbiere gestito da un cinese). Infine le soluzioni narrative tipiche dell’avventura esotica (grotte con passaggi segreti, etc.). La relativa ripetitività iniziale fa capire che l’editore non puntava qualitativamente piú di tanto su questo personaggio, bensí l’idea era di inserirsi nel filone western allora di grande successo, e vedere come andava (benissimo, come si è dimostrato). Il tutto è illustrato da un giovane Galleppini che guarda al “Kit Carson” di Walter Molino, in una fase giovanile del suo stile che evolverà lentamente per i due decennii successivi fino ad arrivare all’inconfondibile e del tutto personale tratto della maturità.

sentimental comic journey

14 Febbraio 2017 20 commenti

Il fumetto raccontato attraverso il fumetto — dopo le due prove fornite da Scott McCloud — è ormai diventato un genere a sé stante frequentato da molti. Nel libro in questione il buon Calia lo utilizza per tracciare una storia sentimentale del fumetto, ovvero non di una ricostruzione enciclopedica si tratta (umanamente impossibile, del resto), ma di una sintesi basata su personaggi e autori che hanno costituito la formazione di fumettaro del Nostro. Infatti, dopo la citazione dei fondamentali Winsor McCay, Alex Raymond, Chester Gould, etc., ci viene proposto un excursus generazionale perfettamente coerente coi presupposti, a partire dai supereroi marvel, i manga, il nuovo corso DC Comics di Frank Miller, la British invasion capitanata da Alan Moore, qualche cenno al fumetto italiano moderno/contemporaneo (Pazienza, Valvoline), etc. Un libro del genere può però presumibilmente trovare riscontro positivo prevalentemente nel pubblico targettizzato della fascia anagrafica degli odierni quarantenni, giacché chi scrive su questo blog, per esempio, di un decennio piú indietro, già si trova parzialmente decentrato rispetto a questo punto di vista, a partire dall’evento traumatico per eccellenza nel settore dei super-eroi che, per Calia, corrisponde alla morte di Marvel Girl e della sua rinascita come Fenice, mentre per chi sia nato un paio di lustri prima il riferimento è evidentemente la morte di Gwen Stacy, per non parlare dell’inevitabile disgusto dato dal constatare che ad Andrea Pazienza è dedicata una paginetta mentre la conclusione viene affidata nientemeno che all’incapace Igort, segno palese di cognizione critica deficitaria. Valutazione finale: risparmiabile.

Editore Becco Giallo, 2016, 130 pagine in bianco e nero, 15 euri

hergé opera prima

5 Gennaio 2017 17 commenti

La cosa piú divertente di questa ristampa della prima avventura di Tin Tin — ambientata in una Unione Sovietica caricaturale di fine anni Venti — non è tanto la storia in sé, destinata ad un pubblico giovanile e quindi prevedibilmente semplificata concettualmente e di stampo propagandistico, quanto la parte redazionale che questo moderno volume ci offre: lungi dal prendere le distanze dai luoghi comuni di questo Hergé poco piú che ventenne e alla prima esperienza narrativa, il redattore ci propone una descrizione della Russia staliniana manco stessimo leggendo il Libro nero del comunismo. Tutto presumibilmente vero, ma questo calcare la mano risulta un po’ stonato in un contesto filologico quale quello che vorrebbe offrirci questa edizione, visto che i maggiori crimini il regime staliniano li avrebbe compiuti nei due decennii successivi.

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this is the end

15 Dicembre 2016 Nessun commento

Un trentennio buono è ormai passato da che il buon Art Spiegelman con il suo “Maus” ha dato la stura all’autobiografismo a fumetti, e da allora se ne son viste di tutti i colori, diciamolo, e ancora se ne vedranno. Chiunque si è sentito autorizzato a scarabocchiare i fatti suoi, perlopiú con stile grafico infantilesco, sia che la storia fosse degna di essere resa nota (pensiamo agli esiti piú felici, come quelli di Marianne Satrapi, etc.) sia che la narrazione ruotasse intorno al proprio ombelico (la casistica è piuttosto ampia). Last but not least, per ora, arriva la storia che ci racconta Roz Chast, vignettista del New Yorker, la quale — ebrea americana anch’ella come Spiegelman — squaderna impietosamente gli ultimi dieci anni di vita dei suoi anzianissimi genitori, e dobbiamo dire che l’effetto è ancora piú deprimente di quello del capostipite, giacché mentre lí si raccontavano faccende tristissime, ma che riguardavano altri e nelle quali, oltretutto, l’apporto creativo contribuiva ad allontanare il nostro punto di vista, qui ci sono cose che riguardano o riguarderanno tutti noi, purtroppo, addolcite sí da un certo umorismo, ma spiattellate belle e buone come sono, ed il pensare che si tratta della migliore delle sorti augurabili ad ognuno di noi non è un pensiero che allieti l’animo, anzi.

