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Archivio per la categoria ‘Letteratura’

jodotwitter

21 Febbraio 2017 Nessun commento

Circa cinque o sei anni fa il grande Jodorowsky apriva un profilo twitter dal quale si mise a snocciolare, uno dopo l’altro, una serie infinita di aforismi formidabili, degni di piazzarsi a metà tra il paradossale ermetismo del Taoteching e la virtuosa regola del Dhammapada, declinati ovviamente in chiave del tutto personale, ché anche il vecchio Alejandro ne ha da insegnare a destra e a manca. Chi scrive, incredulo di tanto ben di dio elargito gratuitamente al mondo, si mise a copiarli via via in un file di Microsoft Word, arrivando a riempire ventisei pagine (poi si stufò e si limitò a leggerli di tanto in tanto). Ora, per ringraziare lo scrittore cileno di tanta generosità, non si può evitare di acquistargli il suo smilzo libretto, il cui felice titolo in italiano restituisce perfettamente il carattere controintuivo e psicomagico del contenuto (e, dato che la cernita non esaurisce il meglio del meglio degli aforismi twittati, possiamo immaginare che presto o tardi ci sarà un seguito).

Feltrinelli, 150 pagine, euri 13.

Esempi:

No tengas miedo, decir fuego no quema tu boca.

Decìa mi abuelo: “A donde el corazòn se inclina, el pie camina”.

Si no amas demasiado, no amas bastante.

Los sentimientos son reacciones no a lo real, sino a interpretaciones de lo real.

Mis pensamientos no son míos, son suyos, del Todo.

Donde los otros ven obstàculos, tù ve oportunidades.

Cada vez que tengas un grave problema, piensa: “Esto me sucede en medio de un universo infinito y un tiempo eterno”.

No ser ni esto ni lo otro, unir los dos polos en un sòlo cìrculo.

Etc.

sentimental comic journey

14 Febbraio 2017 Nessun commento

Il fumetto raccontato attraverso il fumetto — dopo le due prove fornite da Scott McCloud — è ormai diventato un genere a sé stante frequentato da molti. Nel libro in questione il buon Calia lo utilizza per tracciare una storia sentimentale del fumetto, ovvero non di una ricostruzione enciclopedica si tratta (umanamente impossibile, del resto), ma di una sintesi basata su personaggi e autori che hanno costituito la formazione di fumettaro del Nostro. Infatti, dopo la citazione dei fondamentali Winsor McCay, Alex Raymond, Chester Gould, etc., ci viene proposto un excursus generazionale perfettamente coerente coi presupposti, a partire dai supereroi marvel, i manga, il nuovo corso DC Comics di Frank Miller, la British invasion capitanata da Alan Moore, qualche cenno al fumetto italiano moderno/contemporaneo (Pazienza, Valvoline), etc. Un libro del genere può però presumibilmente trovare riscontro positivo prevalentemente nel pubblico targettizzato della fascia anagrafica degli odierni quarantenni, giacché chi scrive su questo blog, per esempio, di un decennio piú indietro, già si trova parzialmente decentrato rispetto a questo punto di vista, a partire dall’evento traumatico per eccellenza nel settore dei super-eroi che, per Calia, corrisponde alla morte di Marvel Girl e della sua rinascita come Fenice, mentre per chi sia nato un paio di lustri prima il riferimento è evidentemente la morte di Gwen Stacy, per non parlare dell’inevitabile disgusto dato dal constatare che ad Andrea Pazienza è dedicata una paginetta mentre la conclusione viene affidata nientemeno che all’incapace Igort, segno palese di cognizione critica deficitaria. Valutazione finale: risparmiabile.

Editore Becco Giallo, 2016, 130 pagine in bianco e nero, 15 euri

psyco-mughini

30 Gennaio 2017 Nessun commento

Simpatico libro dell’antipatico Mughini, anche se in verità la sua composizione è piuttosto eterogenea. Inizialmente il giornalista psicopatico — mantenendo fede al sottotitolo — si esercita nella solita apologia della carta stampata rispetto ai vituperati social media, e ci racconta della sua fidanzata catanese e della sua passione di bibliofilo antiquario. Poi, descrivendo la sua sezione di testi riguardanti gli anni di piombo e stampati delle BR, si mette a raccontare vicende piuttosto interessanti quanto secondarie di quei tempi, riferite a conoscenze di prima mano di persone e fatti e libri. Fin qui tutto abbastanza interessante, ma il Mughini ha l’aria di non saper piú cosa scrivere, ed infatti ricicla la sua introduzione al catalogo della raccolta di primizie letterarie del Futurismo, dalle quali è costretto ad alienarsi per questioni pecuniarie. Segue una catalogazione dei libri d’artista da lui posseduti o ritenuti importanti, che non si può non definire quantomeno monca, non essendo riportata nessuna illustrazione al riguardo. Dulcis in fundo, come i cavoli a merenda, un altro riciclo di un suo vecchio articolo per Panorama dedicato all’atleta brianzolo Igor Cassina. Morale: va bene essere bibliofili (come Dell’Utri) ma, se non si sa di che scrivere, è inutile riempire le pagine dei libri, basti limitarsi a collezionarli (come Dell’Utri).

