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Archivio per la categoria ‘Musica’

bastava la musica

17 Agosto 2017 52 commenti

Libro in cui il Riccardo racconta la storia della sua vita fino a circa sette anni fa. Se, da un lato, è indubbiamente interessante ripercorrere la carriera del Maestro (essendo comunque il piú già noto dai racconti orali del Nostro) dall’altro lato non si può non rimanere esterrefatti rispetto alla confezione del libro. Infatti, per prima cosa il testo del Riccardo è spesso disomogeneo, pieno di citazioni che vanno dal dialettale, al teutonico, al latino, in maniera eccessivamente gigioneggiante, che rifugge dall’antipatia solo in quanto si pensi alla simpatica ironia con la quale Muti è solito accompagnare certe sue uscite naive in occasioni ufficiali. In secondo luogo la memoria dell’autobiografo scorre un po’ troppo a briglia sciolta da un argomento all’altro, ritornando spesso su personaggi che erano già stati trattati. In terzo luogo, è sorprendente trovare, in un libro presumibilmente destinato al lettore generalista, considerazioni musicologiche indirizzate evidentemente al superspecialista (nella postfazione di tal Marco Grondona si raggiunge in questo senso il parossismo). Insomma, la sensazione è di un testo eccessivamente disorganizzato, tanto che si può con ragione supporre che il manoscritto non abbia mai visto un editor. Ma forse la funzione principale di questo libro non è nient’altro che quella di figurare sullo scaffale di casa del piú tipico dei melomani radical-chic.

Rizzoli, 2010, 260 pagine (più una trentina di pagine di fotografie), 20 euri

zio Ludovico

9 Giugno 2017 12 commenti

Nel milleottocento e qualcosa, un ufficiale napoleonico musicofilo di stanza a Vienna decide di andare a recar visita a zio Ludwig, uno dei suoi compositori prediletti. Alcune decine d’anni piú tardi, bontà sua, deciderà di lasciarne traccia scritta tra le sue carte, e ripercorrerà con la memoria il suo primo incontro e la successiva occasionale frequentazione con un Beethoven già famoso e ancora abbastanza giovane (ma colpito dalla sua celebre sordità allora incipiente, che contribuiva a rendere ancora piú problematici i suoi rapporti con il mondo esterno). Quello che leggiamo nella versione presentata dalla Scuola di Pitagora è un fresco abbozzo ritrattistico letterario che, anche grazie alle ottime note del redattore, ci precipita per un attimo in prima persona in uno scorcio temporale viennese del primo Ottocento, direttamente nel tinello di casa di uno dei suoi maggior protagonisti.

La Scuola di Pitagora editore, 48 paginette, 3,50 euri

tutto quello che avreste voluto chiedere su corelli eccetera eccetera

31 Marzo 2017 14 commenti

Lettura fondamentale sul compositore di Fusignano, risalente ormai a tre lustri or sono, che raduna tutte le piú rilevanti informazioni disponibili sul Nostro, a partire da scritti autografi e lettere, passando da stralci critici di testi d’epoca (Charles Burney, ovviamente, ma anche di musicologi contemporanei di Corelli, soprattutto albionici), nonché rifacendosi ad approfondimenti di altri studiosi piú vicini ai giorni nostri, tanto rari quanto ormai datati (e generalmente mai tradotti in versione italica). Molto ben fatta la parte biografica che, andando dalle origini della casata e del parentame in quel di Fusignano, e poi descrivendo l’evoluzione professionale, cerca anche di restituire per quanto possibile quello che doveva presumibilmente essere stato il carattere della persona. Piuttosto interessante anche la dettagliata ricostruzione dell’ambiente musicale bolognese della prima metà del Seicento, che riporta una bibliografia di opere a stampa per violino veramente appetitosa per chi voglia perdersi tra rimandi, citazioni e influenze stilistiche. La parte di analisi delle composizioni musicali di Corelli è invece un po’ sacrificata, ma comunque sufficiente a dare un’idea appropriata dell’importanza dell’opera corelliana, il cui approfondimento troverebbe probabilmente sede migliore in un contesto piú adatto agli specialisti.

p.s.: figura anche una parte illustrata, nella quale viene riportato quello che è il ritratto piú attendibile del Corelli.

2000, L’Epos editore, 224 pagine

occhio alla madama

13 Dicembre 2016 22 commenti

Opera lirica di primo Novecento del Puccini, tornata per Sant’Ambroeus quest’anno nella sua versione originale alla Scala, luogo dove debuttò e fece fiasco a suo tempo (il compositore poi la rimaneggiò e venne ripresentata a Brescia pochi mesi dopo, con successo, quella seconda volta). Dopo il pezzo di bravura contrappuntistico orchestrale d’apertura, la narrazione della vicenda — piuttosto sempliciotta — è accompagnata da un flusso musicale continuo, dove non esiste pressoché separazione tra arie e recitativo; il materiale compositivo è infatti tanto “smaterializzato” da risultare quasi del tutto sfuggente alla memoria, secondo un’idea del melodramma nella quale non è difficile riconoscere l’influenza dell’opera wagneriana o dei suoi seguaci dell’epoca (Massenet, etc.), il quale del resto non prescindeva da referenti molto piú antichi, tipo Monteverdi & company. Tutto questo magma di testo e musica continui va ascoltato e seguito con attenzione non superficiale, perché non mancano momenti di puro lirismo o di provocazione letteraria e simbolica, come pure avviene in Wagner, e sarebbe un peccato lasciarseli sfuggire avanzando frettolosi giudizi di barbosità o di eccessiva semplificazione della storia. Il contenuto infatti, ripreso da romanzi e copioni teatrali di poco precedenti, risente fortemente della tipica fattispecie letteraria tragica di fine ottocento, che vede la protagonista suicidarsi (Bovary, Anna Karenina, etc.), e ambientata esoticamente in un Giappone anch’esso molto di moda nell’Europa fin-de-siècle. Nulla di particolarmente originale, quindi, ma la cui insita contrapposizione nippo-bimba vs. Pinkerton, ovvero Giappone vs. USA, prefigura gli scontri ben piú pesanti che coinvolgeranno le due potenze pochi anni dopo (l’ambientazione precisa è Nagasaki, per dire).

