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Archivio per la categoria ‘Letteratura’

Levi si è fermato a Cristo

3 Settembre 2012 2 commenti

Hanno dovuto aspettare che il Carletto schiattasse (1975) per decidersi a tradurre in versione cinematografica il suo celeberrimo romanzo. Il film di Rosi è una trascrizione molto fedele del libro, ne riporta tutti gli elementi e gli episodi principali (semplificando il contenuto delle numerose considerazioni che Levi distribuisce in corso d’opera, naturalmente), limitandosi ad intervenire arbitrariamente, ma in modo garbato, nel porre l’accento su alcune scene chiave che fanno da snodo nell’articolare la descrizione della vita di paese. Le riprese sono state effettuate nei luoghi veri e proprii di Aliano (Gagliano) solo per quanto riguarda la casa del confino, per il resto ci si avvale delle scenografie naturali della città fantasma di Craco e di quelli di Matera (che si trovano sempre da quelle parti, comunque). Volonté ha una ventina d’anni in piú rispetto all’età reale di Levi all’epoca dei fatti raccontati, ma poco importa. Scena finale strappalacrime.

1979, regia di Francesco Rosi, sceneggiatura di Rosi, Tonino Guerra, Raffaele La Capria, fotografia Pasqualino De Santis, con Gian Maria Volonté, Irene Papas, Lea Massari e altri.

scrivo poesie

1 Settembre 2012 Nessun commento

Ho cercato inutilmente per mesi questo libro nei negozi di Milano (scoprendo poi, tra l’altro, non essere quello che realmente cercavo) ossessionato come tutti, invece, da Centocinquantasfumaturedistaminchia che, sebbene considerato ‘trasgressivo’, senza dubbio impallidisce di fronte a questa fantastica antologia i cui capitoli percorrono tutta la carriera di Bukowski e che raccoglie materiale pubblicato su rivista che spazia tra i generi del racconto e del saggio e da stralci della sua rubrica “Taccuino…”. Il linguaggio diretto, spudorato e stracolmo di humour di Bukowski si applica generalmente ad un brillante resoconto (o presunto tale) di vita quotidiana, riportata senza censure dall’autore, le cui effervescenze alcooliche o erotiche non riescono a nascondere la strenua lotta dell’autore per la propria sopravvivenza psichica.

Trattandosi di materiale di vario tipo, di diversa datazione, si ha l’impressione di trovarsi in una specie di laboratorio di scrittura nel quale Bukowski recupera in maniera ricorrente testi scritti per una data occasione per inserirli a distanza di tempo in storie di senso piú compiuto. Bukowski ha influenzato col suo stile ‘maledetto’ numerose personalità, trasversalmente al mondo delle arti. Tralasciando la narrativa, ricordiamo Joe Cocker, Tom Waits, Zucchero, Vinicio Caposella nella musica, Robert Crumb e il fumetto americano underground nel ramo della letteratura disegnata, ‘scendendo’ fino ad Andrea Pazienza, Scòzzari e il fumetto italiano anni Ottanta.

Feltrinelli, aprile 2012, traduzione di Simona Viciani, 310 pagine, 17 euri.

Cristo si è fermato a Empoli

21 Agosto 2012 Nessun commento

Il romanzo antropologico che il buon Carlo Levi ha tratto dalla sua biennale esperienza di confinato lucano ha qualcosa di biblico. Come nella Bibbia, il testo scritto ha la funzione di nominare il mondo, operazione che da un lato ne istituisce e proclama l’esistenza e il proprio dominio sopra di essa (come Adamo, dà nome alle cose ed animali e ne diviene padrone). Dall’altro lato, la descrizione istituisce una fissità della realtà descritta, come se fosse eternamente data, uguale e immodificabile. La congelazione della Storia che Levi attua nel corso di tutto il libro viene ripetuta, in minore, nell’introduzione che l’autore fa di ogni personaggio: di ognuno, con poche parole, vengono descritti i tratti fisici e fisionomici che li condannano ad essere le maschere perpetue di se stessi. Tale punto di vista è senza dubbio di tipo aristocratico, rispondente nei fatti all’estrazione sociale dell’autore, estremamente attento a non farsi contaminare (l’autore è un ‘personaggio’ del suo libro, ma appare sempre come distante). In secondo luogo vi è riflesso un temperamento artistico di un certo tipo, ovvero una visuale in prima battuta orientata a rappresentare il mondo — e a non cercarne le ragioni se non in maniera limitata — e pensare ad esso come fisso, non evolutivo. Abbiamo come un mescolamento delle procedure rappresentative delle due arti praticate da Levi: letteratura e pittura. Il romanzo è, per questa sua fissità, quasi un simulacro di un’opera pittorica; come se, invece di dipingere un quadro, si fosse voluto ‘scriverlo’.

In un certo senso non si può non pensare a quanto sia stata differente dal fatalismo di Levi l’esperienza di Don Milani, in un ambiente di vita per molti versi analogo, nella sua povertà culturale e materiale. Se Levi è preoccupato di agire il meno possibile, per conservare in ogni modo quel microcosmo anaciclotico, il priore di Barbiana si consuma invece nell’iniettare in esso i germi della formazione culturale e dell’indipendenza di giudizio, secondo un orientamento finalistico della storia, tipico dello sguardo cristiano. In questo senso, “Cristo si è fermato a Eboli” ha una duplice valenza: da una parte assume il ruolo di denuncia sociale (raccolta in seguito dall’esito politico della Riforma Agraria, dalla citata esperienza missionaria di Don Milani, dalla scelta di Pasolini di ambientare il suo Vangelo a Matera, etc.). La principale caratteristica di questo romanzo è stata tuttavia di aver fotografato un Altrove, reale ma invisibile, magico e (tuttora) separato dal mondo ‘civile’, preesistente a quest’ultimo e allo stesso tempo distaccato, come una Asgaard o un Olimpo negativi.

