Archivio

Archivio per la categoria ‘Spettacoli’

youth has gone

20 Luglio 2017 90 commenti

La generale tendenza decadente del cinema sorrentinesco è andata trovando il suo culmine nel suo distico piú recente, prima con “La grande bellezza” e poi con questo ultimo “Youth”, nel quale una torma di perlopiú anziani ricconi si ritrova a passare una vacanza in un resort di lusso svizzero che sa tanto di lager (e infatti uno degli ospiti è un attore che si prepara per una parte in cui interpreterà Adolf Hitler). Il film è il consueto accrocchio di inquadrature suggestive e dialoghi lapidarii che non appare meno noioso del solito, senonché ad una virata conclusiva viene affidato un certo ottimismo, per il quale la morte — o il senso della fine che pervade tutta la storia — genera la vita (peccato solo aver scomodato nientemeno che la Mullova per farle suonare quattro note in croce, in un finale pretenziosamente scopiazzato con ben miseri risultati dal “Concerto” di Radu Mihaileanu, o come cavolo si scrive).

2015, scritto e diretto da Paolo Sorrentino, con Michael Caine, Harvey Keitel, Jane Fonda e altri

Categorie:Cinema Tag:

nisciuno è perfetto

24 Aprile 2017 12 commenti

Il buon Giancarlo Soldi, già regista di “Nero” — il primo dei due o tre film ispirati al personaggio di Dylan Dog — ha voluto sotto forma del presente docufilm tributare il suo omaggio al grande Tiziano Sclavi. Il punto è però che l’intervista a Sclavi è frutto di due sessioni avvenute a dieci anni di distanza (in una delle quali doveva essere sotto effetto di alcolici), e non gli si è riusciti a scucire niente di piú del già risaputo. Poi, tra i testimonials a loro volta intervistati per scriverne l’agiografia spesso appare qualcuno che ci si domanda chi cacchio sia: infatti, oltre a gente come Grazia Nidasio, Aldo Di Gennaro e alcuni autori e redattori Bonelli, ogni tanto spunta fuori un pasticciere, un designer, una cantante sconosciuta, etc., che ci raccontano come come si sono appassionati al suddetto fumetto horror (forse avrebbero dovuto rappresentare l’uomo della strada). Possiamo quantomeno dire che un risultato cosí mediocre forse fa piú danni che altro.

Categorie:Cinema, fumetti Tag:

la boheme cilena

3 Febbraio 2017 11 commenti

Secondo capitolo della cine-autobiografia psicomagica del buon Jodorowsky. Ritroviamo la famiglia in partenza da Tocopilla — per ragioni imprenditoriali paterne — verso Santiago del Cile, città nella quale Alejandro intraprenderà la sua vita di aspirante artista. L’ambiente bohemienne e i personaggi che naturalmente frequenta sono l’ideale costitutivo della messa in scena della poetica-weird che il Nostro ha sempre frequentato e che, come per il precedente “Danza della realtà”, vanno visti innanzitutto come opera poetica, ovvero poiesis ‘che si fa’, in quanto materia di prima istanza, che solo in secondo luogo autorizza ad una lettura simbolica. La terapia psicomagica di questa seconda puntata si eleva addirittura al quadrato: oltre al padre impersonato dal figlio Brontis, si aggiunge il secondogenito Adan Jodorowsky ad interpretare il giovane Alejandro (al quale comunque consigliamo di frequentare una scuola di recitazione), che consente di giocarsi in casa il finale riconciliatorio di se stesso col padre, in un gioco di ruoli divertente e commovente allo stesso tempo.

2016, scritto e diretto da Alejandro Jodorowsky, con Adan e Brontis Jodorowsky.

Categorie:Cinema Tag:

il segno di zoro

3 Gennaio 2017 11 commenti

Diego Zoro in arte Bianchi prova il colpaccio (ma non gli riesce, ndr) portando al cinema quella che è la sua specialità, ovvero il cut & paste di momenti di vita catturati con la videocamera, che però funzionano bene quando sono piú o meno spontanei, e vanno in televisione, ma qui l’artefatto, perdipiú ombelicale — ruotando la vicenda interamente in un quartiere della Capitale —, è prevalente, e difatti è piú riuscito il backstage del film vero e proprio. Da chi ha girato reportage tv memorabili come quello della Jungle di Calais ci si aspettava di meglio.