il mio nome è Ruscello

21 Agosto 2016 Nessun commento

L’arco temporale narrato in “Mein Name ist Bach” è all’incirca di una settimana, quella corrispondente al viaggio intrapreso nel 1747 dal vecchio Johann Sebastian, dal figlio Wilhelm Friedemann e dalla figlia Johanna a Potsdam, alla residenza del principe Federico II di Prussia, presso la cui corte operava già il figlio Carl Philip Emanuel (oltre a Joachim Quantz). Ad occhio e croce la rappresentazione è un po’ esasperata ad arte, specialmente nel rapporto altero tra il principe e il J.S. Bach, la cui richiesta di elaborazione del celebre tema regio alla base della Musikalisches Opfer è dettato da una vera e propria sfida, e non semplicemente da una umile richiesta, quale doveva effettivamente essere, da parte di un compositore dilettante al grande Giovanni Sebastiano. Ma, come dicevamo, il tono viene esaltato soprattutto per mettere in campo la rete di rapporti paterni e filiali incrociati dei quali è intessuta la trama. Federico pare infatti rivalersi su suo padre (che fece uccidere il suo migliore amico) per interposta persona bachiana, mentre il primogenito Wilhelm Friedemann, scapestrato e modaiolo, è messo in contrasto col buon padre di famiglia Carl Philip Emanuel. Tutto sommato un film guardabile — ed anche utile, per l’allargamento della visuale storica che ci dà di un personaggio come Bach, considerato sempre soprattutto dal punto di vista astrattamente musicale — ricco di informazioni piuttosto attendibili, con l’aggiunta delle immancabili licenze poetiche per stuzzicare il pubblico generalista — quali il supposto flirt tra la moglie di Federico e Wilhelm Friedemann, o le tendenze omosessuali del primo — concessioni allo stile all’americana che tuttavia pare non siano state sufficienti a consentire che il film fosse ritenuto degno di commercializzazione anche in Italia.

2003, scritto e diretto da un certo Dominique de Rivaz, interpretato da Vadim Glowna, Jurgen Vögel e altri attori crucchi.

anna e marco

29 Luglio 2016 29 commenti

Niente di male: il buon Matthieu Mantanus (direttore d’orchestra, pedagogo musicale e presentatore televisivo) traveste da romanzo quella che in realtà è una dissertazione sulla storia e l’estetica della Musica, un dialogo platonico tra due giovani — una rockstar e una musicista di formazione classica — che ha lo scopo evidente di mescolare i generi e si propone di avvicinare i ggiovani alla conoscenza della musica classica. Peccato che la parte romanzata sia ridotta a mero filo conduttore e sia scritta in modo molto elementare, stucchevole oltremisura, e piena di buoni sentimenti e luoghi comuni, decisamente insoddisfacente per un qualsiasi lettore di romanzi, il che fa sospettare che il testo in origine fosse destinato al pubblico infantile e successivamente scivolato a qualche piano piú alto in termini di pretenziosità. Niente di male, ripetiamo: ci sono spunti interessanti anche per chi sul tema ne sa qualcosa di piú, ma esercizi del genere possono risultare validi sotto l’egida di autori di piú chiara fama, che per la legge dei grandi numeri possono raggiungere un vasto pubblico generalista, altrimenti risultano interessanti per poche persone di buona lena nella lettura, specialmente di età molto giovanile, infantile quasi, ai quali sarebbe stato meglio destinare questo testo, in una collana under 18, magari.

Mondadori, 140 pagine, 18 euri

non tocchiamo quel tasto

20 Giugno 2016 Nessun commento

Un documentario un po’ triste sulla Martha (inter)nazionale girato dalla figlia Stefania, avuta dal primo matrimonio (primo di tre o quattro) con un altro musicista (tal Vattelappesca Vattelappeschi), intervistato anche lui. Triste perché nonostante ci faccia conoscere la pianista elvetico-argentina (?) quale fu da giovine, il tutto è ammantato da una cappa di tristezza, dovuta in gran parte alla depressione di cui la pianista ortonima soffre evidentemente da molti decenni. Abbastanza inutile, in fondo, basta ascoltarne la musica.

Categorie:Classica, Musica Tag:

bovini hegeliani

23 Febbraio 2016 Nessun commento

Smilzo libretto dal titolo balzàno che raccoglie quattro articoli di saggistica musicale scaturiti ormai un quarto di secolo fa dalla penna di Sandrino Baricco. Nei primi due piccoli trattatelli il Nostro si esercita, da un lato, nella definizione del concetto di musica “colta” (questo il bislacco aggettivo che Sandrino consiglia al posto del meno preciso “classica”) in rapporto con la musica leggera, e dall’altro sul tema dell’interpretazione contemporanea della suddetta musica colta. Questa prima parte del libro, che chi scrive considera del tutto fuori centro rispetto al merito, suona come un’anticipazione di tutta la menata sui “Barbari” che lo scrittore piemontese ci rifilerà un paio di decenni piú tardi, ma nel primo caso il punto di vista è contrario al barbaro, mentre nel secondo è favorevole. Se Baricco da un lato fa la figura del parruccone, attribuendo alla musica colta qualità sublimi rispetto alla monnezza popolare (libera interpretazione del baricco-pensiero), dall’altro si cimenta nel parrucconesimo modernista (di un Riccardo Muti o di uno a caso dei piú blasonati direttori d’orchestra) di chi afferma — tutt’oggi — che la musica antica vada interpretata secondo gli stilemi del nostro tempo, e che ci si debba infischiare di tutte le ricerche sulla filologia musical-interpretativa portate avanti da 40 anni in qua da gente piuttosto rincoglionita, secondo Lui. Il terzo saggetto è quello che ha tenuto meglio il passare del tempo, ovvero prende di mira la musica contemporanea, quella sperimentale, che se aveva un senso quando nacque ad opera dei vari Berio, Nono, Maderna, etc., oggigiorno è un settore musicale completamente assurdo sotto tutti gli aspetti (ma vale la pena di leggerlo dalle parole di Baricco, veramente esemplari in questo caso). L’ultima parte, infine, propone un’interpretazione personale e abbastanza condivisibile nei riguardi di Puccini e Mahler, considerandoli come anticipatori della musica pop, la canzonetta, da una parte, e la colonna sonora cinematografica, dall’altra.