Levi vorrà riconoscere fino in fondo l’Altrove rappresentato da quel piccolo mondo pagano facendocisi confinare per l’eternità, in una tomba del camposanto, riconoscendo in ultima analisi l’importanza di quell’esperienza non desiderata, ma fatale.

the captain is out to lunch

5 Agosto 2012 Nessun commento

Diario scritto negli ultimi anni della sua vita (1991-1993). Forse, insieme alle poesie, è la via migliore per incominciare ad avvicinarsi a questo scrittore. Bukowski appare come un signore tranquillo, tutto sommato in pace col mondo — anche se non manca ad ogni pagina di buttare improperii, ma dal tono disincantato — la cui occupazione principale è trascorrere la giornata a scommettere all’ippodromo e, alla sera, sedersi al computer a scrivere (era entusiasta di aver sostituito la macchina da scrivere col pc) e attendere, amaramente, la morte. Quello che colpisce della scrittura di Bukowski è la depurazione da qualsiasi citazione, nominazione, influenza esterna di qualsiasi tipo, tanto da rimanere in essenza la sua voce, e i fatti raccontati. Per esempio, racconta spesso che uno dei suoi piaceri è l’ascolto della musica classica ma, a parte citare di rado i compositori (Brahms, Mozart, …) non c’è una volta che scriva a proposito di un pezzo in particolare o che dica qualcosa di meno che generico, eppure in decine di anni di ascolto — anche distratto — deve aver certo avuto modo di approfondirla. Anche quando parla di persone del suo ambiente o di quello del cinema, fa estrema attenzione a cambiarne i nomi per renderli irriconoscibili, come se temesse di doverci pagare il copyright.

p.s.: il testo è accompagnato da disegni di Robert Crumb, che paga forse un suo debito artistico e morale nei confronti di Bukowski, ma sinceramente non sono granché.

Traduzione di Andrea Buzzi, 140 pagine, 6,50 euri

«Be’, sì, c’è la musica classica. Alla fine devo fermarmi su quella. Ma so che è sempre lì che mi aspetta. La ascolto tre o quattro ore a notte. Però continuo lo stesso a cercare altra musica. Ma non ce n’è. Dovrebbe essercene. Mi disturba. Siamo stati spogliati di tutto un intero settore. Pensate a tutte le persone che in vita non hanno mai sentito musica decente. Non c’è da meravigliarsi che le loro facce cadano a pezzi, non c’è da meravigliarsi che uccidano senza pensarci due volte, non c’è da meravigliarsi che non abbiano cuore.»

Mattatoio

5 Giugno 2012 Nessun commento

“Mattatoio n. 5” è un bel film sia in senso assoluto, perché racconta in maniera intelligente una vicenda poco frequentata dal cinema come quella del bombardamento alleato di Dresda del 1945, sia in senso relativo perché, pur essendo basato sul romanzo di Kurt Vonnegut, viene rielaborato brillantemente secondo lo specifico filmico, ovvero non è una facile trascrizione pedissequa del libro con tanto di ammorbante voce fuori campo come accade di solito, ma diventa un’opera assolutamente autonoma, parzialmente scremata dal marcato autobiografismo di cui era improntato il racconto. Si può dire che rientra nella temperie antimilitarista degli anni Sessanta, e può essere letto come un seguito ideale di “Soldato Blu” e “Piccolo grande uomo” ma, dove questi ultimi si limitavano a rovesciare lo stereotipo buoni-cattivi, in Mattatoio la condanna si distribuisce equanimemente ai due schieramenti.

p.s.: la fantascienza residuale della storia è solo uno specchietto per gli allocchi, e il suo scopo è quello di aggiungere un tocco lisergico & fricchettone ad una vicenda tanto drammatica (ed è forse proprio questo elemento surreale che lo rende un po’ datato).

1972, regia di George Roy Hill, sceneggiatura di Stephen Geller, ispirato dal romanzo di Vonnegut, musiche di Bach/Glenn Gould, interpretato da attori assolutamente sconosciuti.

il torto del soldato

20 Maggio 2012 Nessun commento

Il buon Harry De Luca, astutamente, incomincia il suo romanzetto con un prologo — che si crede apparentemente avulso dal romanzo vero e proprio — nel quale sembra parli in prima persona delle sue manie che ormai conosciamo bene (la lingua ebraica/yiddish, la montagna, etc.). Poi, parte il racconto della figlia del criminale nazista ma, in realtà, la sensibilità della narrazione è sempre quella dello scrittore napoletano che, come un attore ormai troppo caratterizzato, non ha piú la possibilità di uscire dal suo personaggio (tipo Benigni, per esempio). Anche gli altri personaggi del romanzo, infatti, ci parlano di kabbalà, giochi linguistici, del mare di Napoli, etc., tutti con la stessa “voce”. Il prologo creduto a sé stante si trasmuterà nella stessa sostanza della storia vera e propria e ne andrà a costituire l’epilogo, sfruttando la procedura cristologica ormai nota di “Uomini e topi” di Steinbeck (ovvero, introdurre anticipatamente, dissimulandoli, i segni della Passione di uno dei protagonisti). In sostanza, sembra proprio che al nostro Harry abbisogni di nient’altro che una traccia narrativa qualsiasi, un filo conduttore pretestuoso per attaccargli le sue densissime considerazioni sulla vita. Ciò non toglie che la caratura del suo breve romanzo sia di tutto rispetto e che un qualsiasi scrittore ammerigano di best sellers, da un intreccio come questo ci avrebbe ricavato, allungandolo con un mare di brodaglia inutile, un librazzo da tre-quattrocento pagine. Viva la sintesi deluchiana, che mica ci abbiamo tempo da perdere con le minchiate.

