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Archivio per la categoria ‘Narrativa’

caos

20 Ottobre 2017 Nessun commento

Il vecchio Nanni, mentre se sta a divertí al mare cor fratello, salva dall’annegamento la bella tardona Isabella Ferrari. Una ne salva, e nello stesso istante un’altra ne muore: guardacaso proprio la moglie di Nanni, il quale, in preda al senso di colpa per non essere stato vicino alla figlia mentre moriva la genitrice, passa tutto il film fuori dalla scuola ad attenderla che finisca le lezioni, per non lasciare piú che si trovi sola. Questa bipolarità del personaggio tra presenza e assenza è la chiave per farci spostare l’attenzione verso il vero tema del film, ovvero il detto/non detto, la cui tensione è alla base del caos calmo enunciato nel titolo. Il caos fa breccia in maniera plateale nei momenti di dissociazione della personalità della moglie del collega, che pronuncia inconsapevolmente i pensieri volgari che realmente pensa e che immediatamente cancella dalla mente, oppure nella bestemmia del cattolicissimo Silvio Orlando: sono semafori per segnalarci che l’attenzione va posta qui. Anche la vita del protagonista infatti è immersa in questo non detto, tra le altre cose nel rapporto epistolare scoperto a posteriori della moglie con uno scrittore, oppure nel suo stesso desiderio latente di un’ipotetica altra donna, diversa dalla moglie, che si materializza proprio con la Ferrari da lui salvata, o verso la sconosciuta col cane del parchetto, anche lei, seppure piú giovane, somigliante infatti a quella.

2008, tratto dal romanzo di Sandro Veronesi, regia: Antonello Grimaldi, sceneggiatura: Nanni Moretti, Laura Paolucci, Francesco Piccolo, con: Nanni Moretti, Alessandro Gassman, Valeria Golino, Silvio Orlando, Isabella Ferrari & altri

otranto’s castle

11 Ottobre 2013 Nessun commento

“Il castello di Otranto” (1764) passa per essere l’antesignano del romanzo gotico. Gli eventi soprannaturali e spettrali ci sono — fin dall’inizio — ma, in realtà, non impressionano granché (almeno per quanto riguarda il lettore d’oggi). Gran parte dell’aura horror è affidata al titolo e all’ambientazione, e cioè alla città del Sud teatro di efferati delitti musulmani, al suo castello, ad un monastero vicino tutt’ora sopravvissuto nei suoi ruderi e, infine, alla sua peculiarità di luogo ai confini del mondo, con una zampa in Europa e l’altra proiettata nell’antico oriente bizantino. Tolto questo, però, il romanzo di Walpole colpisce molto di piú per i suoi legami con l’altro capostipite del romanzo italiano, ovvero “I promessi sposi”. Entrambi vengono spacciati dagli autori come ispirati a fantomatici manoscritti di qualche secolo prima, fortunosamente ritrovati e, in entrambi, è fondamentale la parte riservata ai dialoghi. Il romanzo di Walpole, in particolare, oltre alla tematica horror, fonde l’ispirazione storica (re Manfredi) — immersa in un contesto da antico romanzo cavalleresco (Re Artú e d’intorni) — con la commedia popolare, ed è forse questa quadruplice unione di generi a farne un caso unico e quindi un classico. Un altro verosimile vanto di questo libro, forse il principale, è quello di anticipare di qualche decennio — con il suo anticlassicismo e antirazionalismo — la poetica dello Sturm und Drang e del Romanticismo. Tranquillamente sopravvolabile, comunque, dai non filologi o, se non altro, acquista interesse maggiore se letto in lingua originale, con traduzione italiana a fronte come nell’edizione Oscar Mondadori, per districarsi nell’old english.

un borghese bigolo bigolo

27 Settembre 2013 Nessun commento

Romanzo d’esordio del compianto Cerami, datato 1976. Dietro la messa alla berlina riservata ai parvenu della piccola borghesia (bersaglio piuttosto facile) trasudano le cupe atmosfere della società di quegli anni. Assassinii di strada (qui per rapina, ma l’allusione è agli omicidi politici), affiliazioni a società segrete (la Massoneria, anche in questo caso il riferimento è alle Brigate Rosse). Da sceneggiatore alle prime armi, ma già sgamato, il Cerami copia il solito espediente narrativo passato per “Uomini e topi” di Steinbeck (ma verosimilmente riconducibile alla notte dei tempi della narrativa), ovvero la descrizione di un evento del primo capitolo (la morte del pesce per mano del pescatore), costituisce una scena chiave destinata a ripetersi piú avanti con toni ben piú drammatici (la morte del bandito per mano del suo carnefice).

n.b.: si può stare abbastanza certi che la trasformazione in chiave grottesca dell’affiliazione Massoneria/BR possa essere stata ispirata alla scena omologa del film di Scola del ’72, in cui prefigurava i processi proletari in maniera altrettanto grottesca (perdipiú, questo legame è corroborato dal fatto che Alberto Sordi, protagonista del film di Scola si ritroverà ad impersonare lo stesso tipo di personaggio nel film che verrò tratta qualche anno dopo dal libro di Cerami).