Rizzoli Lizard editore, 240 pagg. a colori, 20 euri

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dd362

31 Ottobre 2016 Nessun commento

Dopo un lungo silenzio, il buon Tiziano Sclavi torna a scrivere una storia di Dylan Dog, tutta incentrata sul tema dell’alcoolismo, e dei fantasmi, ma incapace di risvegliare il benché minimo interesse (anche i dialoghi sono ad un livello di banalità mai raggiunta), per non parlare dei disegni sclerotici di Casertano. Giudizio generale: tavanata galattica.

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nn304

11 Ottobre 2016 Nessun commento

Una storia hard-boiled, ambientata in un contesto alla Blade Runner, segna il ritorno di Medda dopo un tot di tempo alla sceneggiatura (quanto? boh, e chi lo legge mai sto nathannever). Certo, l’effetto non è equivalente al ritorno di Sclavi a Dylandog — ogni volta una sorpresa — ma fa piacere ogni tanto ripartire dai fondamentali, con un bel viaggio nel topos (stra-abusato) della città fantascientifica costruita su piú livelli, illustrata graficamente con una resa poco piú che onesta, ma efficace. La storia in sé, inizialmente intrigante, si rivela poi però un po’ una pisquanata.

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dd361

30 Settembre 2016 1 commento

La storia di Dylan Dog di questo mese, celebrativa del trentennale della collana dell’indagatore dell’incubo — e, come tale, tutta a colori, illustrata splendidamente da un Gigi Cavenago ispiratissimo da Massimo Carnevale — segna quasi simbolicamente piú che mai il passaggio di consegne avvenuto ormai da un po’ dall’èra Sclavi a quella di matrice recchioniana. Laddove gli incubi originarii erano conseguenza di turbe psichiche e simpatiche alienazioni mentali varie, sulla scorta dell’alcolismo sclaviano, “Mater dolorosa” vi sostituisce la sofferenza fisica, retaggio della salute precaria dell’autore, che determina un poema a fumetti tutto allegorico esistenzialista, incentrato su dolore e sofferenza, leopardianamente connaturati alla natura umana. Va da sé: trattandosi di un fumetto destinato a masse che si beano di serial tv da quattro soldi, non si va piú di tanto a fondo, e a un certo punto conviene leggersi gli originali del recanatese, meno stucchevolmente epigrammatici, e piú circonstanziati, di questi.

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scavezzacollo

22 Giugno 2016 Nessun commento

Ennesimo reset di tutte le testate Marvel per accalappiare nuovi polli. Nel caso di Devil — diventato Daredevil per uniformarsi al merchandising internazionale di film, serial tv e pupazzetti vari — in effetti, le novità paiono essere ben poche, quantomeno se paragonate al buon vecchio Thor, che subisce addirittura una mutazione di genere (nelle vesti della segretaria del dottor Blake, nientedimeno). Le storie di Devil già da molto tempo, insieme a quelle del nuovo Occhio di Falco, sono l’ultimo baluardo realistico della produzione Marvel, lontane dal pupazzettismo grafico che ormai caratterizza molti supereroi, e in genere ruotano attorno all’aspetto legal-thriller (Matt Murdock è passato da avvocato a pubblico ministero), e il taglio è decisamente urbano e realistico (l’amico di sempre, Foggy Nelson, è malato di cancro) e in questo ciclo il tema trattato di sguincio è quello dell’immigrazione, dissimulata nella variante cinese, ma le riflessioni che si fanno portano a fattori piú generali. Dal punto di vista visuale, in questo periodo almeno, dopo varie sperimentazioni siamo tornati dalle parti della solida caratterizzazione data a suo tempo dal duo Miller-Janson, con influenze dallo stile di John Romita jr., che ben si adatta alle atmosfere noir delle storie.