Erri De Luca, “Il torto del soldato”, Feltrinelli, aprile 2012, 90 pagine, 11 euri.

scendere dal pero

27 Marzo 2012 4 commenti

Un attempato giornalista culturale, nel Portogallo fascista degli anni Trenta, attraversa un suo personale percorso di formazione (scende finalmente dal pero, si potrebbe dire, in riferimento al suo cognome). Pereira impersonifica il rischio che la Cultura, staccata dalla quotidianità e chiusa nel proprio mondo autoreferente, possa risultare incapace di leggere il senso delle cose, senso immediatamente percepibile da parte di chi ha meno sovrastrutture mentali. Forse una delle poche cose non indecenti prodotte dal Faenza che, tuttavia, è incapace di togliere l’inutile riferimento letterario originario e fare del suo film un’opera autonoma.

1995, regia di Roberto Faenza, tratto dal romanzo omonimo di Antonio Tabucchi (buonanima), con Marcello Mastroianni, Nicoletta Braschi, Daniel Auteuil.

gli anni dolci

26 Marzo 2012 Nessun commento

Delicata storia sentimentale tra una giovane donna e il suo vecchio professore che, nella versione originaria del romanzo di Hiromi Kawakami che l’ha ispirata, deve aver in qualche modo determinato l’idea di “Lost in Translation” di Sofia Coppola (che non a caso era ambientato in Giappone). Con il suo solito ritmo lento, Taniguchi ci conduce con estrema sobrietà grafica e narrativa lungo una storia tanto lieve che durante il suo tranquillo svolgimento sembra apparentemente non accadere nulla, e che piano piano, sfumatura dopo sfumatura, si addentra nel territorio della nostalgia e del ricordo.

p.s.: la scelta dell’editore nipponico di pretendere da Taniguchi il ripescaggio della trattazione di piatti tipici della tradizione giapponese, già espressa nel suo precedente “Gourmet”, risulta inutile e piuttosto artificiosa ed aggiunge poco alla storia.

Rizzoli/Lizard, due volumi da 240 pag. cadauno, 17 euri cadauno.

berlinguer adornato

21 Marzo 2012 Nessun commento

Libercolo che riproduce un’intervista di Adornato a Berlinguer apparsa originariamente sull’Unità, nella quale si prefiguravano scenari futuribili all’alba del 1984 orwelliano. Libro che non vale i pochi euri che costa, ma che fornisce una divertente visione del contesto politico e sociale di quell’anno. L’Enrico non ce la faceva proprio ad allontanarsi da Marx, pur leggendolo in maniera critica. Il pericolo atomico, la rivoluzione informatica alle porte, la collocazione del PCI dopo l’omicidio di Aldo Moro e altri temi solo accennati mettono impietosamente alla prova il tentativo — alle volte riuscito, altre no — di sfidare l’imperscrutabilità del futuro alla luce degli elementi contingenti.

p.s.: che Adornato fosse davvero il mentecatto che pare essere (non a caso ora si trova nell’Udc) è confermato dal fatto che si stupisse (e si stupisca ancor oggi) che il Berlinguer si staccasse — correttamente — da una lettura del “1984” di Orwell in chiave meramente anti-sovietica, stupore adornato che dimostra di non riconoscere il valore artistico universale di quel romanzo, chiaro a chiunque gli avesse dato una sbirciata con un briciolo di cervello.

Aliberti editore, marzo 2012, 60 pagine, 6 euro e cinquanta.

cui prodest michelangiolo?

15 Marzo 2012 Nessun commento

Interessante pamphlet che permette di fondare su argomenti molto precisi le molteplici intuizioni rispetto alle fregature di vario genere nelle quali riconosce di imbattersi chiunque si interessi in maniera non superficialissima al mondo dell’arte. Il libro incomincia con la descrizione dettagliata dell’incredibile catena di colpevoli superficialità — interessate, e ai danni dell’erario — che qualche tempo fa hanno portato ad attribuire a Michelangelo un anonimo crocifisso di legno, opera di un onesto artigiano quattrocentesco. Il discorso del Montanari si allarga poi a quello che dovrebbe essere il vero ruolo dei critici e degli storici dell’arte, nonché alla funzione gestionale del patrimonio artistico italiano da parte dello Stato, soggetti che negli ultimi anni si sono rivelati vittime di una pericolosa deriva utilitaristica, che considera le opere d’arte come oggetto di sfruttamento commerciale e non di studio e di conoscenza. Il frutto di questa assurda deformazione attitudinale è il proliferare di mostre inutili che abbiamo tutti sotto gli occhi, inconsistenti dal punto di vista critico e della ricerca, allestite sui grandi nomi per muovere un alto numero di visitatori, ma che si guardano bene dall’offrire a questi ultimi una reale opportunità di crescita culturale. Secondo Montanari è prioritario, per esempio, anteporre alle mostre i musei, e prima ancora i luoghi originari che ospitavano le opere, per riavvicinarsi al mondo culturale per il quale sono state create. Forse il j’accuse del Tomaso è alle volte un po’ troppo integralistico ma, vista la situazione demenziale dell’offerta culturale italiana, la sua intransigenza è piuttosto comprensibile.