Feltrinelli, 1992, 96 pagine, 6,50 euri

ferretti

17 Luglio 2015 87 commenti

Tappa brianzola del tour del buon Giovanni Lindo, sacerdote officiante del culto ortodosso dei CCCP, accompagnato da due chierichetti (a rotazione in veste di chitarristi, bassisti e violinisti) e da una base ritmica elettronica. Vecchie e nuove canzoni recitate in forma di orazioni cerimoniali, soprattutto le prime accolte entusiasticamente da un pubblico d’antan, ma pure le seconde non prive di carica — magari piú verbale che musicale — a costituire uno spettacolo dalla forte componente mistica.

corelli goes to assisi

23 Dicembre 2014 Nessun commento

Corelli studiò a Bologna, nella seconda metà del Seicento, ma ben presto si trasferí a Roma dove ebbe un incredibile successo e dove diede alle stampe le sue sonate per violino e i concerti grossi, opere che divennero celebri in tutta Europa. Quasi tutto il materiale ufficialmente composto dal Fusignanese sta quindi nelle sue 6 opere a stampa, salvo una serie di sonate ufficiose ma di attribuzione abbastanza attendibile. Last but not least, era noto da tempo un manoscritto — conservato ad Assisi — di metà Settecento (una copia tarda, quindi, rispetto all’epoca di attività del Corelli, morto nel 1713) intitolato al compositore ma che, pur mostrando alcune evidenti somiglianze col suo linguaggio, la critica musicale aveva superficialmente derubricato ad opera di anonimo. Per fortuna Enrico Gatti, uno dei piú assidui frequentatori del repertorio di Corelli, si è messo a studiare il manoscritto, convincendosi che le dodici brevi sonate possano essere probabilmente una prova di composizione presentata per poter accedere agli studii all’Accademia di Bologna. Effettivamente, le differenze sembrano prevalere sulle pur evidenti rassomiglianze. Le sonate sono molto brevi, in tre soli movimenti (un preludio, e due danze), prevedono l’uso frequente delle doppie, triple o quadruple corde (insolite per le prime 4 opere di Corelli, ma giustificate dal fatto che la tecnica di stampa non permetteva la riproduzione degli accordi), e soprattutto non presentano nessuno sviluppo tematico rispetto alle idee, pur molto brillanti e differenziate, che vengono presentate (questo fattore sarebbe un indice di relativa immaturità compositiva, ma visto che l’ipotesi è proprio quella che le composizioni siano consistite in una prova d’ammissione del giovane alla scuola, la relativa semplicità di scrittura è quindi comprensibile). Gatti spiega molto bene sul suo sito internèt le ragioni che lo hanno convinto della paternità del Corelli*, in particolare legami certi con l’ambiente musicale coevo (segnatamente verso Giovanni Maria Bononcini) ma, semmai questa fosse confutata, rimane comunque cosa buona e giusta aver suonato e commercializzato queste piccole sonate, comunque testimonianza della musica del Seicento bolognese (l’epoca e il contesto culturale, almeno quelli, sono certamente certificati).

* Qui ci limitiamo ad osservare alcune peculiarità del fraseggio, perfettamente riscontrabili in diversi preludii delle sonate dell’Opera V, ed una battuta specifica che ritroviamo nel primo Allegro del Concerto No. 8, del quale costituisce uno snodo fondamentale dello sviluppo.

uomini e cavalli

7 Giugno 2013 Nessun commento

Ritirato nel suo eremo, Mastro Lindo Ferretti ha ormai rapporti solo con rudi montanari e fieri cavalli, dei quali racconta l’epopea storica in questo suo ultimo disco, tracciandone le gesta secondo una sorta di Genesi biblica, con baricentro spostato dalla Mesopotamia all’appennino tosco-emiliano (e “Genesi” di Battiato, 1987, è il diretto progenitore semi-operistico di questo lavoro). Il retaggio sonoro attraverso cui si veicola la narrazione appartiene allo stile dei vecchi CSI, al quale si uniscono suggestioni diverse, come gli echi wagneriani, vòlti ad aumentarne il tono epico (a un certo punto si distingue una citazione dell’ouverture del “Tannhauser”). L’idea di fondo di questo concept-album è quella della celebrazione di una stirpe animale (nel senso che il discorso è allargato anche, e soprattutto, al cavallo) che resiste, attraverso i secoli, alla dominazione imperiale romana, alludendo alla resistenza contemporanea dell’individuo verso la forza dell’omologazione nella Società. Il cavallo, declinato nelle sue razze fortificate dalla selezione della specie, è descritto come modello esemplare di questa battaglia, ratificato dalla sua nominazione di unità di misura della forza motrice dall’uomo stesso (cavallo vapore) mentre all’uomo-consumatore non resta che accontentarsi di essere diventato “l’unità di misura del mercato globale”.