Bompiani, 160 pagine, 14 euri

su coi pavesini

2 Settembre 2016 Nessun commento

Bellissima raccolta di saggi di Pavese sulla letteratura e altro, apparsi originariamente sotto forma di articoli per riviste culturali dell’epoca, oppure come prefazioni di romanzi. I saggi vanno dal 1930 al ’50 e sono fondamentali per capire molti aspetti culturali, nel senso piú ampio, che hanno caratterizzato l’Italia dal dopoguerra fino a oggi (o ieri, forse). Innanzitutto, i romanzi interessati dall’attenzione dell’autore sono soprattutto statunitensi, conseguenza forse della maggiore vitalità del panorama estero rispetto a quello italiano, depresso dal ventennio fascista. Chi scrive, naturalmente, non ha gli strumenti per giudicare nel merito la critica pavesiana, ma colpisce il fatto che accanto a scrittori ancora oggi di primaria importanza (quali Whitman, Edgar Lee Masters, etc.) ve ne siano altri che oggi sono del tutto misconosciuti, o quantomeno considerati di secondo piano (Caldwell, Sherwood Anderson, etc.). Una chicca vera e propria è data dalla sequenza di brani, separati cronologicamente di diversi anni, che riguardano l’Antologia di Spoon River, inizialmente letta direttamente in edizione originale da Pavese, con proprie traduzioni a corredo per presentarla al lettore italiano, e successivamente oggetto della prefazione alla prima edizione tradotta dall’allora sconosciuta Fernanda Pivano. Se già a questo punto si può capire l’importanza di una personalità come Pavese nel costruire la cosiddetta egemonia culturale della sinistra italiana nel secondo dopoguerra, in quanto editor dell’Einaudi attento ad un ambito culturale fortemente interessato — oltre che allo stile — al rispecchiamento della vita reale nella letteratura, è nella seconda parte di questa raccolta, meno incentrata su libri e autori ma su concetti piú generali — quali una riflessione sullo spostamento a sinistra degli intellettuali dopo il ’45, o un’altra che recensisce il libro X sulla battaglia partigiana salutandolo quale primo rappresentante di vero valore letterario rispetto a quelli usciti fino ad allora che avevano unicamente senso in quanto memorie di testimonianza — che riconosciamo nell’azione culturale di Pavese l’incipiente, e sacrosanta, appropriazione da parte della Sinistra della cultura italiota del secondo Novecento (ormai lasciata ad altri, o a nessuno).

il segno Zeichen

1 Agosto 2016 Nessun commento

Il format, ormai consolidato da secoli, è quello del viaggiatore erudito che si aggira per i paesaggi italici, dispensando osservazioni intelligenti su ciò che va percorrendo con lo sguardo (Goethe, Stendhal, e chi piú ne ha etc. etc.) oppure, se si vuole, la sua versione piú recente fornita da Piovene, o da Nanni Moretti in giro per la capitale in Vespa, o da Gianni Celati per la Bassa Padana. In questo caso tocca al compianto Valentino Zeichen aggirarsi per la Città Eterna, sulla scorta di un suo precedente libro di poesie dal titolo meravigliosamente struggente (“Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio”, parafrasi di un verso di Omar Khayyam). Il cofanetto commercializzato dall’editore Fazi contiene, oltre al libro già citato, un dvd con un film di una 40ina di minuti di durata, per la regia di tal Filippo Carli, che ci conduce assieme al buon Zeichen per luoghi ultranoti di Roma, raccontatici come se il poeta trovasse lí per lí le parole per descrivere aspetti sempre in controtendenza rispetto alla visione che può avere il turista (ma non ci saremmo aspettati di meno, naturalmente), ed è proprio il tono improvvisato e allo stesso tempo intelligente che fa della poiesis di queste passeggiate una delle cose migliori tra le ultime che Zeichen ci ha lasciato.

p.s.: negli extra si trova un gironzolamento ai giardini di Villa Borghese dove si raccontano aneddoti personali e di famiglia, e un “messaggio all’Universo” pronunciato dalla baracca nella quale Zeichen ha vissuto per gli ultimi trent’anni.

Fazi editore, dvd + libro, 28 euri

anna e marco

29 Luglio 2016 Nessun commento

Niente di male: il buon Matthieu Mantanus (direttore d’orchestra, pedagogo musicale e presentatore televisivo) traveste da romanzo quella che in realtà è una dissertazione sulla storia e l’estetica della Musica, un dialogo platonico tra due giovani — una rockstar e una musicista di formazione classica — che ha lo scopo evidente di mescolare i generi e si propone di avvicinare i ggiovani alla conoscenza della musica classica. Peccato che la parte romanzata sia ridotta a mero filo conduttore e sia scritta in modo molto elementare, stucchevole oltremisura, e piena di buoni sentimenti e luoghi comuni, decisamente insoddisfacente per un qualsiasi lettore di romanzi, il che fa sospettare che il testo in origine fosse destinato al pubblico infantile e successivamente scivolato a qualche piano piú alto in termini di pretenziosità. Niente di male, ripetiamo: ci sono spunti interessanti anche per chi sul tema ne sa qualcosa di piú, ma esercizi del genere possono risultare validi sotto l’egida di autori di piú chiara fama, che per la legge dei grandi numeri possono raggiungere un vasto pubblico generalista, altrimenti risultano interessanti per poche persone di buona lena nella lettura, specialmente di età molto giovanile, infantile quasi, ai quali sarebbe stato meglio destinare questo testo, in una collana under 18, magari.

Mondadori, 140 pagine, 18 euri

Berta filava

25 Luglio 2016 Nessun commento

Librettino che raccoglie tre brevi prefazioni per altrettanti cataloghi d’arte dedicati postumi alla Morisot, scritte rispettivamente da Mallarmé e da Valéry (2). Mallarmé aveva conosciuto personalmente la pittrice impressionista, e la sua prosa vaga e complicatissima restituisce un ritratto mondano che pare annebbiato dai fumi dell’oppio. Valéry invece ne era un lontano parente, lei era tipo sua zia di secondo grado, e si dedica maggiormente alla descrizione della sua pittura.