Einaudi, Le Vele n. 64, Marzo 2011, 130 pagine, dieci euri

passarono, alla fine

19 Dicembre 2011 Nessun commento

Un bel librone a fumetti che raccoglie le avventure del Max Fridman di Giardino ambientate in Catalogna al tempo della guerra civile spagnola, tre puntate uscite singolarmente tra il 1999 e il 2008. Sotto le mentite spoglie di fotoreporter, il protagonista si muove tra le retroguardie e il fronte della guerra civile alla ricerca di un amico perduto. Lo stile illustrativo di Giardino, perfettamente ordinato e influenzato dall’esempio della ligne clair franco-belga, rispecchia il macro-contesto nel quale agiscono i personaggi: una maglia di persone e rapporti umani, incastonati in una trama piú grande di rapporti internazionali, che costringe i movimenti di ognuno nel rispetto di una rete di scambi obbligati per i quali la libertà di scelta diventa un fattore decisamente condizionato. L’estrema sintesi, indispensabile allo sceneggiatore per rappresentare in poche pagine la quantità di sfaccettature della storia, si traduce in una accuratezza descrittiva, i cui grandi sottintesi narrativi lasciano ampio spazio allo spirito di osservazione del lettore, chiamato a collegare i singoli micro-eventi per trarne una logica, e che rende preziosa ogni singola vignetta, il cui disegno già lodato rende una gioia la necessità di soffermarvisi.

2011, Rizzoli, 224 pagine a colori, 22 euro (un prezzo abbastanza onesto).

giallo

1 Novembre 2011 Nessun commento

Un Giallo Mondadori d’antan (1994) recuperato al modico prezzo di cinquanta centesimi su una bancarella di Gabicce Mare, quest’estate (galeotta fu la copertina con Nembo Kid). Trattasi di una storia hitchcockiana, non esaltante ma abbastanza intrigante, ambientata nel mondo reale del fumetto, che l’autrice dimostra di conoscere piuttosto bene (figurano — in qualità di personaggi secondari — molti autori della Bonelli e dell’ambiente editoriale italiano in genere, collocati e descritti in maniera molto precisa). Il romanzo ha stilisticamente qualche piccolo punto debole che, comunque, non intacca eccessivamente il piacere della lettura.

p.s.: la Salvatori ha scritto un altro o altri due Gialli Mondadori, ma ha anche successivamente pubblicato dei romanzi “veri”.

la morale della truppa

1 Ottobre 2011 4 commenti

3454086

Riesumazione della storica intervista di Scalfari a Berlinguer (luglio 1981) nella quale il buon Enrico esprime delle considerazioni sul sistema politico italiano che — salvo alcune sfumature — sono tutt’ora valide. Peccato che l’introduzione di Luca Telese sia una schifezza e il testo dell’intervista sia stato riprodotto nudo e crudo, senza alcun apparato critico o alcuna nota di spiegazione che contribuisca a chiarire diversi punti che, oggi, risultano un po’ oscuri al lettore medio (tralasciando la “alternanza democratica”, che può essere un concetto intuibile, che cacchio sarebbe la DC del “preambolo”, per esempio?).

Aliberti, 64 pagine, 6.50 euro.

le piccole emozioni quotidiane

23 Settembre 2011 Nessun commento

Momenti-di-trascurabile-felicita1

I tempi cambiano. Una volta usava che gli scrittori annotassero sui proprii taccuini tutte le osservazioni piú minute che, eventualmente, sarebbero potute servire in seguito per la realizzazione di un libro. Un esempio evidente di questo procedimento è rappresentato dalle pagine di “City” nelle quali Alessandro Baricco descrive le impressioni provate dal protagonista davanti alle “ninfee” di Monet: è altamente probabile che la loro scrittura sia avvenuta in un momento diverso rispetto a quello della stesura vera e propria del romanzo. Questo tipo di appunti di lavoro avrebbero visto la luce, eventualmente, solo dopo la dipartita degli autori. Oggi, invece, forse perché siamo piú abituati ad una lettura frammentaria — o per risparmiare ad un eventuale futuro esegeta la fatica di estrarre dai suoi romanzi le frasi piú salienti — un ‘signor nessuno’ come Francesco Piccolo si può permettere di pubblicare, nel suo “Momenti di trascurabile felicità”, una raccolta di pensieri che descrivono i propri piccoli piaceri quotidiani, il piú delle volte perfidi, suscitati da micro-situazioni piuttosto comuni sulle quali solitamente poco ci si sofferma. Questo atteggiamento micro-analitico all’inizio dà i nervi, forse proprio perché frutto di un’analisi alle volte un po’ furba, o magari perché la sottigliezza di pensiero — specie se applicata ad argomenti cosí futili — è di per se stessa inevitabile sintomo di sofisticazione. Ma, con il finire delle pagine, il Piccolo lascia via via da parte la perfidia per far affiorare la tenerezza di osservazioni tutte al positivo, che manifestano il vero intento di questo libretto, ovvero il desiderio di testimoniare l’amore per la vita, anche nelle cose piú piccole.

«L’odore di pane del primo mattino; le macchinette del caffè nel momento in cui vengono spente. Il bis tanto atteso di un concerto. Il fatto che nessuna donna al mondo riesca a ottenere dal parrucchiere la pettinatura che desiderava.Il giorno in cui fa abbastanza freddo da dover tirare fuori dall’armadio il primo maglione e infilarlo mentre scarica corrente. Un litigio furioso per questioni di principio. Uno che corre per arrivare prima che scada il tempo per qualsiasi cosa. Gli amori che cominciano, che è molto prima di quando cominciano. L’elenco di tutte le case che si abitano nel corso della vita.» Etc.