2014, scritto e diretto da Diego Bianchi, con attori vari piú o meno anonimi

Categorie:Cinema Tag:

il marchese grillino

2 Gennaio 2017 15 commenti

Sul calare della parabola della commedia italiana il buon Monicelli si cimenta nella variante storica della stessa, individuando in un personaggio realmente esistito il perfetto rappresentante dell’arte italica di arrangiarsi, bersaglio immancabile del cinema di quel genere. La rappresentazione di Onofrio del Grillo, nobile romano decadente che si destreggia per ottenere sia le benemerenze della Chiesa che quelle dell’invasore napoleonico, in realtà ne viene fuori piuttosto bene, perché il cinismo tipico non è disgiunto da un senso morale di giustizia sociale che fa da contrappeso. Film tutt’oggi molto divertente, confezionato con tutti i crismi da un grande regista e da una squadra di sceneggiatori di prim’ordine, senza parlare dell’attore protagonista, ovviamente, la cui ricostruzione storica molto accurata arriva al culmine nella presentazione di un falso musicale, un’opera lirica fasulla creata in stile da Nicola Piovani (addirittura, con una finezza di stile che unisce il melodramma del Seicento francese con quello dell’Ottocento italiano e anche francese).

1981, regia di Mario Monicelli, soggetto e sceneggiatura di Bernardino Zapponi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Mario Monicelli, Tullio Pinelli, musiche di Nicola Piovani, con Alberto Sordi, Paolo Stoppa, Flavio Bucci, Leopoldo Trieste e altri

sussurra & gridi

31 Dicembre 2016 Nessun commento

È difficile sottrarsi alla tentazione di vedere questo film di Bergman come una parafrasi di “Casa di bambola” di Ibsen: come quello, infatti, è ambientato grosso modo nello stesso periodo storico e presso il medesimo contesto sociale, e i personaggi principali sono tutti femminili (per non menzionare alcuni indizi seminati di proposito dal regista, come la figura del dottore, che è rilevante in entrambi). Senonché la Nora di Ibsen viene qui triplicata in altrettante sorelle che, poste nella situazione controversa del matrimonio borghese com’era concepito all’epoca, reagiscono ad essa ognuna a proprio modo, secondo una forma piú moderna ed espressionista (qui ci sono dei contatti col teatro di Strindberg, specialmente per quanto riguarda la sorella piú “matura”). La prima (Liv Ullmann) — e questa è la prima sfida chiarissima lanciata dal cineasta al testo del commediografo — agisce con il dottore come non agiva la Nora di Ibsen, ovvero vi tradisce il marito. La seconda sorella, apparentemente la piú equilibrata, in realtà nasconde nel rapporto col marito una forte nevrosi che si scatenerà proprio in una scena magistrale del film. La terza sorella, l’unica non sposata, è destinata addirittura a morire, ed in questo senso possiamo quantomeno tacciare Bergman di un certo moralismo, ovvero ci suggerisce che il matrimonio è un male necessario ed inevitabile, e chi vi si sottrae non è destinato ad una buona fine. Il finale di “Sussurri e grida” si accosta ad un altro maestro nordico, ovvero il Dreyer di “Ordet”, nel quale in questo film quasi del tutto parlato, ma in cui non mancano immagini forti, si riafferma la forza della parola, potenza capace di risolvere situazioni di discordia (la Sarabanda di Bach sostituita al dialogo riconciliatore tra le due sorelle) o addirittura di superare la morte.

1972, scritto e diretto da Ingmar Bergman, con Liv Ullmann e altre attrici scandinave

lo show dell’uomo vero

24 Ottobre 2016 31 commenti

Truman show è un film dalla doppia chiave di interpretazione. Da un lato è una critica del medium televisivo, in questo senso già allora piuttosto datata, in quanto propaggine Nineties sulla scia del filone “Videodrome”, anche se lo si vede generalmente come una prodromica caricatura grottesca dell’allora nascente moda dei reality shows. Inoltre, se Cronenberg prendeva di mira l’attitudine aggressiva del piccolo schermo televisivo, nel film diretto da Peter Weir i tempi sono cambiati: il medium arrembante sta diventando la Rete, che richiede piú intelligenza da parte dell’utente, e infatti per catturare il pubblico apatico televisivo è sufficiente mettere in scena la normalità della vita di una persona qualunque (Truman = True Man). Dall’altro lato, nella sua concezione di fondo, “Truman Show” è una vera e propria storia di fantascienza, alla Philip Dick, del quale non a caso viene citata la scena finale del Padre creatore di “Do androids dream…”.