Castelvecchi editore, 60 pagg., 9 euri

M&Ms

5 Luglio 2016 Nessun commento

Scioccato dal suicidio rituale di Mishima di un paio d’anni prima, il buon Enrico Mugnaio butta giú queste poche paginette, divise in due sezioni, nella prima delle quali ragiona sulle motivazioni che secondo lui potrebbero aver condotto lo scrittore nipponico verso una fine cosí raccapricciante, giungendo ad una conclusione abbastanza banale, ovvero Mishima sarebbe stato espressione esemplare dello spirito giapponese, dedito al sacrificio del dovere e alla mancanza di senso dell’umorismo (è facile leggere qui un riflesso negativo della competitività economica fra Giappone e USA di quegli anni). Resosi conto di aver scritto niente piú di una pirlata il buon Miller ha pensato poi di aggiungere un seguito sotto forma epistolare, indirizzata direttamente al fu-collega del sol levante, un monologo nel quale allarga un po’ il discorso in senso filosofico, ma che in definitiva, malgrado questa appendice, non riscatta del tempo perso per leggerlo.

Feltrinelli, 46 pagg, 6,50 euri.

bovini hegeliani

23 Febbraio 2016 Nessun commento

Smilzo libretto dal titolo balzàno che raccoglie quattro articoli di saggistica musicale scaturiti ormai un quarto di secolo fa dalla penna di Sandrino Baricco. Nei primi due piccoli trattatelli il Nostro si esercita, da un lato, nella definizione del concetto di musica “colta” (questo il bislacco aggettivo che Sandrino consiglia al posto del meno preciso “classica”) in rapporto con la musica leggera, e dall’altro sul tema dell’interpretazione contemporanea della suddetta musica colta. Questa prima parte del libro, che chi scrive considera del tutto fuori centro rispetto al merito, suona come un’anticipazione di tutta la menata sui “Barbari” che lo scrittore piemontese ci rifilerà un paio di decenni piú tardi, ma nel primo caso il punto di vista è contrario al barbaro, mentre nel secondo è favorevole. Se Baricco da un lato fa la figura del parruccone, attribuendo alla musica colta qualità sublimi rispetto alla monnezza popolare (libera interpretazione del baricco-pensiero), dall’altro si cimenta nel parrucconesimo modernista (di un Riccardo Muti o di uno a caso dei piú blasonati direttori d’orchestra) di chi afferma — tutt’oggi — che la musica antica vada interpretata secondo gli stilemi del nostro tempo, e che ci si debba infischiare di tutte le ricerche sulla filologia musical-interpretativa portate avanti da 40 anni in qua da gente piuttosto rincoglionita, secondo Lui. Il terzo saggetto è quello che ha tenuto meglio il passare del tempo, ovvero prende di mira la musica contemporanea, quella sperimentale, che se aveva un senso quando nacque ad opera dei vari Berio, Nono, Maderna, etc., oggigiorno è un settore musicale completamente assurdo sotto tutti gli aspetti (ma vale la pena di leggerlo dalle parole di Baricco, veramente esemplari in questo caso). L’ultima parte, infine, propone un’interpretazione personale e abbastanza condivisibile nei riguardi di Puccini e Mahler, considerandoli come anticipatori della musica pop, la canzonetta, da una parte, e la colonna sonora cinematografica, dall’altra.

Feltrinelli, 1992, 96 pagine, 6,50 euri

trascurabile ma anche no

14 Settembre 2015 Nessun commento

Si presume, di solito, che la seconda opera (in assoluto, o di una ipotetica serie dello stesso autore, come in questo caso) debba essere inevitabilmente meno riuscita della prima. Little Frank invece compie il miracolo di scrivere un libro riuscito almeno quanto il primo della serie, se non addirittura migliore. “Momenti di trascurabile infelicità” è infatti molto piú divertente di “MdTFelicità” (strappa letteralmente diverse risate a chi si immedesimi nelle situazioni raccontate) e questo accade soprattutto perché privo di buoni sentimenti che potevano rendere il primo libro in alcuni frangenti anche piuttosto commovente (seppur evitando il patetismo, come un bravo scrittore sa fare). Qui invece le situazioni sono tutte moderatamente sfigate, c’è poco da commuoversi, e perlopiú caratterizzate da una forma di negatività leggera, della quale si riesce a sorridere, anche grazie alla calibratissima scrittura comica di Piccolo Frank. Si tratta di considerazioni a volte argute, altre piuttosto comuni, altre anche banali, in altri casi piccoli racconti di vita, che comunque toccano sempre le corde del lettore che ha vissuto da sé episodi simili oppure riesce a mettersi nei panni di chi li racconta.

Einaudi 2015, pagg. 144, 13 euri (ma io l’ho pagato 5)

a babbo morto

3 Settembre 2015 Nessun commento

Ad alcuni anni di distanza dalla morte del suo babbo, il buon Magrelli raccoglie in un libro gli scritti sparsi sul genitore — e sulla sua famiglia in generale — sotto forma di capitoli frammentarii (alcuni dei quali presi in prestito da se stesso, presso altri suoi libri), la cui ritmata brevità ne agevola la lettura, compensando in tal modo la pesantezza angosciante dell’argomento trattato, affrontato talvolta anche nei risvolti piú spiacevoli del già spiacevole tema. Il tono del racconto è a metà tra il disincanto esistenziale e l’incanto filiale dell’adolescenza, che dona alla scrittura una misurata leggerezza, al riparo dagli eccessi stralunati e un po’ fasulli di un Paolo Nori, per esempio.