valentino vestito di nuovo

23 Aprile 2013 Nessun commento

Prezioso cd, venuto via a poco perché abbinato al catalogo della Zig Zag Territoires, che contiene una selezione di mezza dozzina dei dodici concerti dell’Op. 7 di Giuseppe Valentini. Trattandosi di un’opera pubblicata nel 1710 a Roma, scritta da un compositore di quasi tre decenni piú giovane di Corelli, è inevitabile un confronto con i concerti grossi di quest’ultimo che — seppur pubblicati nel 1713, tre anni dopo quelli del Valentini, quindi — pare fossero eseguiti in quel della Capitale già da parecchio tempo prima. (Addirittura, è curioso che colui che viene considerato il canonizzatore del concerto grosso sia stato battuto sul tempo, dal punto di vista editoriale, da un concorrente parecchio piú giovane.) I concerti di Corelli (tranne gli ultimi due) sono, naturalmente, piú arcaici e meno brillanti rispetto a quelli del Valentini. Il motivo principale di questa aria superata sta, a nostro giudizio, nel fatto che il Corelli fosse fortemente legato alla forma della Sonata a Tre, che per sua natura comportava la ricerca di un equilibrio tra le parti. Valentini, invece, si lascia alle spalle questa formula predominante di fine Seicento e si sposta nel territorio piú nuovo del concerto solistico (come fa Corelli negli ultimi due concerti della sua raccolta che, per questo motivo, si possono presumere di datazione piú tarda). Perdipiú, l’Opera Settima di Valentini è un mix di concerti grossi e concerti a quattro, già segno di un’ibridazione delle forme maggiore rispetto all’ingessata unione di sonata a tre e orchestra del maestro anziano. Il giovane, comunque, non ignorava affatto la lezione del Corelli e la citava nelle sue composizioni — e questo è davvero interessante — in maniera stravagante e umoristica (allo stesso modo in cui i Sex Pistols, sebbene lontani da Frank Sinatra, reinterpretavano “My Way” in versione punk). Testimonianza di affetto e, allo stesso tempo, di volontà di distacco. L’Allegro del Concerto n. 2, infatti, è costruito attorno alla ripetizione di un modulo di proprietà quasi esclusiva di Corelli ma, mentre quest’ultimo lo utilizzava tipicamente come suggello finale di un movimento, nel pezzo di Valentini diventa un falso finale ricorrente, ripetuto ogni volta tre o quattro volte di seguito, in tonalità via via discendenti, che invece di trasmettere il senso di compiutezza di cui sopra determinano un accartocciamento verso il basso del discorso, per poi risalire di registro con dei guizzi degli archi in imitazione, verso il vero finale. Lo stesso identico procedimento, questa volta operato con materiale proprio, appare nel Vivace del Concerto n. 7. Un altro indubbio esempio di reinvenzione in chiave ironica lo si riscontra nel riutilizzo, in tempo velocissimo, della tecnica compositiva del ribattuto in quattro quarti, che Corelli usava invece di consueto per i movimenti lenti di raccordo, stravolgendone il principio — da momento di calma ad intenso espressivismo — mantenendone comunque immediatamente riconoscibile la paternità. Il meraviglioso Concerto n. 11 a quattro violini è però, di contro, qualcosa di estremamente originale, brillantissimo e che, da solo, eleva il Valentini al rango dei maggiori, e piú misconosciuti, compositori del primo Settecento.

bastards

3 Marzo 2013 322 commenti

Björk dà in prestito sano sano il suo ultimo album — lo scurissimo e bellissimo “Biophilia” — ad una operazione di meticciato affidata a vari sapientoni del mixer, che aggiungono coloriture a base di elettronica, ritmica diversa e world music a composizioni che, d’altro canto, non ne avevano nessun bisogno. Valida alternativa all’originale, comunque sia.

Categorie:Contemporanea, Musica Tag:

paura

16 Febbraio 2013 28 commenti

Bel dischetto di questo gruppo ammerigano, gli Acaro, fatto arrivare direttamente dall’Ammeriga tramite Mariposa, ché in giro non si trovava proprio. Genere death-metal, o speed-metal, o metalcore, o come cacchio si chiama. Batteria a mo’ di mitraglia, voce del cantante tipo quella dell’esorcista, grandi assoli di chitarra elettrica — che strizzano l’occhio ai migliori Iron Maiden — e sostegno serratissimo di chitarra ritmica. Quelle che ad un primo ascolto potrebbero sembrare degli esercizi esclusivamente muscolari sono in realtà composizioni forse un po’ schematiche, ma non prive di interesse, tra le quali rifulge una canzone sola veramente bella (“Forever is temporary” dove, inaspettatamente, si affaccia anche un suono di tastiera, nell’epilogo). Tutto il resto viaggia su una buona media. Complessivamente di categoria Superior. Niente a che vedere con sfigati come i Metallica, o robaccia del genere.

«For all I know this is how it’s supposed to be / nothing is ever the way we see»

Categorie:Musica, Rock Tag:

diversamente bach

18 Dicembre 2012 Nessun commento

Imperdibile interpretazione delle Sonate per violino di Bach, affrontate in modo da sottolinearne il colore e il sentimento intimo, adottando quindi uno stile esecutivo tipico di una sonata barocca all’italiana, e allontanandosi dalla consueta area di sfida alla maestosa cattedrale della letteratura per violino che le interpretazioni classiche comunicano infallibilmente. Proprio per la loro estrema novità sonora, queste incisioni di Montanari hanno bisogno di numerosi ascolti per essere ben assaporate, e nulla osta dal pensare che un approccio di questo tipo, piú delicato — anche grazie all’uso di uno strumento antico — possa restituire un’idea piú vicina a quella originariamente nella testa del vecchio Johann Sebastian.

Opus VII

23 Novembre 2012 Nessun commento

Opera Settima della talentuosa (mamma che brutta parola) compositrice contemporanea americana, che annovera numerose cantate sacre e profane per contralto e basso continuo. La prima metà della raccolta fila via a tutta carica, grande qualità compositiva, ritmica, armonica e di contrappunto, che non mancherà di accontentare la ricerca catartica dei fedeli. Tutta la seconda metà è percorsa da un romanticismo che, purtroppo, non sempre è nelle corde dell’autrice (come in questo caso). Per fortuna un’ultima cantata sacra (“Lost in paradise”) conclude in bellezza le pagine di questa novella raccolta di canzoncine.