Einaudi, 130 pagine, 12,50 euro.

Walter Bettini

14 Settembre 2011 Nessun commento

bettini

Da bravo ex-luogotenente veltroniano qual è stato, il buon Goffredo considera l’attuale reggenza del PD come una vera e propria Restaurazione: un soffocamento degli slanci ideali originarii e dell’apertura di orizzonti che il Walter aveva profetizzato (il tutto risale a soli tre anni fa, peraltro). La fretta con la quale l’esperienza primigenia è stata messa da parte costituisce — in effetti — lo scheletro nell’armadio di questo partitello, anagraficamente giovane, ma mentalmente ripiegato su una concezione passatista e incapace di vedere al di là del “particolare”. La tesi del Bettini è quella di recuperare il contatto verso gli italiani sia in termini di coinvolgimento emotivo — una “narrazione”, aridaje, che si svolga attorno ad alcune parole chiave, imprescindibili, secondo lui — sia sotto forma di rapporto dialettico con la società civile (questo aspetto è stato tacitamente fatto proprio dalle recenti dichiarazioni di Bersani e dall’atteggiamento dialettico, appunto, stabilito dal PD nei confronti dei comitati referendari, per esempio).

«I progressisti [americani, N.d.R.] hanno spesso accettato una vecchia idea di ragione, risalente all’illuminismo settecentesco, secondo la quale la ragione è conscia, letterale, logica, universale, sottratta alle emozioni, incorporea e funzionale agli interessi di chi la esercita. […] I repubblicani non sono gravati da questi vincoli e hanno una migliore percezione di come lavorano mente e cervello. Questo è il motivo per cui spesso sembrano piú efficaci.»

Marsilio, giugno 2011, 140 pagine, 13 euro.

all’anema ‘e chi t’è (krishna)murt’

31 Agosto 2011 Nessun commento

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Libro mondadoriano che riporta il sunto di una quindicina di incontri tenuti da Hare Hare Krishnamurti (1895-1986) in varie città dell’India, tra il dicembre del 1970 e il febbraio dell’anno successivo. Il buon Jiddu, che affermava di non aver letto un solo libro di qualsiasi genere, proclamava un pensiero che — passando per Eraclito e Socrate — in realtà affondava bellamente le radici nella tradizione orientale (diciamo che si collocava nelle vicinanze dello zen estremo). La sua ricerca del distacco da tutte le cose e — qui sta il difficile, se non l’impossibile — persino dal proprio Sé, ovvero dal piacere o dal dispiacere che proviamo nel conservare i nostri ricordi (e che ci ostacola, ogni volta, nel provare una sensazione “vera”, che non sia inquinata dalle esperienze precedenti) è qualcosa di diverso da quanto propone la filosofia antica, lo stoicismo per esempio, ossia di utilizzare la ragione e la volontà come interfaccia verso la realtà. Ci troviamo esattamente dal lato opposto: la mission impossible di Krishnamurti è quella di accantonare in maniera radicale qualsiasi conoscenza pregressa, qualsiasi percorso mentale che implichi conflitto — dove conflitto è considerato financo la semplice necessità di passare da uno stato mentale ad un altro, e cioè il puro fatto di considerare il concetto di Me e dell’Altro, con le differenze connaturate alle due entità — per sperimentare sensazioni, anche simili a quelle che abbiamo già provato (e che dobbiamo dimenticare), ma in maniera sempre nuova, senza aspettative o sovrapposizioni sensoriali attuali e trascorse. Non è l’opportunistico “potere di Adesso” di quel minchione di Eckhart(guarda-te-che-nome-si-va-a-scegliere)Tolle, ma “semplicemente” il raggiungimento di un grado zero della conoscenza — il minimo indipensabile per ricordarci la strada di casa o il linguaggio col quale ci esprimiamo, per esempio — che non ha nessun altro scopo se non quello di permetterci di eliminare il conflitto perpetuo ed eterno nel quale viviamo dalla nascita fino alla nostra morte, amen.

Mondadori, 200 pagine, 9 euro.

deformazione professionale

23 Agosto 2011 2 commenti

bartleby

Uno dei bei racconti scritti da Melville nel 1853, dopo l’insuccesso commerciale di “Moby Dick”. Chi legge capisce abbastanza in fretta che la storia — oggettivamente assurda — deve avere una spiegazione simbolica, che infatti lo scrittore suggerisce nell’ultima pagina: Bartleby, nel suo impiego precedente — addetto alle lettere smarrite — ha riconosciuto se stesso come una missiva con destinatario sconosciuto ovvero, come propone Baricco, scopre la mancanza di un proprio destino, dalla quale deriva la propria afasia rispetto alla realtà. Aggiungerei che, considerando l’intera storia, emerge piuttosto viva una lettura critica del sistema di produzione industriale che, con la specializzazione e parcellizzazione delle tipologie di lavoro, contribuisce all’alienazione del lavoratore, che non ha piú l’immediato riscontro di quanto la sua opera — ridotta a pura astrazione — risponda ad un’esigenza e ad un’utilità sociale, e può condurre quindi alla nevrosi e ad una svalutazione, o addirittura perdita, della propria identità (sia il tema dell’uomo nella società moderna, sia l’approccio simbolistico, non possono non farci venire alla mente Kafka). La versione Feltrinelli è tradotta meravigliosamente da Gianni Celati, e lascia chiaramente intravedere la bellezza del testo originale americano. Il libro contiene anche una serie di lettere scritte da Melville al suo stimatissimo collega Nathaniel Hawthorne, dal tono ai limiti dell’invadenza. Celati, inoltre, propone una sintesi di una novantina di studi accademici pubblicati dagli anni ’20 ai ’90 del Novecento, che rivelano in maniera esilarante quanto gli studiosi di letteratura si siano esercitati in una ricerca esegetica che va spesso oltre l’accanimento terapeutico, quando la realtà, lo scrittore, ce la mette sotto gli occhi da sé.