N.b.: non c’è piú l’Einaudi di una volta: a dispetto del fatto di essere alla seconda edizione e dopo varie ristampe, sopravvivono nel testo almeno un paio di refusi.

Einaudi, 2013, edizione tascabile 2015, pag. 168, 10 euri.

work & freedom

24 Luglio 2014 Nessun commento

Fresco fresco di stampa, quasi un instant-book — tanto che i fatti commentati comprendono anche il post-elezioni europee e il recente avvio delle cosiddette riforme istituzionali — “Lavoro e libertà” è un libro-intervista nel quale il buon Fassyna ci fa un riassunto delle sue note posizioni riguardanti la politica economica italica.  Un colpo al cerchio e uno alla botte, un colpo al nuovo corso renziano e uno a Papa Francesco per non apparire troppo comunisti, l’idea economica del Fassina è senz’altro piú convincente e piú di sinistra della disorganicità delle proposte dell’attuale linea del PD, ma ha la solita pecca di considerarsi troppo “pura”, e incontaminabile con altre soluzioni che non provengano rigorosamente dalla tradizione all’interno della quale ha consolidato il suo pensiero.

Imprimatur Editore, un 110 pagine circa, 9,50 euri.

stima e ammira

26 Dicembre 2013 Nessun commento

Il furbacchione dottor Morelli, il Piero Angela della psicoterapia, affronta il tema dell’autostima da un punto di vista abbastanza particolare. Lungi dal compilare come d’uso un manuale di formulette pratiche positivistiche, al contrario affida il suo messaggio a due o tre concetti saccheggiati da maestri vari, orientali e non, che piú che dare risposte (standardizzate, come succede spesso in libercoli di questo tipo) spingono il lettore ad interrogarsi sulla sua natura. Niente di nuovo sotto il sole: da un lato c’è il “potere di Adesso”, che ha fatto la fortuna dell’altro furbacchione americano (Eckhart “faccia di” Tolle), ovvero vivere l’istante presente, dilatarlo, e dimenticare passato e futuro, due dimensioni secondo lui generatrici di sensi di colpa, da un lato, e false aspettative, dall’altro. Il secondo pilastro che viene proposto è la spersonalizzazione (anche questa roba già letta in tutte le salse in libri sul buddhismo zen o giú di lí), ovvero liberarsi delle costruzioni mentali dalle quali ci piace farci definire, e azzerare la personalità per ripartire da capo con una visione del mondo ed un behaviour piú confacente al nostro intimo. Il lato positivo di questo smilzo libretto è di mascherarsi da qualcosa che in realtà non è, per far arrivare al largo pubblico dei fondamentali di pensiero orientale, seppur in una versione all’acqua di rose.

Mondadori, aprile 2013, 96 pagine, 12 euri e novanta.

otranto’s castle

11 Ottobre 2013 Nessun commento

“Il castello di Otranto” (1764) passa per essere l’antesignano del romanzo gotico. Gli eventi soprannaturali e spettrali ci sono — fin dall’inizio — ma, in realtà, non impressionano granché (almeno per quanto riguarda il lettore d’oggi). Gran parte dell’aura horror è affidata al titolo e all’ambientazione, e cioè alla città del Sud teatro di efferati delitti musulmani, al suo castello, ad un monastero vicino tutt’ora sopravvissuto nei suoi ruderi e, infine, alla sua peculiarità di luogo ai confini del mondo, con una zampa in Europa e l’altra proiettata nell’antico oriente bizantino. Tolto questo, però, il romanzo di Walpole colpisce molto di piú per i suoi legami con l’altro capostipite del romanzo italiano, ovvero “I promessi sposi”. Entrambi vengono spacciati dagli autori come ispirati a fantomatici manoscritti di qualche secolo prima, fortunosamente ritrovati e, in entrambi, è fondamentale la parte riservata ai dialoghi. Il romanzo di Walpole, in particolare, oltre alla tematica horror, fonde l’ispirazione storica (re Manfredi) — immersa in un contesto da antico romanzo cavalleresco (Re Artú e d’intorni) — con la commedia popolare, ed è forse questa quadruplice unione di generi a farne un caso unico e quindi un classico. Un altro verosimile vanto di questo libro, forse il principale, è quello di anticipare di qualche decennio — con il suo anticlassicismo e antirazionalismo — la poetica dello Sturm und Drang e del Romanticismo. Tranquillamente sopravvolabile, comunque, dai non filologi o, se non altro, acquista interesse maggiore se letto in lingua originale, con traduzione italiana a fronte come nell’edizione Oscar Mondadori, per districarsi nell’old english.

un borghese bigolo bigolo

27 Settembre 2013 Nessun commento

Romanzo d’esordio del compianto Cerami, datato 1976. Dietro la messa alla berlina riservata ai parvenu della piccola borghesia (bersaglio piuttosto facile) trasudano le cupe atmosfere della società di quegli anni. Assassinii di strada (qui per rapina, ma l’allusione è agli omicidi politici), affiliazioni a società segrete (la Massoneria, anche in questo caso il riferimento è alle Brigate Rosse). Da sceneggiatore alle prime armi, ma già sgamato, il Cerami copia il solito espediente narrativo passato per “Uomini e topi” di Steinbeck (ma verosimilmente riconducibile alla notte dei tempi della narrativa), ovvero la descrizione di un evento del primo capitolo (la morte del pesce per mano del pescatore), costituisce una scena chiave destinata a ripetersi piú avanti con toni ben piú drammatici (la morte del bandito per mano del suo carnefice).