Categorie:Musica, Pop Tag:

apriti sedano

27 Ottobre 2012 Nessun commento

Nuovo album di Francuzzo Battiato, molto simile per certi versi al Battiato di sempre (c’è anche qui il consueto inserto in lingua sicula) e soprattutto al precedente “Il vuoto”, ma con una ridotta propensione allo sperimentalismo musicale (si tratta di dieci canzoni ‘classiche’, senza troppe tribolazioni). I filoso-testi di Sgalombro vengono conditi dalla vena pop sofisticata del Battiato, il cui risultato a volte riesce bene, altre meno. La rielaborazione in chiave pop-elettronica di un madrigale del Seicento di Stefano Landi (“Passacaglia della vita”) è un piccolo gioiello, accompagnato da altre due o tre canzoni esistenziali altrettanto intense (“Un irresistibile richiamo”, “Testamento”). Tra alti e bassi, altri brani completano il disco, nel quale il compositore siculo si diverte a mescolare sacro e profano, musica colta (il già citato Landi, Rimski-Korsakov, Gluck, etc.) alla musica pop. Una bella poesia di autore arabo-siciliano antico fornisce le parole alla musica di “Aurora”. Bel disco, nel complesso.

cut-up

Il tuo cuore è come una pietra coperta di muschio / niente la corrompe
il tuo corpo è colonna di fuoco affinché / arda e faccia ardere

i minerali di cui siamo composti ritornano all’acqua

Gentile è lo specchio, guardo e vedo / che la mia anima ha un volto

Cristo nei vangeli parla di reincarnazione
noi non siamo mai morti / e non siamo mai nati

Siamo detriti, relitti umani / trascinati da un fiume in piena
che non conosce soste né destinazione

Entrai per caso nella mia esistenza

“Per aspera ad astra” / le avversità conducono alle stelle

Il vento mi porta improvvise allegrie

La nostra mente, le nostre azioni / sono la causa
gli effetti invece / il nostro destino

il Frank Zappa del XVIII secolo

6 Ottobre 2012 Nessun commento

Quinto fondamentale volume — fondamentale come i quattro precedenti — della collana discografica che l’ensemble Atalanta Fugiens di Vanni Moretto dedica alla riscoperta della Sinfonia della “scuola” milanese del Settecento inoltrato. Le sinfonie di Francesco Zappa (artista imprevedibilmente riscoperto negli anni Ottanta per primo nientemeno che dal quasi omonimo Frank Zappa) partono e tuttavia si distinguono dal sinfonismo post-vivaldiano dell’ambito di Sammartini, avvicinandosi sovente al linguaggio classico mitteleuropeo (spostamento stilistico dovuto forse anche ai numerosi viaggi oltralpe del compositore, in qualità di violoncellista). Le pagine orchestrali di questa raccolta, eccezionalmente briose (tutte in tonalità maggiori, infatti), vengono rese splendidamente dal suono scintillante della magnifica orchestra che le esegue.

incoronazione di poppea

3 Agosto 2012 Nessun commento

Opera ultima e suprema dell’anziano Monteverdi, piena di bellissime arie (“E pur io torno”, stupenda, “Felice cor mio”, etc. etc.), inserite in un continuum di recitativo musicato, che illumina sul fatto che l’innovazione operistica di Wagner non fosse questa grande novità, in fondo, se già qui ne troviamo i semi. La resa scenica di Robert Carsen del 2008 indulge spiritosamente sull’aspetto libertino e malizioso dell’opera (lo stesso Carsen ha agito su prerogative simili nella sua versione del “Don Giovanni”, recentemente data alla Scala) ma è un modo come un altro per avvicinare ai nostri tempi un’opera tanto lontana e, d’altra parte, giustificato dal concepimento stesso di essa, ovvero alla sua destinazione al debutto nel periodo di carnevale, un momento nel quale le imposizioni morali si facevano un po’ da parte, per lasciare maggiore spazio, se si vuole, a quelle di tipo etico, se non meramente edonistiche. L’ambientazione completamente profana ospita comunque un paio di situazioni — che non devono essere dispiaciute al mondo ecclesiastico dell’epoca — nelle quali sono abbastanza chiari i riferimenti alla storia sacra: la morte di Seneca, chiesta da Poppea, richiama quella del Battista che fu pretesa da Salomè, e il salvataggio di Poppea da parte di Amore che ricorda Dio che salva Isacco dal sacrificio di Abramo.

1642, by Busenello & Monteverdi, versione 2008 regia di Robert Carsen, musiche dell’Orchestra of the Age of Enlightment, dirette da Emmanuelle Haïm. Tra i cantanti, piuttosto bravi, si distingue tra tutti Iestyn Davies (Ottone)

zucchine sbrindellate

4 Luglio 2012 Nessun commento

Dopo un paio di tracce casinare introduttive, messe lí probabilmente per scaldare i timpani, Billy Corgan e soci incominciano ad aggiustare le armonie in un crescendo tirato di chitarra elettrica e voce che, passando per “Violet Rays” (forse il brano migliore dell’album) arriva all’apice in “Glissandra”, dove la batteria col suo sofisticato fraseggio pare lavorare nel voler piantarti nella mente quell’ammaliante alchimia sonora del riff basso-chitarra-voce alla quale si sovrappone. Bel disco, nel complesso, attraverso il quale le Zucchine Sbrindellate si dimostrano ancora dei punti di riferimento nel campo dell’hard rock leggero (con buona pace dei Muse, già bolliti dopo pochi anni, ma ai quali, comunque, le Zucchine tradiscono qua e là di aver buttato un orecchio). Unico punto debole, i testi: non particolarmente originali e spesso banalotti.