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lo chiamavano Trinità

6 Maggio 2016 Nessun commento

Come nei migliori esempi di romanzo di formazione, il protagonista (Claudio Santamaria, che pare tirato via di peso dal film “Paz”), coatto romano di periferia, eleva il suo status grazie all’involontario acquisto di superpoteri — alla maniera di Devil, ma lui ricorda un po’ Peter Parker — che suo malgrado lo traggono d’impaccio da situazioni criminali che lo vedono coinvolto. Bel film, poco definibile tanta è la quantità di ispirazioni che vi vengono intelligentemente convogliate (da Trainspotting, alla poetica del degrado (Accattone, etc.), alla violenza gratuita e improvvisa stile Tarantino, al glam-trash di Tano da morire, etc.). Tutta la violenza della storia viene bilanciata e alleggerita dall’ingenuità della personaggia femminile (altrimenti sarebbe sembrata un’altra insopportabile “gomorrata”), naturalmente, in quanto tale, destinata al sacrificio.

2016, regia di Gabriele Mainetti, scritto da Nicola Guaglianone e Menotti, con Claudio Santamaria, Ilenia Pastorelli, Luca Marinelli

Lui

15 Aprile 2016 Nessun commento

Pubblicazione in formato comic book USA che sfrutta abilmente alcune caratteristiche del medium fumettistico — quantomeno nella veste di prodotto popolare da edicola — e cioè l’immediatezza del suo linguaggio per immagini, e la sua economicità (sia di mezzi che di costo e prezzo). “Quando c’era Lui” è quasi un’instant comic book che rivisita ai giorni nostri la chiave underground dei fumetti di Stefano Tamburini e di Cannibale, simpatico per la sua vivacità e per l’intelligenza tempestiva nel mettere in burletta un fenomeno come quello costituito da Casa Pound, tuttavia non privo di molti difetti, in primis quello di staccarsi, sí, stilisticamente dal disegno un po’ retro di Robert Crumb, ma l’approdo è il solito stile cartooning ora molto in voga, ma che proprio nun se pò véde. Anche la storia piuttosto sempliciotta lascia a desiderare (uno scienziato nazista allievo di Mengele si propone di riportare in vita tramite l’ingegneria genetica il vecchio Benito). Bocciato, nonostante i buoni propositi.

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aimez vous tex willèr?

4 Marzo 2016 Nessun commento

Poco tempo fa avevamo visto come l’editrice Astorina avesse adattato il vecchio Diabolik al formato comic-book americano (in questo senso preceduta, se non ricordiamo male, dalla Disney con Paperinik, un paio di decenni fa). Ora la diversificazione formale tocca alla Bonelli, la quale già da tempo pubblica una collana a colori di Tex nel formato dell’albo alla francese. Nel caso di questo terzo numero firmato Boselli-Stano, purtroppo l’operazione è abbastanza fallimentare. Tralasciando gli onesti disegni del buon Angelo Stano, è il lavoro di Boselli a mostrare la corda troppo presto. La storia, prima di tutto, non è niente di piú di una “la qualunque” del farwest, che tra l’altro soffre dell’eccessiva compressione nella cinquantina di pagine dettate dal taglio frangese, sintetizzata a tal punto da rendere inspiegabile la trasformazione pissicologica di uno dei personaggi, una signora rapita, che inizialmente si potrebbe presumere vittima della sindrome di stoccolma, ma che poi risulta evidentemente impazzita, ma non è dato saperne il perché. Ma la cosa piú da cioccolatai è non aver adeguato la sceneggiatura al diverso medium: il fumetto-bonelli ha una lettura tutto sommato veloce, ed una impaginazione piú libera, mentre il fumetto franco-belga abbisogna tradizionalmente di una lettura piú lenta e di una disposizione estremamente calibrata (anche per il vincolo del minor spazio disponibile), prerogative qui del tutto disattese, cosicché leggiamo un albo (virtualmente) prestigioso come se stessimo sfogliando un fumetto popolare da quattro soldi. Motivo per il quale diamo a questo fumetto un bel 5 meno meno.

Sergiobonellieditore, una 50ina di pagg. a colori, 8,90 euri.