n.b.: si può stare abbastanza certi che la trasformazione in chiave grottesca dell’affiliazione Massoneria/BR possa essere stata ispirata alla scena omologa del film di Scola del ’72, in cui prefigurava i processi proletari in maniera altrettanto grottesca (perdipiú, questo legame è corroborato dal fatto che Alberto Sordi, protagonista del film di Scola si ritroverà ad impersonare lo stesso tipo di personaggio nel film che verrò tratta qualche anno dopo dal libro di Cerami).

sigismondo

20 Giugno 2013 Nessun commento

Dal momento in cui l’individuo comincia — molto presto — a sviluppare la coscienza della distinzione tra sé e il mondo, e del loro complicato rapporto reciproco, incominciano i casini, per ovviare ai quali gli individui si costituiscono in società, le quali se, da un lato, hanno una loro indubbia utilità per la sopravvivenza della specie e per la soddisfazione del piacere, dall’altro ingigantiscono il Sé individuale in un Sé collettivo, che ripropone i conflitti fondamentali dell’essere umano in direzione inversa (individuo vs. mondo esterno = società-superindividuo vs. persona). Il vecchio Freud, all’indomani del primo conflitto mondiale, sente probabilmente che gli strumenti della sua psicanalisi sono insufficienti per spiegare il casino nel quale il mondo si è cacciato ma, lungi dall’abbandonarli, li ricicla per una indagine sociologica che somiglia ad una macro-psicologia dell’aggregazione umana, del resto strettamente legata alle dinamiche della psiche. Di conseguenza, la suddivisione della personalità nei concetti di Io, Super-Io ed Es viene trasposta pari pari dalla mente umana alla Società, dove l’Io sociale fa da mediatore tra gli istinti inconsci collettivi (Es) e le leggi morali e materiali che la società si dà per autocontrollarsi (Super-Ego). Il libro (1929), tutt’ora estremamente interessante, contiene alcuni siparietti esilaranti che testimoniano quanto la fissazione di Sigmund per la sessualità lo avessero talvolta portato ad esiti a volte molto discutibili (tipo la ricostruzione psico-storica dell’addomesticazione del fuoco, da sganasciarsi).

alessandro barocco

22 Marzo 2013 Nessun commento

Monologo per voce recitante scritto dal Baricco (nel 1994) che, a dispetto della sua brevità, descrive interamente, con la sua solita prosopopea, l’epopea del pianista sull’oceano (una sorta di Comandante Schettino all’incontrario). Per fornire un aggancio al mondo reale a quella che altrimenti sarebbe risultata una storiella che proiettava il lettore direttamente nel mondo della favola, l’autore piemontese si inventa una sfida pianistica jazz con Jelly Roll Morton — circostanza saccheggiata di sana pianta dalle leggendarie sfide a colpi di tastiera degli organisti di epoca barocca. Al Baricco piace gigioneggiare con i destini segnati dei propri personaggi, operazione che alcune volte riesce, altre volte risulta affetta da insopportabile melensaggine, come in questo caso.

the Wilde side

24 Febbraio 2013 1 commento

Piccolo libretto che raccoglie le pagine che il buon André Gide trasse dai pochi incontri che ebbe — in vari luoghi tra l’Europa e l’Algeria — con Oscar Wilde tra il 1891 e il 1898, due anni prima della morte del dandy inglese. Oltre ad essere interessanti perché si tratta di impressioni di prima mano che restituiscono il personaggio di Wilde prima-e-dopo-la-cura (ovvero la prigione), il lettore ha la possibilità di “ascoltare” in virgolettato la sua viva voce, narrante le sue solite storielle e ipotesi spiazzanti, di vario soggetto. Testo originale francese a fronte.

90 pagine, 8,50 euri, a cura di Giuseppe Pintorno

«Vi sono» diceva [Wilde] «due specie di artisti: gli uni danno risposte, gli altri pongono domande. Bisogna sapere se si fa parte di quelli che rispondono o di quelli che interrogano; poiché colui che interroga non è mai colui che risponde. Vi sono opere che attendono e che per molto tempo non vengono capite; perché danno risposte a domande non ancora poste; perché la domanda arriva spesso tardi rispetto alla risposta».

bukowski a fumetti

27 Settembre 2012 Nessun commento

Goodbye Bukowski

Biografia a fumetti, per sommi capi, della vita del grande Bukowski. Con uno stile di disegno tra un Crumb “sanificato” e il Pazienza del periodo Comic Art — ridotto ai suoi elementi piú basilari, quelli piú banali, se si vuole, oltre ad imitarne pedissequamente il lettering — questo tal Montelli privilegia gli aspetti della vita dello scrittore piú legati alla sfera sentimentale, concedendo quindi poco spazio ai momenti piú svaccati. Ne risulta un libro piuttosto tranquillo che comunque rende abbastanza l’idea (l’atmosfera molto simile a quella che si trova ne “Il capitano è fuori a pranzo”, pagine senili, ma forse tra le piú belle, dello sbevazzone americano).