anche i filosofi sparano cazzate

31 Luglio 2011 Nessun commento

schopenhauer

Per aumentare la propria autostima non vi è niente di meglio che leggersi le considerazioni che la maggior parte dei filosofi di tutti i tempi hanno lasciato a proposito delle donne. Non sfugge a questa sorte il buon Schopenhauer, che ci offre il consueto corredo di luoghi comuni tra l’antropologico e la sociologia. Figlie della propensione sostanzialmente misogina del proprio tempo, le massime dello Schopenhauer — estrapolate da Franco Volpi da scritti vari del filosofo, non si tratta quindi di un trattato unitario — per la maggior parte dei casi sono applicabili anche a due secoli di distanza, a volte anche illuminanti o confermative di certe impressioni, ma valevoli perlopiú solo per chi voglia mantenere un distacco cinico dall’altra metà del cielo.

Adelphi, 106 pagine, 8 euro.

stringàti

29 Luglio 2011 Nessun commento

strinati

Terza ed ultima puntata dell’analisi stringata che Strinati ha condotto, a partire da Giotto, sulle problematiche e sullo sviluppo del ruolo dell’artista nella storia. Nel Seicento — tema di questo libro — l’importanza della committenza e il crescente potere di indirizzo esercitato dal collezionismo privato provocano la nascita dell’Estetica: la personalità dell’artista, meno soggetta all’influenza esclusiva dei grandi apparati (Chiesa e amministrazione pubblica) viene valorizzata dalla molteplicità del gusto dei collezionisti (ecclesiastici insigni o aristocratici e borghesi, privati) che contribuiscono all’apprezzamento della libertà di interpretazione dei temi. Strinati spazia tra i maggiori (Poussin, Caravaggio, Bernini, Reni) e i “minori” esempi (Domenichino, Pietro da Cortona, etc.) dell’arte barocca limitandosi — per forza di cose — a fornire un piccolo vademecum utile ad ampliare le riflessioni con ricerche e raffronti iconografici personali del lettore. Il volume è diviso in due parti: la prima, che occupa lo spazio maggiore, è fondamentalmente aneddotica, di facile lettura e quindi di impronta divulgativa, accessibile a tutti. Nella seconda, si privilegiano le riflessioni teoretiche, meno facili da affrontare, ma che permettono di arrivare ad una visione d’insieme e alla definizione di criterii piú generali.

Sellerio, 190 pagine, 12 euro.

il letto di procuste

14 Luglio 2011 Nessun commento

procuste

Negli ultimi tempi, nelle librerie, capitava spesso di incrociare un paio di titoli del Saggiatore che illustravano una fantomatica teoria del Cigno Nero. Sfogliandoli, avevano l’aria di rappresentare il consueto espediente escogitato dal solito scienziato piú o meno fallito per ricavare qualche ghinea, in qualche modo, dai propri costosi studi. Per questo motivo li avevo colpevolmente trascurati. Senonché, poche settimane fa un terzo libro, graficamente — ma solo in tal guisa — ricollegabile al cigno nero, per il suo aspetto mi aveva indotto a sfogliarlo, e a scoprire che raccoglieva una buona dose di pensieri, spesso piuttosto taglienti e fulminanti, opera di colui che si sarebbe rivelato essere lo stesso autore dei due volumi, originariamente schifati, di cui sopra. L’idea alla base dell’enigmatico titolo è quella secondo la quale non dovremmo, prevalentemente e possibilmente, subire passivamente il mondo che ci circonda, ma affrontarlo con la chiarezza mentale adeguata a capire quando è il mondo ad essere sbagliato, e non noi e, viceversa, con la stessa chiarezza mentale, aggiustare noi stessi quando siamo in posizione sbagliata rispetto alla realtà (la difficoltà — estrema — sta tutta nell’identificare a quale delle due fattispecie ci troviamo di fronte). Anche se qua e là possono apparire un po’ banali, si tratta di aforismi spesso abbastanza acuti — con un retrogusto tecnico, alla Arthur Bloch de “La legge di Murphy”, per la formazione economica dell’autore — e di carattere trasversale, tali da consigliare di collocare in libreria il ‘cigno nero’ al fianco di Cioran (magari in posizione un po’ defilata, per non far incazzare troppo il rumeno).

«L’ignoranza cosciente, se sei in grado di praticarla, espande il tuo mondo; essa può rendere le cose infinite.»

«Si è sicuri solo se si può perdere la propria fortuna senza l’ulteriore e peggior affronto di dover diventare umili.»

«Scienza sociale significa l’invenzione di un certo tipo di essere umano che possiamo capire.»

«Lo spirito seduce comunicando intelligenza senza grossolanità.»

«La chiarezza mentale è figlia del coraggio, e non viceversa.»