1998, scritto da Andrew Niccol, diretto da Peter Weir, musiche di Philip Glass e altri, interpretato da Jim Carrey e altri

one two three… agnition

21 Ottobre 2016 Nessun commento

Un soldatino francese torna in incognito in terra di Germania per conoscere la famiglia del soltato tetesco che è stato costretto a uccidere face-to-face nella prima guerra mondiale (anche questo, come l’episodio analogo ne “La grande guerra” di Monicelli, pare essere una probabile ispirazione per la celeberrima “Guerra di Piero” di De André). La storia — sotto molti aspetti un cliché le cui agnizioni e mistificazioni sceniche hanno un che di mitologico o di biblico — è molto interessante per una fattispecie di tipo semiologico, ovvero la trasformazione degli elementi della narrazione dal cinema muto al cinema sonoro (si presta a questo tipo di osservazioni perché “Frantz” è il rifacimento di un film di Lubitsch del 1932). Se nel cinema muto, e nel portato del cinema sonoro dei primi anni, lo sviluppo narrativo veniva spinto in avanti tramite snodi manifesti, coagulati sotto forma di azione scenica, per poter essere compresa senza troppa difficoltà, nel caso di Frantz il concetto di snodo narrativo sopravvive ma viene sostituito (in maniera sincretistica, potremmo dire), grazie all’introduzione del parlato e alla sua maggiore possibile descrittività, da elementi che agiscono prevalentemente in direzione psicologica, e che permettono di avvicinare il cinema alla dimensione da teatro da camera, che coinvolge prevalentemente l’aspetto interiore dei personaggi, e quindi le finzioni e gli svelamenti hanno l’effetto di determinare ripetuti cambiamenti di fronte della visione interiore dei personaggi (che poi è la nostra) e questo sviluppo per mutazione di atmosfera o di punto di vista è molto piú efficace e coinvolgente per lo spettatore. (il cambiamento di atmosfera è sottolineato infatti, dal regista, introducendo in certi momenti l’uso del colore in un film totalmente in bianco e nero).

2016, regia di François Ozon, tratto da un romanzo di Maurice Rostand del 1925 (“L’homme que j’ai tué”), che lo stesso autore trasformò in testo teatrale nel 1930, che venne tradotto cinematograficamente da Ernst Lubitsch nel 1932; attori principali Paula Beer e Pierre Niney.

Categorie:Cinema Tag:

il mio nome è Ruscello

21 Agosto 2016 Nessun commento

L’arco temporale narrato in “Mein Name ist Bach” è all’incirca di una settimana, quella corrispondente al viaggio intrapreso nel 1747 dal vecchio Johann Sebastian, dal figlio Wilhelm Friedemann e dalla figlia Johanna a Potsdam, alla residenza del principe Federico II di Prussia, presso la cui corte operava già il figlio Carl Philip Emanuel (oltre a Joachim Quantz). Ad occhio e croce la rappresentazione è un po’ esasperata ad arte, specialmente nel rapporto altero tra il principe e il J.S. Bach, la cui richiesta di elaborazione del celebre tema regio alla base della Musikalisches Opfer è dettato da una vera e propria sfida, e non semplicemente da una umile richiesta, quale doveva effettivamente essere, da parte di un compositore dilettante al grande Giovanni Sebastiano. Ma, come dicevamo, il tono viene esaltato soprattutto per mettere in campo la rete di rapporti paterni e filiali incrociati dei quali è intessuta la trama. Federico pare infatti rivalersi su suo padre (che fece uccidere il suo migliore amico) per interposta persona bachiana, mentre il primogenito Wilhelm Friedemann, scapestrato e modaiolo, è messo in contrasto col buon padre di famiglia Carl Philip Emanuel. Tutto sommato un film guardabile — ed anche utile, per l’allargamento della visuale storica che ci dà di un personaggio come Bach, considerato sempre soprattutto dal punto di vista astrattamente musicale — ricco di informazioni piuttosto attendibili, con l’aggiunta delle immancabili licenze poetiche per stuzzicare il pubblico generalista — quali il supposto flirt tra la moglie di Federico e Wilhelm Friedemann, o le tendenze omosessuali del primo — concessioni allo stile all’americana che tuttavia pare non siano state sufficienti a consentire che il film fosse ritenuto degno di commercializzazione anche in Italia.