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dd351

2 Dicembre 2015 Nessun commento

Il nuovo corso dylandoghiano è in pieno svolgimento. Una storia blandamente lovecraftiana — il male che viene dal profondo delle forze elementali — corredata però da un finale moraleggiante da quattro soldi totalmente estraneo alla poetica ispirata dallo scrittore statunitense = risultato scadente, peggiorato perdipiú da disegni piuttosto insulsi, non tanto stilisticamente quanto in termini di sceneggiatura, che fa abuso di primi e primissimi piani davvero insensati ai fini dell’economia narrativa. Bocciato.

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musée d’orsay dessinnée

25 Novembre 2015 Nessun commento

Graphic novel (arrendiamoci) commissionata dai cugini d’Oltralpe al piú oltralpista (insieme a GiPi) dei fumettari nostrani. Lo sponsor, a fare da sfondo, è la Gare d’Orsay: ex stazione ferroviaria, rinnovata oltre un trentennio fa da Gae Aulenti per trasformarla in contenitore di opere celeberrime impressionistiche e post-tali, i cui autori rivivono in uno spazio sia reale, quando si tratta di impressionisti, sia onirico, quando si tratta di stile naif, sottolineando in tal modo il carattere scientifico e quello fantastico dei due generi pittorici. L’operazione non è nuova, specialmente in terra francese: ricordiamo una bella graphic novel, aridaje, di qualche anno fa dedicata a Van Gogh, ma la felicità artistica degli acquerelli — ammesso che lo siano — di Manuele Fior rendono il libro a fumetti esso stesso un’opera d’arte (nell’epoca della sua riproducibilità tecnica).

Coconino Press, 72 pagine a colori, 16 euri

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staccare la spina

3 Novembre 2015 Nessun commento

Continua l’accanimento terapeutico nei confronti del personaggio creato mezzo secolo fa dalle sorelle milanesi. Oltre alle due meritorie ristampe (R e Swiisss), alle insulse storie inedite mensili, al travestimento in formato-bonelli, si aggiunge ora una miniserie che scimmiotta i Marvel comics, sia nel taglio dell’albo che in quello delle storie. Il Diabolik di questa versione è un po’ diverso da quello a cui siamo abituati: piú cattivo, tipo quello delle origini (ammazza tranquillamente innocenti senza batter ciglio) e le storie sono tutta azione e pochi dialoghi, ma è roba veramente superficiale, i fumetti marvel a confronto sono capolavori. Risparmiare.

p.s.: si salva solo per le notevoli copertine di Matteo Buffagni

72 pagine a colori, 3,50 euri, storia di Gomboli/Faraci, disegni di Palumbo

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Luca il fortunato

27 Agosto 2015 Nessun commento

Questioni di marketing impongono che le collane a fumetti abbinate ad un quotidiano non vengano pubblicate secondo l’ordine cronologico di uscita originaria delle storie (approccio filologico) ma — quando la continuity non rappresenti un punto forte della serie — si cominci in medias res, dal periodo in cui gli autori hanno raggiunto una certa maturità e confidenza nei confronti del loro personaggio, all’interno di un lasso temporale piú o meno duraturo che si potrebbe definire “classico”. La prima uscita di Lucky Luke per il Corriere della Sera, infatti, è una storia con tutti i crismi, datata 1967, ovvero addirittura una ventina d’anni dalla nascita del personaggio: avventura molto divertente — l’idea base della diligenza è una citazione da “Ombre rosse” — infarcita di tormentoni, e che abbina alla componente umoristica anche un elemento pedagogico sotto forma di una serie di riferimenti storici realistici — che se non fossero dichiarati tali sarebbero irriconoscibili, tanto ben seminati nella sceneggiatura — i quali nella fattispecie di questa edizione sono approfonditi nelle pagine redazionali finali, molto ben realizzate.