G.B. Vitali, Op. XI

27 Maggio 2012 Nessun commento

L’Opera XI del Vitali, pubblicata a Modena nel 1684, è una eccellente testimonianza del gusto di corte, francesizzante, dell’Emilia del Seicento. Probabilmente a causa della lontananza da centri religiosi importanti (Roma, Venezia, etc.) la musica aveva modo di farsi meno astratta ed austera e puntare di piú sull’evocazione di corti di maggiore importanza (il Balletto introduttivo della Sonata in Sol Minore è, per esempio, una perfetta imitazione di una ouverture di Lully). Il milieu musicale italiano-francese (qualcosa che ci ricorda Corelli) è comunque rispettato nelle introduzioni, dalla struttura compositiva piú libera, a capriccio o secondo lo stile grave, tipico della sonata da chiesa. Come nella raccolta del Bassani del ’77, anche queste sonate sono permeate da un forte senso popolareggiante, sia nella varietà delle danze, che nella loro prevalente monodia, sia anche nel trattamento musicale tipico del consort, che prevede un’ampia gamma di strumenti di accompagnamento, varietà timbrica che, tuttavia — rispetto al Bassani — inizia a rarefarsi e ad indirizzarsi verso una maggior calibrazione del linguaggio, orientato verso una piú vigilata concezione razionale, tipica del barocco maturo.

Giovanni Battista Vitali (1632-1692), “Varie Sonate alla Francese e all’Italiana a 6”, Op. XI, 1684. Semperconsort (Luigi Cozzolino violino, Anna Noferini violino II, Luca Giardini violino III, Flavio Flaminio viola, Oliviero Ferri viola, Riccardo Coelati violone, Gabriele Micheli spinetta e organo, Gianluca Lastraioli tiorba e liuto), registrato nell’agosto 2008 a Brivigliano, Firenze. © Brilliant Classics 2010.

il buongiorno si vede dal mattino

22 Maggio 2012 1 commento

Monsieur De Sainte Colombe, violista da gamba di fama del XVII sec., diventato prematuramente vedovo, si ritira in campagna per violeggiare, sia solitariamente sia in tandem con le due figliole orfane. Tutto tranquillo, finché non arriva a bussare alla sua capanna il giovane Marin Marais — apprendista violista della corte di Luigi XIV — che, coi suoi modi da damerino, sta immediatamente sulle palle al maestro il quale, comunque, accetta di averlo come allievo, giusto il tempo che basta perché il Marais si faccia una storia con la figlia e poi la pianti in asso, inducendola alla depressione e al suicidio. I due musicisti si riconcilieranno verso la fine, con un simbolico passaggio di testimone dall’anziano maestro solitario al piú giovane violista ormai al servizio del Re Sole. Il bel film diretto da Corneau è tratto dal romanzo omonimo di Pascal Quignard e probabilmente è solo liberamente ispirato alle vite dei due grandi gambisti francesi, dato che di entrambi si hanno poche notizie biografiche. Il film diventa quindi inevitabilmente un film ‘a tesi’ (come accadeva per “Amadeus” di Milos Forman, e la sua pushkiniana accusa a Salieri), ma tuttavia è tragico e struggente quanto basta, e non manca di suggerire come la musica di quel tempo fosse pensata come verosimigliante espressione naturalistica (la viola da gamba come voix humaine, le note che devono ‘morire’, etc.) e quanto grande sia la differenza che intercorre tra il ‘suonare’ uno strumento e l’esprimere sentimenti o sensazioni attraverso la musica. Bella anche l’ambientazione, le inquadrature e la fotografia, con citazioni pittoriche a volte palesi (George De La Tour) altre volte solo accennate (“L’origine del mondo” di Courbet).

1991, regia di Alain Corneau, scritto da Corneau e Pascal Quignard (tratto dal romanzo omonimo di quest’ultimo), con Guillaume e Gerard Depardieu (rispettivamente Marais giovane e adulto), musiche interpretate da Jordi Savall & company.

p.s.: infinite grazie a Mila per avermi suggerito, in qualche modo, a suo tempo, la strada giusta per entrare in questo mondo meraviglioso.

Vilsmayr

13 Maggio 2012 Nessun commento

Vilsmayr (1663-1722) svolse la sua professione di violinista quasi interamente presso la corte di Salisburgo. Avendo occupato tale posizione, la sua attività può essere presa in considerazione come una tappa che contribuisce a colmare la distanza che separa Heinrich Biber (1644-1704) — del quale Vilsmayr fu allievo — da Leopold Mozart (1719-1787), due personalità eccellenti dell’ambito musicale salisburghese, tra le quali tuttavia intercorre una distanza stilistica ancora tutta da studiare. Sfortunatamente, però, da questo punto di vista, se Vilsmayr si avvicina a Mozart-padre in linea temporale, la stessa cosa non avviene dal punto di vista stilistico. Le sei Partite per violino solo, datate 1715, interpretate da Gunar Letzbor in questo disco, sono ancora fisse sull’insegnamento austero del Biber. Tanto per cominciare, quattro delle sei sonate fanno uso della sua tecnica tipica della scordatura. Poi, pur trattandosi di sequenze di danze stilizzate, che nella loro versione italianizzante avrebbero assunto una maggior morbidezza sonora, Vilsmayr le tratta alla stessa maniera austera della raccolta “Harmonia Artificiosa” (dalla quale ha copiato letteralmente un paio di preludii). Vilsmayr non doveva ignorare nemmeno la raccolta di Corelli (l’Opera V, uscita nel 1700): la Passacaglia della quarta sonata è infatti modellata su un movimento di una delle piú celebri sonate di Corelli e, piú in generale, nel trattamento delle variazioni di cui Vilsmayr fa uso in diverse arie, si sente l’inconfondibile compostezza armonica del compositore italiano, distinguibile proprio perché scevra delle asperità polifoniche nonché teutoniche di cui sopra. In definitiva, piú che costituire un avvicinamento a Leopold Mozart, tale esclusivamente sotto il profilo storico-geografico, queste sonate — grazie all’impegno di Letzbor che ha già recuperato in passato altre sonate per violino solo di altri autori — aiutano a capire meglio la genesi delle Sonate e Partite di Bach, che senza queste riscoperte sarebbero state percepite come un unicum inspiegabile nella storia della musica fino al Settecento (senza nulla togliere alla loro incommensurabilità, naturalmente).