2012, Coconino Press, 144 pagine in bianco e nero, 16 euri.

fräulein Else

17 Settembre 2012 Nessun commento

Prima di incassare meritatamente il premio Angoulême nel 2011 con “Cinquemila km al secondo”, l’ottimo Manuele Fior aveva già pubblicato due anni prima — sempre in terra d’oltralpe — una riduzione a fumetti della “Signorina Else”, il meraviglioso racconto di Arthur Schnitzler del 1924, in maniera fedelissima, con un disegno decadentista, ancora piú curato della sua opera premiata, che tuttavia ha l’inevitabile difetto di oggettivare quello che nel testo scritto era assolutamente soggettivo. Ciò nonostante, il flusso di coscienza della protagonista — una potenziale paziente del dottor Freud — è conservato quanto basta per riprodurre il divario tra coscienza e realtà, tra pensiero e azione, tra sentimento e morale, divario che sfocia nella schizofrenia fatale alla signorina in questione.

minimalismo padano

9 Settembre 2012 Nessun commento

Il buon Gianni Celati se ne andava — nel 1983-86 — girovagando per i paesaggi anonimi della bassa padana e del ferrarese. Il libro che ne trasse è costituito da annotazioni minimali, che si soffermano su cose, fatti o persone che abitualmente trascuriamo, perché troppo “normali” o perché, addirittura, considerate simbolo di degrado (zone industriali, villette omologate, etc.). Lo spirito di osservazione è indubbiamente una qualità tipica dello scrittore, ma applicarlo esclusivamente alla marginalità è un’operazione rivoluzionaria tanto che, dopo averne seguito le gesta, non si può non fare altrettanto noi stessi, quando ci aggiriamo per i luoghi ai quali apparteniamo, ma che spesso non “vediamo”, celati ai nostri occhi. L’attitudine alla sottolineatura del “particolare” — in quegli anni — è la stessa del lavoro fotografico di Ghirri & company, al quale lo stesso Celati ha partecipato, e del quale in questo libro vi è testimonianza.

«Le idee che ho portato in viaggio, non sono capace di servirmene. Troppo diversi i pensieri che vengono muovendosi da quelli che si accumulano a casa propria, sono due cose che non stanno assieme. Vorrebbe dire che noi non siamo padroni dei nostri pensieri, semmai sono loro che accampano dei diritti su di noi secondo le situazioni in cui sorgono; e poi diventano anche presuntuosi. Bisogna portarli a spasso questi presuntuosi, che prendano aria.»

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terrore filoartigianale

7 Settembre 2012 Nessun commento

Quattro racconti del mistero del Lovecraft, usciti per la benemerita collana ‘millelire’ del giornale dei ricconi confindustriali. Ispirati dal vecchio Edgar Allan Poe, i lavori del Lovecraft devíano a tutta birra verso l’irrazionale, evitando di fornire alcuna spiegazione logica — ma solo enormi suggestioni — al fondamento misterioso di ognuno di essi. La piccola tetralogia di questo libretto illustra altrettanti esempi tipologici: si va dalle profondità ancestrali del primo racconto, all’occultismo, all’oltretomba fatata, al mistero iperboreo. Lovecraft, piú di Poe, è stato — tra l’altro — l’ispiratore di gran parte della fumettistica horror americana degli anni Cin-Sessanta (conosciuta in Italia per i minuscoli libretti pubblicati dall’Editoriale Corno nel decennio successivo).

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Levi si è fermato a Cristo

3 Settembre 2012 2 commenti

Hanno dovuto aspettare che il Carletto schiattasse (1975) per decidersi a tradurre in versione cinematografica il suo celeberrimo romanzo. Il film di Rosi è una trascrizione molto fedele del libro, ne riporta tutti gli elementi e gli episodi principali (semplificando il contenuto delle numerose considerazioni che Levi distribuisce in corso d’opera, naturalmente), limitandosi ad intervenire arbitrariamente, ma in modo garbato, nel porre l’accento su alcune scene chiave che fanno da snodo nell’articolare la descrizione della vita di paese. Le riprese sono state effettuate nei luoghi veri e proprii di Aliano (Gagliano) solo per quanto riguarda la casa del confino, per il resto ci si avvale delle scenografie naturali della città fantasma di Craco e di quelli di Matera (che si trovano sempre da quelle parti, comunque). Volonté ha una ventina d’anni in piú rispetto all’età reale di Levi all’epoca dei fatti raccontati, ma poco importa. Scena finale strappalacrime.

1979, regia di Francesco Rosi, sceneggiatura di Rosi, Tonino Guerra, Raffaele La Capria, fotografia Pasqualino De Santis, con Gian Maria Volonté, Irene Papas, Lea Massari e altri.

scrivo poesie

1 Settembre 2012 Nessun commento

Ho cercato inutilmente per mesi questo libro nei negozi di Milano (scoprendo poi, tra l’altro, non essere quello che realmente cercavo) ossessionato come tutti, invece, da Centocinquantasfumaturedistaminchia che, sebbene considerato ‘trasgressivo’, senza dubbio impallidisce di fronte a questa fantastica antologia i cui capitoli percorrono tutta la carriera di Bukowski e che raccoglie materiale pubblicato su rivista che spazia tra i generi del racconto e del saggio e da stralci della sua rubrica “Taccuino…”. Il linguaggio diretto, spudorato e stracolmo di humour di Bukowski si applica generalmente ad un brillante resoconto (o presunto tale) di vita quotidiana, riportata senza censure dall’autore, le cui effervescenze alcooliche o erotiche non riescono a nascondere la strenua lotta dell’autore per la propria sopravvivenza psichica.