(traduzione di Libero Sosio)

people from Ibiza

22 Giugno 2011 Nessun commento

taccuino-salamanca

Non tutti gli appunti di Cioran sono stati, quindi, pubblicati nel monumentale “Quaderni”: sempre per Adelphi salta ora fuori un quadernetto scritto dal pensatore rumeno durante una vacanza a Talamanca, agosto 1966. Un mese di vita da spiaggia riesce ad intaccare solo minimamente il pessimismo cosmico di Cioran, che ci consegna ancora qualche goccia distillata della sua amara intelligenza.

«Era davvero di ottima compagnia: non aveva opinioni.»

«Avere genio significa riuscire a digerire le influenze fino a farne perdere le tracce.»

«La cosa migliore, forse, è non spiegarci, non dare la chiave del nostro essere, la formula del nostro destino. Agli altri trovarla — se ritengono che valga la pena di cercarla.»

«La funzione della Parola nelle cosmogonie. Dio parla e le cose avvengono. È una visione ‘letteraria’ dell’universo, che solo l’uomo poteva concepire. Sarebbe interessante conoscere le divagazioni cosmogoniche di una creatura muta.»

«L’io che presiede agli elementi che mi compongono rappresenta un tentativo di esistenza come un altro; e poco importa che riesca o meno. Non appena raggiungiamo l’età della ragione dovremmo dirci: “Rasségnati al fallimento, in ogni caso non affliggertene, considera che in quello risiede il senso della tua vita. Anzi, spingiti oltre: fanne un successo, il tuo successo”.»

Traduzione di Cristina Fantechi.

Adelphi, Biblioteca Minima n. 45, aprile 2011, pagine 50, 6 euri.

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Me and You

5 Giugno 2011 Nessun commento

io-e-te-niccolo-ammaniti

Simpatico racconto, senza lieto fine, le cui simpatiche premesse e conseguenti complicazioni (mimetismo batesiano, etc.) avrebbero trovato maggior adeguatezza descrittiva nelle pagine di un romanzo (di formazione, o di de-formazione, per meglio dire). A pensar male si fa peccato, ma pare proprio che il buon Ammaniti asciughi tutto il più possibile per ridurre la storia ad un quasi-plot cinematografico, già bell’e pronto.

Einaudi, 120 pagine, dieci euro (otto e cinquanta all’Esselunga, troppi comunque).

a kind of magic

31 Maggio 2011 Nessun commento

picasso1

Un libretto — 1.828esimo di “duemila esemplari impressi su carta vergatina avorio” (come fa chic!) — che alla modica cifra di quattro euri raccoglie pensieri di Picasso a proposito del proprio lavoro; pochi, ma utili per ricordarsi ogni tanto di come l’arte non sia quella faccenda tranquilla e innocua che si va a visitare la domenica nei musei (come allo zoo, o al cimitero).

«Spiazzare, mettere gli occhi nelle gambe, contraddire, fare un occhio di fronte e uno di profilo. Si fanno sempre i due occhi uguali, ve ne siete accorti? La natura fa spesso cose come me, solo che le nasconde. Dipingo con effetti senza capo né coda? Va bene, ma si comprendono. È per questo che la gente è obbligata a tenere conto di me. Bisogna che il dipinto si difenda. È molto importante, ma i pittori mirano a piacere. Un buon dipinto [...] dovrebbe essere munito di lame di rasoio.»

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Galimba de luna

6 Maggio 2011 Nessun commento

galimberti_alloni-ilviandantedellafilosofia

La copertina esemplifica bene l’attuale condizione di un Galimberti privo della sua coperta di Linus (gli è morta la moglie un paio d’anni fa) e che diventa dunque facile preda di un tizio che gli estorce una conversazione, utile per inaugurare una nuova collana di libercoli. Siccome il Galimba-pensiero è quello che conosciamo, anche una piccola evenienza come questa, nella quale il nostro parla semplicemente a ruota libera, è un’occasione per portarsi a casa una buona scorta di idee sulle quali soffermarsi per un paio d’anni a venire.

«[Nietzsche] nell’affermare che Dio è morto, determina il profilarsi, come conseguenza della morte di Dio, di ciò che lui chiama nichilismo. Ma asserire che Dio è morto, che significa? Non certo chiedersi se Dio esiste o non esiste, come avviene nella domanda metafisica abituale. Significa piuttosto chiedersi se Dio “fa ancora mondo oppure no”. Questo è un punto importante perché se noi facciamo riferimento al Medioevo — in cui l’arte era sacra e la letteratura parlava di inferno, purgatorio e paradiso, e persino le donne erano considerate donne-angelo — Dio certamente esiste. Poiché se io tolgo la parola Dio dal mondo medievale automaticamente quel mondo non lo capisco piú. Ma se tolgo la parola Dio dal mondo contemporaneo le cose proseguono, esattamente, come prima. Mentre la stessa cosa non accadrebbe se togliessi la parola denaro, o la parola tecnica. Affermare allora che Dio è morto significa affermare, in primo luogo e fondamentalmente, che Dio “non fa piú mondo”.»