il torto del soldato

20 Maggio 2012 Nessun commento

Il buon Harry De Luca, astutamente, incomincia il suo romanzetto con un prologo — che si crede apparentemente avulso dal romanzo vero e proprio — nel quale sembra parli in prima persona delle sue manie che ormai conosciamo bene (la lingua ebraica/yiddish, la montagna, etc.). Poi, parte il racconto della figlia del criminale nazista ma, in realtà, la sensibilità della narrazione è sempre quella dello scrittore napoletano che, come un attore ormai troppo caratterizzato, non ha piú la possibilità di uscire dal suo personaggio (tipo Benigni, per esempio). Anche gli altri personaggi del romanzo, infatti, ci parlano di kabbalà, giochi linguistici, del mare di Napoli, etc., tutti con la stessa “voce”. Il prologo creduto a sé stante si trasmuterà nella stessa sostanza della storia vera e propria e ne andrà a costituire l’epilogo, sfruttando la procedura cristologica ormai nota di “Uomini e topi” di Steinbeck (ovvero, introdurre anticipatamente, dissimulandoli, i segni della Passione di uno dei protagonisti). In sostanza, sembra proprio che al nostro Harry abbisogni di nient’altro che una traccia narrativa qualsiasi, un filo conduttore pretestuoso per attaccargli le sue densissime considerazioni sulla vita. Ciò non toglie che la caratura del suo breve romanzo sia di tutto rispetto e che un qualsiasi scrittore ammerigano di best sellers, da un intreccio come questo ci avrebbe ricavato, allungandolo con un mare di brodaglia inutile, un librazzo da tre-quattrocento pagine. Viva la sintesi deluchiana, che mica ci abbiamo tempo da perdere con le minchiate.

Erri De Luca, “Il torto del soldato”, Feltrinelli, aprile 2012, 90 pagine, 11 euri.

valdughismi testoriani

24 Aprile 2010 Nessun commento

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Il breve testo teatrale della Parrella (tanto breve che qualsiasi commento superiore a tre righe rischia di assumere più importanza dell’originale) rivela immediatamente la sua ascendenza dalla Valduga e da Testori. Una cinquantenne, in un momento di degenza ospedaliera post-operatoria, ha una visione degli uomini della sua vita e con essi instaura un dialogo sulle difficoltà incontrate nei rapporti (insoddisfacenti) con essi. Il ragionamento segue il filo della dicotomia tra il generale e il particolare: l’Uomo è visto prima come appartenente al genere maschile, soltanto successivamente come individuo. Per una specie di legge del contrappasso, la donna-oggetto si è tramutata essa stessa nel demiurgo dell’uomo-oggetto. L’attrazione iniziale diventa sempre un conflitto quando si passa al rapporto duraturo, ossia quando si scende dal generale al particolare, dal genere sessuale alla persona. Questa idiosincrasia può essere anche vista come un’allegoria della difficoltà pratica di ricomposizione dell’elemento naturale con quello culturale: uomo e donna si attraggono per natura, ma è l’elemento individuale, la cultura, la personalità in senso esteso, a determinare davvero un legame forte. Le geremiadi della tizia, però, stufano presto: roba già letta e sentita in varie salse (di ben altro calibro, soprattutto, vedi alla voce Valduga). Senonché la Valeria decide di farci commuovere nel finale, con l’apparizione del padre della tipa che rievoca immediatamente una sorta di ‘Stabat Pater’ di ascendenza testoriana, oppure la scena finale di “Blade Runner” nel quale l’androide chiede al padre il perché della propria esistenza. Proprio per questo, sebbene alla fine riesca a far venire un po’ di magone, il testo della Parrella non è che poco più di un collage. Va benissimo, però, per chi non conosca gli originali.

le petit prince

8 Febbraio 2007 Nessun commento


Leggendo i classici si scopre spesso e volentieri che alcuni aspetti o messaggi in essi contenuti sono, nel frattempo, entrati in circolo nella coscienza collettiva. Per questo motivo, a distanza di sessant’anni questa fiaba (per bambini?) lascia forse un po’ delusi per le aspettative ripostevi, ma conserva la sua poeticità, probabilmente proprio per le caratteristiche del linguaggio, semplificato e simbolico, e per le idee sensate che vuole comunicare.
Una delle frasi a cui mi riferivo dice che “la verità si vede col cuore e non con gli occhi”, e mi pare di averla sentita sotto varie salse da diverse parti (ma, chissà, forse era già vecchia all’epoca).
Ho poi scoperto che il mediocre “K-Pax”, film americano di qualche anno fa, deve essersi ispirato a questa favola: anche lì, infatti, si parlava di un alieno che doveva tornare sul suo pianeta.

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27 Febbraio 2006 Nessun commento


Finalmente, dopo avere iniziato a leggere dozzine di libri, dopo tanto tempo riesco a leggerne uno per intero (bella forza, sono appena 70 paginette scarse scritte belle larghe!).
Questo librettino – troppo breve per poter acquisire rilevanza artistica – è comunque particolarmente interessante perché è un raccontino in forma epistolare pubblicato per la prima volta nel 1938 in una rivista statunitense e parla del rapporto tra due amici – uno dei quali è ebreo – e di come esso cambia dopo il trasferimento di uno dei due nella Germania nazista.
Qualche anno fa mi pare sia stato tratto da questo racconto un testo teatrale, ma mi chiedo come sia stato adattato vista la brevità del testo originario.