Trattandosi di materiale di vario tipo, di diversa datazione, si ha l’impressione di trovarsi in una specie di laboratorio di scrittura nel quale Bukowski recupera in maniera ricorrente testi scritti per una data occasione per inserirli a distanza di tempo in storie di senso piú compiuto. Bukowski ha influenzato col suo stile ‘maledetto’ numerose personalità, trasversalmente al mondo delle arti. Tralasciando la narrativa, ricordiamo Joe Cocker, Tom Waits, Zucchero, Vinicio Caposella nella musica, Robert Crumb e il fumetto americano underground nel ramo della letteratura disegnata, ‘scendendo’ fino ad Andrea Pazienza, Scòzzari e il fumetto italiano anni Ottanta.

Feltrinelli, aprile 2012, traduzione di Simona Viciani, 310 pagine, 17 euri.

Cristo si è fermato a Empoli

21 Agosto 2012 Nessun commento

Il romanzo antropologico che il buon Carlo Levi ha tratto dalla sua biennale esperienza di confinato lucano ha qualcosa di biblico. Come nella Bibbia, il testo scritto ha la funzione di nominare il mondo, operazione che da un lato ne istituisce e proclama l’esistenza e il proprio dominio sopra di essa (come Adamo, dà nome alle cose ed animali e ne diviene padrone). Dall’altro lato, la descrizione istituisce una fissità della realtà descritta, come se fosse eternamente data, uguale e immodificabile. La congelazione della Storia che Levi attua nel corso di tutto il libro viene ripetuta, in minore, nell’introduzione che l’autore fa di ogni personaggio: di ognuno, con poche parole, vengono descritti i tratti fisici e fisionomici che li condannano ad essere le maschere perpetue di se stessi. Tale punto di vista è senza dubbio di tipo aristocratico, rispondente nei fatti all’estrazione sociale dell’autore, estremamente attento a non farsi contaminare (l’autore è un ‘personaggio’ del suo libro, ma appare sempre come distante). In secondo luogo vi è riflesso un temperamento artistico di un certo tipo, ovvero una visuale in prima battuta orientata a rappresentare il mondo — e a non cercarne le ragioni se non in maniera limitata — e pensare ad esso come fisso, non evolutivo. Abbiamo come un mescolamento delle procedure rappresentative delle due arti praticate da Levi: letteratura e pittura. Il romanzo è, per questa sua fissità, quasi un simulacro di un’opera pittorica; come se, invece di dipingere un quadro, si fosse voluto ‘scriverlo’.

In un certo senso non si può non pensare a quanto sia stata differente dal fatalismo di Levi l’esperienza di Don Milani, in un ambiente di vita per molti versi analogo, nella sua povertà culturale e materiale. Se Levi è preoccupato di agire il meno possibile, per conservare in ogni modo quel microcosmo anaciclotico, il priore di Barbiana si consuma invece nell’iniettare in esso i germi della formazione culturale e dell’indipendenza di giudizio, secondo un orientamento finalistico della storia, tipico dello sguardo cristiano. In questo senso, “Cristo si è fermato a Eboli” ha una duplice valenza: da una parte assume il ruolo di denuncia sociale (raccolta in seguito dall’esito politico della Riforma Agraria, dalla citata esperienza missionaria di Don Milani, dalla scelta di Pasolini di ambientare il suo Vangelo a Matera, etc.). La principale caratteristica di questo romanzo è stata tuttavia di aver fotografato un Altrove, reale ma invisibile, magico e (tuttora) separato dal mondo ‘civile’, preesistente a quest’ultimo e allo stesso tempo distaccato, come una Asgaard o un Olimpo negativi.

Levi vorrà riconoscere fino in fondo l’Altrove rappresentato da quel piccolo mondo pagano facendocisi confinare per l’eternità, in una tomba del camposanto, riconoscendo in ultima analisi l’importanza di quell’esperienza non desiderata, ma fatale.

the captain is out to lunch

5 Agosto 2012 Nessun commento

Diario scritto negli ultimi anni della sua vita (1991-1993). Forse, insieme alle poesie, è la via migliore per incominciare ad avvicinarsi a questo scrittore. Bukowski appare come un signore tranquillo, tutto sommato in pace col mondo — anche se non manca ad ogni pagina di buttare improperii, ma dal tono disincantato — la cui occupazione principale è trascorrere la giornata a scommettere all’ippodromo e, alla sera, sedersi al computer a scrivere (era entusiasta di aver sostituito la macchina da scrivere col pc) e attendere, amaramente, la morte. Quello che colpisce della scrittura di Bukowski è la depurazione da qualsiasi citazione, nominazione, influenza esterna di qualsiasi tipo, tanto da rimanere in essenza la sua voce, e i fatti raccontati. Per esempio, racconta spesso che uno dei suoi piaceri è l’ascolto della musica classica ma, a parte citare di rado i compositori (Brahms, Mozart, …) non c’è una volta che scriva a proposito di un pezzo in particolare o che dica qualcosa di meno che generico, eppure in decine di anni di ascolto — anche distratto — deve aver certo avuto modo di approfondirla. Anche quando parla di persone del suo ambiente o di quello del cinema, fa estrema attenzione a cambiarne i nomi per renderli irriconoscibili, come se temesse di doverci pagare il copyright.

p.s.: il testo è accompagnato da disegni di Robert Crumb, che paga forse un suo debito artistico e morale nei confronti di Bukowski, ma sinceramente non sono granché.

Traduzione di Andrea Buzzi, 140 pagine, 6,50 euri

«Be’, sì, c’è la musica classica. Alla fine devo fermarmi su quella. Ma so che è sempre lì che mi aspetta. La ascolto tre o quattro ore a notte. Però continuo lo stesso a cercare altra musica. Ma non ce n’è. Dovrebbe essercene. Mi disturba. Siamo stati spogliati di tutto un intero settore. Pensate a tutte le persone che in vita non hanno mai sentito musica decente. Non c’è da meravigliarsi che le loro facce cadano a pezzi, non c’è da meravigliarsi che uccidano senza pensarci due volte, non c’è da meravigliarsi che non abbiano cuore.»