Aliberti, 110 pagine, 10 euri.

angouleme

30 Aprile 2011 Nessun commento

cinquemila

Meritatissimo premio Angouleme 2011, per una storia a fumetti che in poche pagine riesce a sviluppare e a rendere appassionanti i tragitti incrociati delle vite dei personaggi, dall’adolescenza alla maturità, conducendoli ad un finale nostalgico e amaro. Un fumetto maturo, leggero come gli acquerelli che lo illustrano, intimistico, perfettamente costruito, che lascia trasparire i migliori riferimenti assimilati — direttamente, o di riflesso — dal giovane autore (Loustal, Bergman, Scola, Pazienza, …).

il rottamatore

3 Aprile 2011 1 commento

renzi

Al contrario di Chiamparino — l’altro sindaco-scrittore del PD — che, pur essendomi abbastanza antipatico, affrontava nel suo libro problematiche di fondo della società contemporanea, sfidando il partito a trovare soluzioni sganciate da una visione ideologica di vecchio stampo, sostituendola con un’apertura di orizzonte piú ampia che riprendeva lo spirito liberal-democratico veltroniano (con lo scopo, sottinteso, di una proiezione personale verso il ruolo di parlamentare), il libro di Renzi appare invece come un semplice status symbol, il prodotto di un boy-scout un po’ pinocchiesco che, essendosi trovato ad interpretare al momento giusto un certo desiderio di rinnovamento dell’elettorato, si prende la soddisfazione di vedersi pubblicato dall’editore piú borghese possibile. È proprio questo felice connubio con l’establishment a neutralizzare quella carica eversiva che il Renzi-pensiero finge di far propria. In sintesi: giovanilismo abbastanza innocuo destinato a fare il suo tempo (i giovani, prima o poi, invecchiano); totale assenza di ideali di fondo (se non quelli del buon senso, presunto); assenza di un minimo rispetto nei confronti delle generazioni che lo hanno preceduto, eccheccazzo; sterilizzazione da qualsiasi tipo di ideologia; indulgenza verso il Cavaliere che qualsiasi persona di buon senso — appunto — dovrebbe voler vedere morto o rinchiuso in un manicomio, etc. Insomma, un libro un po’ del menga.

beatrix

12 Febbraio 2011 Nessun commento

Le-Beatrici

Libercolo che raccoglie monologhi teatrali per voce femminile. Qualcuno esilarante (“Beatrice”, “La mocciosa”), qualche altro commovente (“Attesa”), qualcuno graffiante (“Vecchiaccia”), il tutto ‘alla Benni’. Completano lo smilzo libro alcune ballate senza musica, e poesie, non imperdibili.

Feltrinelli, 100 pagine, nove euri.

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nodi

11 Gennaio 2011 Nessun commento

nodi

Pensieri in forma quasi poetica redatti dall’antipsichiatra R.D. Laing (nel 1970), nati dall’osservazione di rapporti personali o stati mentali, nei quali si osserva un circolo, vizioso o virtuoso, o semplicemente di valore auto-neutralizzante, dal quale è impossibile uscire, a meno di non applicare uno scarto di ragionamento che spinga fuori da ogni singola orditura. Equazioni poetiche e di pensiero, o psichiatric-zen.

Non mi sento a posto / quindi sono cattivo / quindi nessuno mi vuol bene.
Mi sento a posto / quindo sono bravo / quindi tutti mi vogliono bene.
Sono bravo / tu non mi vuoi bene / quindi sei cattivo. Cosí non ti voglio bene.
Sono bravo / tu mi vuoi bene / quindi sei bravo. Cosí ti voglio bene.
Sono cattivo / tu mi vuoi bene / quindi sei cattivo.

Tutto in tutti / Ciascun uomo in tutti gli uomini / tutti gli uomini in ciascun uomo
Tutto l’essere in ciascun essere / Ciascun essere in tutto l’essere
Tutte le cose in ciascuna cosa / Ciascuna cosa in tutte le cose
Tutte le distinzioni sono mente, con la mente, nella mente, della mente
Niente distinzioni niente mente per distinguere.

l’avvelenata 2.0

28 Novembre 2010 Nessun commento

controletteratura

Libro-invettiva nel quale il Rondoni si scaglia in una donchisciottesca (o donmilanesca) mission impossible, ovverossia pretendere che la Letteratura non venga insegnata nella maniera sterile in cui la pratica istituzionalizzata attuale la costringe ma, innanzitutto, venga distinta in due branche: una di Storia della Letteratura, nella quale si studierebbe la successione degli autori e delle opere in relazione alla Storia, e una seconda branca nella quale si facesse esperienza diretta, con la materia letteraria viva, di testi ed autori che abbiano qualcosa “da dire” agli studenti, evitando gli smaronamenti su mattoni inutili (eventualmente affrontabili in seconda battuta, quando il lettore, piú maturo, disponga degli strumenti e del piacere necessari per affrontarli). Una bella idea, parzialmente attuata — in maniera estemporanea — in alcuni istituti scolastici italiani, che per essere realizzata comporterebbe la formazione di migliaia di insegnanti, di alto livello, appassionati, e capaci di trasmettere la passione per la lettura ai giovani. Probabilmente, anche dal punto di vista di un giovane, è piú pratico e immediato ascoltare Fabri Fibra, o similia.

«La poesia è la voce delle anime che si stanno facendo, che non sanno come fare, delle anime con i lavori in corso. Che non se la cavano. Con il sangue che corre e si versa. Le anime che rischiano. Che si illuminano e che a volte si perdono. Le altre, le anime tiepide, a mezzo gas, al cinque per cento, non sanno che farsene della poesia.»

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harry de luca

23 Ottobre 2010 3 commenti

deluca

Uno dei molti libri nei quali il buon De Luca riporta alla luce i significati che la Bibbia si porta dentro nella sua versione in lingua ebraica, ma che la lunga tradizione e traduzione della Chiesa ha volutamente o casualmente trascurato, soprattutto allo scopo di rendere piú masticabili le crude metafore cui il linguaggio originario inevitabilmente ricorreva, ma anche rispondente ad una semplificazione delle infinite sfumature, troppo complesse per essere recepite oggigiorno.