Johann Joseph Vilsmayr, Sei Partite per violino solo, 1715, tratte da una copia custodita alla British Library di Londra. Gunar Letzbor violinista, incise nel luglio 2003.

allevavi

18 Febbraio 2012 16 commenti

Che Allevi fosse alla frutta lo si poteva intuire già tre o quattro anni fa, quando pubblicò un ‘meraviglioso’ disco che ospitava trascrizioni proprie per orchestra delle sue composizioni precedenti (roba che di solito fanno solo gli artisti suonati a fine carriera, non certo chi ha prodotto appena tre dischi). Non stupisce quindi che “Alien”, la sua piú recente raccolta di brani — risalente al 2010 — sia pessima, e consista di pezzi che da un lato superano in zuccherosità i celeberrimi esempi di Stephen Schlacks o Richard Claydermann (che al confronto sembrano dei compositori eccezionali) e dall’altro lato sfoggiano un virtuosismo privo della minima ispirazione. Peccato, perché “No Concept” non era male.

betty

10 Febbraio 2012 Nessun commento

Per una strana inversione di ruoli, accadeva che intorno alla prima decade del Settecento — mentre Vivaldi a Venezia scriveva sonate in stile francese — a Parigi uscisse una raccolta di Sonate per violino e basso continuo, come quella pubblicata dalla Jacquet de la Guerre nel 1707, in purissimo stile italiano. Se ne potrebbe dedurre che a quell’epoca la normalizzazione corelliana si attardasse a valicare le Alpi, oppure semplicemente che lo stile della compositrice francese corrispondesse alle esigenze della committenza. A far propendere per questa seconda ipotesi è la constatazione che la scrittura di Corelli non dovesse comunque essere del tutto sconosciuta: il basso continuo svolge infatti anche in questo caso una funzione concertante, e non puramente armonica, un valore aggiunto dato dal punto di partenza di questi autori, che era quello della sonata a tre, un genere o organico musicale che imponeva una valorizzazione adeguata di tutte le voci. Le bellissime sonate della Jacquet, oltre ad essere riconducibili fondamentalmente allo stile italiano pre-corelliano, ovvero quello del Seicento inoltrato, mediato dalle sue traduzioni internazionali (Schmelzer, Matteis, Buxtehude, etc.), sono molto originali e infuse di un respiro melo-drammatico — troviamo pause, incisi drammatizzanti, arie cantabili e languide, etc. — fattore che rende interessante un paragone con la produzione vocale e operistica della De la Guerre, nella quale pure si è cimentata.

“Sonates pour violon” (1707), violino Florence Malgoire, ensemble Les Dominos, etichetta Ricercar, registrato nell’ottobre 2010, prezzo diciotto euri (li vale tutti).

Marcella Opera Prima

8 Gennaio 2012 2 commenti

Dopo un paio di 45 giri trascurabili usciti nel 1969, Marcella fa il colpaccio due anni dopo con un altro singolo, “Hai ragione tu”, un bel pezzo firmato Chiosso/Cavallaro, ispirato allo stile di Battisti, che le fa guadagnare la partecipazione a Sanremo nel 1972, con “Montagne Verdi”, brano che la lancerà definitivamente alla ribalta e che verrà incluso nel suo primo 33 giri, uscito nello stesso anno. “Tu non hai la piú pallida idea dell’amore” è un album ibrido: su undici canzoni, infatti, ben tre sono riproposizioni di brani altrui (Lauzi, Pagani e Battisti) che vorrebbero nobilitare il repertorio di Marcella alla stregua di quello della Vanoni o di Mina, che era solita rileggere brani d’autore (“La canzone di Marinella”, su tutte), ma senza avere le qualità vocali e interpretative delle colleghe piú anziane. Decisamente piú riusciti sono i pezzi restanti, tutti scritti dal fratello di Marcella. Nonostante la sensibilità di Gianni non fosse allo stesso livello di quella di un Califano (uno degli autori di Mia Martini, la cantante che è piú sensato accostare alla Marcella), il suo stile verace meglio si attaglia alla nostranità della sorella, e la vena pop è sicuramente piú adeguata rispetto allo scimmiottamento teatrale o da cafè chantant. Gli arrangiamenti sono opera di Franco Monaldi, che negli stessi anni curava i dischi dei Pooh — per la stessa casa discografica, la CGD — e la somiglianza si sente nella pesantezza dell’atmosfera sinfonica e nei cori, fattori che contribuiscono ad ammazzare un po’ la vena genuina del compositore siculo. Qua e là affiora un flauto traverso, mediato dai Jethro Tull attraverso i Delirium di Ivano Fossati, per dare un tocco di internazionalità al disco.

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bernardino

29 Dicembre 2011 24 commenti

Opera-oratorio per due soprani, coro, orchestra e voci recitanti, commissionato a Battiato dal Teatro Rendano di Cosenza, in ossequio al cinquecentenario approssimativo della nascita di Bernardino Telesio (1509-1588). Il libero ragionare del filosofo calabrese seguiva l’onda dello scientismo sperimentale contemporaneo (vedi alla voce Leonardo Da Vinci) slegandosi però solo parzialmente dai vincoli della tradizione del pensiero filosofico, visto che la sua critica all’idealismo di Platone e, persino, di Aristotele lo conduceva in realtà ad un balzo ancora piú a ritroso verso la filosofia olistica, e per certi versi piú elementare, dei presocratici (Talete & company). Lo Spirito di cui parla Telesio non è piú l’astrazione platonico/cristiana ma è connaturato alla materia stessa, resa instabile e quindi mobile dalla diade caldo-freddo: un’idea simile non poteva non procurargli alcune grane teologiche, risolte abilmente in maniera diplomatica. Influenzò Galilea Galelai, e altri.