Mattatoio

5 Giugno 2012 Nessun commento

“Mattatoio n. 5” è un bel film sia in senso assoluto, perché racconta in maniera intelligente una vicenda poco frequentata dal cinema come quella del bombardamento alleato di Dresda del 1945, sia in senso relativo perché, pur essendo basato sul romanzo di Kurt Vonnegut, viene rielaborato brillantemente secondo lo specifico filmico, ovvero non è una facile trascrizione pedissequa del libro con tanto di ammorbante voce fuori campo come accade di solito, ma diventa un’opera assolutamente autonoma, parzialmente scremata dal marcato autobiografismo di cui era improntato il racconto. Si può dire che rientra nella temperie antimilitarista degli anni Sessanta, e può essere letto come un seguito ideale di “Soldato Blu” e “Piccolo grande uomo” ma, dove questi ultimi si limitavano a rovesciare lo stereotipo buoni-cattivi, in Mattatoio la condanna si distribuisce equanimemente ai due schieramenti.

p.s.: la fantascienza residuale della storia è solo uno specchietto per gli allocchi, e il suo scopo è quello di aggiungere un tocco lisergico & fricchettone ad una vicenda tanto drammatica (ed è forse proprio questo elemento surreale che lo rende un po’ datato).

1972, regia di George Roy Hill, sceneggiatura di Stephen Geller, ispirato dal romanzo di Vonnegut, musiche di Bach/Glenn Gould, interpretato da attori assolutamente sconosciuti.

il torto del soldato

20 Maggio 2012 Nessun commento

Il buon Harry De Luca, astutamente, incomincia il suo romanzetto con un prologo — che si crede apparentemente avulso dal romanzo vero e proprio — nel quale sembra parli in prima persona delle sue manie che ormai conosciamo bene (la lingua ebraica/yiddish, la montagna, etc.). Poi, parte il racconto della figlia del criminale nazista ma, in realtà, la sensibilità della narrazione è sempre quella dello scrittore napoletano che, come un attore ormai troppo caratterizzato, non ha piú la possibilità di uscire dal suo personaggio (tipo Benigni, per esempio). Anche gli altri personaggi del romanzo, infatti, ci parlano di kabbalà, giochi linguistici, del mare di Napoli, etc., tutti con la stessa “voce”. Il prologo creduto a sé stante si trasmuterà nella stessa sostanza della storia vera e propria e ne andrà a costituire l’epilogo, sfruttando la procedura cristologica ormai nota di “Uomini e topi” di Steinbeck (ovvero, introdurre anticipatamente, dissimulandoli, i segni della Passione di uno dei protagonisti). In sostanza, sembra proprio che al nostro Harry abbisogni di nient’altro che una traccia narrativa qualsiasi, un filo conduttore pretestuoso per attaccargli le sue densissime considerazioni sulla vita. Ciò non toglie che la caratura del suo breve romanzo sia di tutto rispetto e che un qualsiasi scrittore ammerigano di best sellers, da un intreccio come questo ci avrebbe ricavato, allungandolo con un mare di brodaglia inutile, un librazzo da tre-quattrocento pagine. Viva la sintesi deluchiana, che mica ci abbiamo tempo da perdere con le minchiate.

Erri De Luca, “Il torto del soldato”, Feltrinelli, aprile 2012, 90 pagine, 11 euri.

scendere dal pero

27 Marzo 2012 4 commenti

Un attempato giornalista culturale, nel Portogallo fascista degli anni Trenta, attraversa un suo personale percorso di formazione (scende finalmente dal pero, si potrebbe dire, in riferimento al suo cognome). Pereira impersonifica il rischio che la Cultura, staccata dalla quotidianità e chiusa nel proprio mondo autoreferente, possa risultare incapace di leggere il senso delle cose, senso immediatamente percepibile da parte di chi ha meno sovrastrutture mentali. Forse una delle poche cose non indecenti prodotte dal Faenza che, tuttavia, è incapace di togliere l’inutile riferimento letterario originario e fare del suo film un’opera autonoma.

1995, regia di Roberto Faenza, tratto dal romanzo omonimo di Antonio Tabucchi (buonanima), con Marcello Mastroianni, Nicoletta Braschi, Daniel Auteuil.

gli anni dolci

26 Marzo 2012 Nessun commento

Delicata storia sentimentale tra una giovane donna e il suo vecchio professore che, nella versione originaria del romanzo di Hiromi Kawakami che l’ha ispirata, deve aver in qualche modo determinato l’idea di “Lost in Translation” di Sofia Coppola (che non a caso era ambientato in Giappone). Con il suo solito ritmo lento, Taniguchi ci conduce con estrema sobrietà grafica e narrativa lungo una storia tanto lieve che durante il suo tranquillo svolgimento sembra apparentemente non accadere nulla, e che piano piano, sfumatura dopo sfumatura, si addentra nel territorio della nostalgia e del ricordo.

p.s.: la scelta dell’editore nipponico di pretendere da Taniguchi il ripescaggio della trattazione di piatti tipici della tradizione giapponese, già espressa nel suo precedente “Gourmet”, risulta inutile e piuttosto artificiosa ed aggiunge poco alla storia.

Rizzoli/Lizard, due volumi da 240 pag. cadauno, 17 euri cadauno.