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Linus n. 1

10 Luglio 2015 233 commenti

Torna nelle edicole in copia anastatica a distanza di mezzo secolo la prima annata della storica testata italiana, antesignana nello sdoganamento di un’arte popolare e fino ad allora considerata di terzo o quart’ordine come il fumetto. Dal punto di vista grafico, ed estetico, seguiva l’ondata della nobilitazione dei fumetti operata dalla Pop Art (Lichtenstein e le sue vignettone elevate a quadri), mentre dal punto di vista teoretico il debito è nei confronti dello studio scientifico della comunicazione di massa, i cui prodromi italiani declinati fumettisticamente risalivano a pochi anni prima, coi saggi su Steve Canyon e su Charlie Brown scritti da Umberto Eco (del quale qui troviamo un’intervista assieme a Vittorini). In origine Linus era esclusivamente — e filologicamente — votata al fumetto (come la gemella Eureka, nata ad imitazione un paio d’anni dopo per la Editoriale Corno, o come Il Mago in seguito) ma durante gli anni Settanta vide una politicizzazione di sinistra dei contenuti redazionali e fumettistici — forse inevitabile, dati i tempi  — cifra che rimane tutt’ora una sua caratteristica, anche se in versione un po’ piú light. I fumetti pubblicati erano, allora, solo americani (Peanuts, Popeye, Lil Abner, Krazy Kat), sopperendo probabilmente ad una scarsità delle traduzioni italiane dei suddetti, ma nei redazionali interni Rino Albertarelli (!) si occupava di Antonio Rubino, forse il patriarca (sebbene con diversi distinguo) del fumetto italiano, mentre in un altro articolo si riferiva della prima edizione del Salone di Bordighera dei Comics (1965), poi trasferitosi a Lucca. Quindi non solo esterofilia, ma sguardo largo sul panorama italiano e internazionale, presente e passato. Nel decennio seguente la rivista si aprí ad autori italiani contemporanei (Altan, Calligaro, Staino, etc. e Andrea Pazienza nella sua costola Alter) e stranieri (Feiffer, Copi, etc.) e questa ventata di attualità è stata probabilmente il fattore che ha determinato il progressivo avvicinamento a temi politici e sociali, che per un certo periodo la resero financo illeggibile (chi scrive infatti, data l’età, trovava molto piú familiare e simpatica la già citata Eureka).

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black cap

27 Giugno 2015 44 commenti

Ennesimo stratagemma con evento epocale che azzera la numerazione e rilancia una testata in fase calante. In questo caso si tratta della nuova palingenesi (terza, o quarta?) di Capitan America nelle vesti del vecchio Falcon (svolta black, che pare debba toccare presto anche a Spider-Man). La storia, scritta da un certo Remender e disegnata dalla mano felice di Stuart Immonen, è la quintessenza dei supereroi Marvel delle origini, ma adeguata ai tempi. Tutta azione, dialoghi brillanti con sottofondo intimistico per dare un minimo di spessore, fatta di poco o niente ma molto riuscita (si veda per converso la verbosissima e incomprensibile storia degli Invasori che costituisce il secondo sfoglio).

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milo da caravaggio

22 Maggio 2015 Nessun commento

Prima parte (per un totale di due) di una storia a fumetti che il buon Manara dedica al Caravaggio, dove si prende in considerazione la vita del Merisi a cominciare dal suo arrivo a Roma fino al suo abbandono a causa dell’omicidio di Ranuccio Tomassoni. Nonostante alcune evidenti libertà narrative dovute alla necessità di sintesi, la fedeltà storico-artistica generale pare rispettata — con certificazione introduttiva nientepopodimeno che di Claudio Strinati — e, a parte alcune volgarità forse evitabili e il contorno di donnine poco Seicentesche, Manara riesce a restituire piuttosto bene l’atmosfera dell’epoca e a rendere credibile il rapporto apparentemente conflittuale tra l’arte e la vita di Caravaggio e quella dei prelati romani che lo sponsorizzavano. Tutto sommato, una delle cose migliori del Milo da qualche decina d’anni in qua, che fa dimenticare l’inqualificabile saga dei Borgia su testi di Jodorowsky.

Panini Comics, 64 pagine a colori, 16 euri e 90

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dd trecenquarantaerotti

3 Marzo 2015 140 commenti

Se questo è un esempio del nuovo corso dylandoghiano si può star certi che durerà ben poco. Storia scritta da RR, e disegnata da uno che si crede Hugo Pratt ma che il suddetto non lo vede neanche col binocolo, in cui Dylandog è perseguitato dal babbo di una sua conquista, presto scaricata, e per questo viene punito. Idea bislacca, sviluppata male, con la solita mania di grandezza dell’autore. Forse l’intenzione (sballata) era quella di festeggiare l’Otto Marzo.