Su libretto di Sgalambro che ha tratto i testi dagli scritti di Telesio, dal punto di vista musicale Franchino ha fatto un ottimo lavoro: le componenti di fondo, lirico-ieratiche, riconducibili a Philip Glass e al minimalismo americano, sono stemperate da una padronanza degli stili e della composizione che ormai consente a Francuzzo di rendere compresenti nella stessa unità il canto gregoriano, il minimalismo, la lirica, la musica orientale, quella elettronica, il canto da oratorio, atmosfere della scuola pianistica romantica, decadentismo alla Satie, etc., senza avvertire la minima sensazione di accrocchiamento di stili.

Prima esecuzione (e, probabilmente, ultima), 6 maggio 2011. Royal Philarmonic Orchestra, London Baroque Choir, direttore Carlo Boccadoro, soprani(sti) Paolo Lopez, Divna Stankovic, voci recitanti Juri Camisasca, Battiato, Giulio Brogi.

don juan

14 Dicembre 2011 Nessun commento

Tolta l’ouverture, le due arie piú famose (“Il catalogo è questo” e “Là ci darem la mano”) e un altro paio di belle pagine meno note (“Vedrai carino” e “Ah fuggi traditor”, quest’ultima è un omaggio a Handel e all’opera italiana del primo Settecento) il “Don Giovanni” di Mozart/Da Ponte (1787) non rappresenta che un magniloquente esercizio ugolare, ideale per addormentarsi, e — almeno per la Prima della Scala di quest’anno — risvegliarsi di tanto in tanto grazie alle grazie esibite dalle cantanti (o comparse) della versione allestita da Robert Carsen. L’intenzione originaria dell’accoppiata di genii austro-italioti era, probabilmente, quella di fondere opera seria e opera buffa (e, a oltre cinquant’anni di distanza, vi fecero risuonare ancora l’eco della “Serva padrona” di Pergolesi) ma la necessità di fornire un numero congruo di arie ad ognuno dei cantanti — non giustificate dall’economia narrativa ma solo da quella del protagonismo attoriale, e che si traduceva nell’aggiunta di tutta una serie di momenti discorsivi inutili che nel concetto del nucleo narrativo originario non erano presenti — prolunga oltre misura la lunghezza di un’opera che, a questo punto, si ritrova ad unire la durata estenuante di un’opera seria con l’inconsistenza di contenuti di un’opera buffa (l’intermezzo pergolesiano durava infatti appena un’oretta, sí e no). Gli elementi di provocazione intellettuale introdotti da Molière un secolo prima (1665), nei fatti, sono del tutto tralasciati e, piuttosto, la riduzione della storia ad una faccenda di libertinaggio sentimentale fa ‘regredire’ la vicenda del Don Giovanni di fine Settecento grosso modo a quella originaria di Tirso da Molina (1630).

p.s.: le critiche di cui sopra lascerebbero il tempo che trovano se la musica composta da Mozart per quest’opera fosse di livello eccellente, ma ciò purtroppo non è (se non per i casi menzionati e poco altro).

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ariheccoci

23 Novembre 2011 Nessun commento

La Rihanna dimostra di essere una delle poche cantanti pop che — di questi tempi — possa permettersi di strafare, ed infatti si concede una seconda uscita discografica nel 2011, dopo il “Loud” di inizio anno (anche perché la tracklist dei suoi ultimi album è piú smilza rispetto a quella chilometrica di qualche anno fa). Canzoni di vario genere: aggressive, romantiche, unza-unza, qualcuna vietata ai minori, etc., quasi tutte di buon livello, alcune ottime, e — comunque — arrangiate come dio comanda (gli ammerigani ci sanno fare).

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Benedetto Martello

29 Ottobre 2011 Nessun commento

Nel mezzo del mare magnum discografico odierno, costituito prevalentemente da inutili riproposizioni di millesime versioni — identiche a se stesse — delle solite opere dei soliti noti, il buon Andrea Bacchetti si distingue, ancora una volta, per il repechâge di brani da un repertorio ingiustificatamente dimenticato. Dopo le belle sonate di Galuppi (proposte recentemente anche da qualche altro ardimentoso pianista, in verità), la sua ultima uscita riguarda alcune delle ancor piú sconosciute sonate per clavicembalo di Benedetto Marcello. Nella Venezia roboante di Vivaldi, Marcello riscopriva un contegno apollineo, applicandolo questa volta non — come Corelli — allo stile francese, ma ad una italianissima maniera, cantabile nei brani lenti, contrappuntistica in quelli piú dinamici, dal disegno chiarissimo, alle volte persino elementare tanto da sembrare, in alcuni casi, esemplificazioni pedagogiche della buona maniera di comporre. Seppure estremamente misurate, le sonate di Benedetto Marcello sono ravvivate da uno spirito fantasioso che pare arrivare direttamente dal caleidoscopio di invenzioni tematiche elaborate dalla musica strumentale italiana del XVII secolo (specialmente quella violinistica), prima della normalizzazione di inizio Settecento. Le quantità di idee di cui sono ricchi i tempi veloci — piccoli motivi bizzari rielaborati ed incastonati, uso frequente del ribattuto, etc. — sono tuttavia ordinate in uno schema ben preciso, in una formalizzazione di senso compiuto che, probabilmente, tendeva a raggiungere un linguaggio sostanzialmente equivalente tra i brani in stile italiano (dal carattere improvvisativo e fantasioso) e quelli in stile francese (danze stilizzate, dalla struttura estremamente rigida).

Sony-RCA, registrato a Sacile, aprile 2010.