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seventh floor

2 Marzo 2015 11 commenti

Storia a fumetti autobiografica (nata come tesi di laurea) che racconta del fidanzamento e conseguente discesa agli inferi dell’autrice, vittima di un boyfriend prima affascinante, poi praticante di violenza psicologica ed infine di violenza fisica. Lo stile di disegno infantile e la giovane età della protagonista giocano a favore dell’unidirezionalità del punto di vista, tuttavia non è piú tempo di film in bianco & nero e di buoni & cattivi, per cui ci aspettiamo che la denuncia della violenza di genere faccia qualche passo avanti e proponga anche una certa dose di autocritica, o uno straccio di analisi delle ragioni piú profonde del fenomeno, sempre irrintracciabili nella retorica sull’argomento.

Hop! Edizioni, 84 pagine b&w, 11 euri

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almanacco 2015

4 Dicembre 2014 2 commenti

L’accoppiata di fuoriclasse Castelli & Alessandrini sforna un divertissment fuori serie nel quale il divertimento, appunto, consiste nello spedire Martin Mystère negli anni ’30-40, in un cortocircuito tra la protofantascienza di “Saturno contro la Terra” e quella della falsa invasione dei marziani radiofonica di Orson Welles. Storia leggera ma sapientissima, tutta da gustare (tralasciando i demenziali redazionali).

Bonelli editore, 6,50 euri, un cento e rotti pagine.

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film a fumetti

2 Dicembre 2014 Nessun commento

Ormai è prassi consolidata: quando un regista italico giunge in là con gli anni tantoché non ha piú né forza né voglia di realizzare una nuova impresa cinematografica — oppure verosimilmente non trova nessuno che gliela produca — affibbia la sua sceneggiatura rimasta nel cassetto ad un disegnatore rinomato, per concretizzarla — se non altro — in una storia a fumetti (o graphic novel, come si suol dire per consentire agli intellettuali di avvicinarsi ai fumetti senza sporcarsi troppo la coscienza). Dopo l’accoppiata di Fellini con Manara (ripetuta per ben due volte, con “Viaggio a Tulum” e “Giuseppe Mastorna”), stavolta tocca ad Ettore Scola consegnare il copione al buon Ivo Milazzo. Come Manara, il cui personaggio era l’incarnazione di Mastroianni, anche Milazzo si prende la libertà di “far recitare” degli attori veri e propri, Depardieu e Troisi nella fattispecie. La storia, scarsamente originale, si ispira a precedenti analoghi di Taniguchi e al “Lost in translation” della Coppola, ovvero mette in scena la liaison tra un uomo attempato (un libraio parigino) e una giovincella. Purtroppo la scelta del formato d’albo alla francese — che obbliga ad una estrema sinteticità — sacrifica lo spazio per approfondire un tale tipo di legame necessariamente molto ricco di sfumature (mentre il giappo di cui sopra e la figlia di Francis si prendevano tutto il tempo per curare la resa dell’atmosfera con l’illustrazione di piccoli particolari o di lunghi silenzi). Giudizio finale: se rimaneva nel cassetto era meglio.

112 pagine colorate, 17 euri, Bao Publishing

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scavezzacollo

14 Ottobre 2014 Nessun commento

Versione cinematica dell’Uomo senza paura. I mezzi tecnici consentono oggigiorno di rendere credibili, piú che mai prima, gli eroi in calzamaglia in versione filmica, ma quel che lascia a desiderare è spesso il lato umano (e dire che i fumetti di Stan Lee devono il loro successo proprio a quell’aspetto). Come nel primo Spiderman (ma probabilmente anche nei suoi seguiti) il rapporto tra l’eroe e la bella di turno (Elektra, in questo caso) è rimasto schematizzato al livello di fumetto anni 60, mentre l’aspetto visivo è al passo coi nostri tempi, il che rende estremamente stridenti i due aspetti (massimo realismo da una parte, e bassissimo dall’altra). Aggiungiamo che anche la storiella è veramente di infimo livello di complessità, e viene da chiedersi come mai non abbiano apposto la dicitura “Vietato ai maggiori di 13 anni”.

2003, scritto e diretto da Mark Steven Johnson, con Ben Aflleck, Jennifer Garner, Michael Clark Duncan, Colin Farrell.