2003, scritto e diretto da un certo Dominique de Rivaz, interpretato da Vadim Glowna, Jurgen Vögel e altri attori crucchi.

golpi di scena

1 Luglio 2016 Nessun commento

Film inscrivibile nel filone del cinema civile socialmente impegnato italiano, a metà tra realismo e docu-fiction. Anche stilisticamente si pone ad un crocevia tra la pura e asettica ricostruzione dei fatti (di Le mani sulla città, 1963, per es.) e la ricerca dell’effettaccio emotivo basato sul realismo (Mondo Cane, 1962). Filo conduttore è il ruolo della CIA nei golpi o golpetti vari che dagli anni 50 ai Settanta rovesciarono le governance di varie nazioni estere in modo favorevole agli USA. Si parte dai casi meno noti del Congo e del Guatemala negli anni Cinquanta, passando dall’uccisione di Che Guevara, per arrivare alla strage di piazza Fontana (il caso Pinelli/Calabresi in primo piano, con relativo ammazzamento reciproco, con Calabresi che fa una pessima figura, a tre anni dal suo assassinio, notare bene), fino a descrivere un caso molto recente, all’epoca, come il golpe di Pinochet in Cile, con torture a destra e a manca (qui ricorda molto Garage Olimpo di Marco Bechis, ante litteram).

1975, scritto e diretto da Giuseppe Ferrara, con Mariangela Melato, Riccardo Cucciolla, Lou Castel e altri.

people from Ibiza

14 Giugno 2016 Nessun commento

Un giovane teutonico si reca a Parigi a fare il fricchettone e conosce una bionda che lo porta a Ibiza e lo inizia alle gioie di sex drugs & rockn’roll (anzi, piú che r&r si tratta della musica psichedelica della colonna sonora dei Pin Floy), poi lei lo molla e lui si fa una overdose di eroina e ciao. Una storia di genere quasi esclusivamente a due, un uomo e una donna, i cui antecedenti si possono cercare nella filmografia di Bergman, oppure in “Hiroshima Mon Amour”, ma in cui giocoforza si riconoscono il road-movie, con la sua libertà fricchettonesca, e la poetica dell’incomunicabilità di Antonioni, secondo un appiattimento relazionale di cui la droga è allo stesso tempo effetto e causa, aspetto d’altro canto esplicitamente dichiarato per via della citazione del paesaggio roccioso dell’isola, come nell’Avventura, altro film in cui un uomo e una donna “non si trovano”).

1969, regia di Barbet Schroeder, sceneggiatura di B.S. e Paul Gégauff, con Mimsy Farmer e Klaus Grünberg, musica dei Pin Floy

Categorie:Cinema Tag: , ,

lo chiamavano Trinità

6 Maggio 2016 Nessun commento

Come nei migliori esempi di romanzo di formazione, il protagonista (Claudio Santamaria, che pare tirato via di peso dal film “Paz”), coatto romano di periferia, eleva il suo status grazie all’involontario acquisto di superpoteri — alla maniera di Devil, ma lui ricorda un po’ Peter Parker — che suo malgrado lo traggono d’impaccio da situazioni criminali che lo vedono coinvolto. Bel film, poco definibile tanta è la quantità di ispirazioni che vi vengono intelligentemente convogliate (da Trainspotting, alla poetica del degrado (Accattone, etc.), alla violenza gratuita e improvvisa stile Tarantino, al glam-trash di Tano da morire, etc.). Tutta la violenza della storia viene bilanciata e alleggerita dall’ingenuità della personaggia femminile (altrimenti sarebbe sembrata un’altra insopportabile “gomorrata”), naturalmente, in quanto tale, destinata al sacrificio.

2016, regia di Gabriele Mainetti, scritto da Nicola Guaglianone e Menotti, con Claudio Santamaria, Ilenia Pastorelli, Luca Marinelli

è nata il ventitré

15 Marzo 2016 Nessun commento

Spettacolo teatrale della simpatica conduttrice zelighiana, divertente, anche se fondato sul piú vieto repertorio da cabaret da strapazzo (nord&sud, uomini&donne, corna mariti mogli amanti, etc.). A differenziarlo da uno omologo di Pino Campagna è il garbo lievemente piú elevato della cabarettista sicula, nonché una parvenza di traccia culturale — affidata all’Odissea di Omero — che fa da filo conduttore (parole grosse) per tenere insieme i vari siparietti che lo costituiscono.

Categorie:Teatro Tag:

tiralosù

29 Febbraio 2016 Nessun commento

Curiosamente, anche la commedia di Fabio De Luigi — come quella di Checco Zalone — ruota attorno al tema del mondo del lavoro (là del nullafacente pubblico, qui del privato che truffa la Sanità, entrambi attualissimi). In entrambi i casi, però, lungi dal costituire film di denuncia, ma puri pretesti per costruire la solita storiella sentimentale che piace tanto al pubblico. Quindi anche qua si ride (in maniera piú garbata che con Checco, magari) e si soprassiede necessariamente alle licenze poetiche di sceneggiatura, abbastanza approssimativa.

2016, scritto e diretto da Fabio De Luigi, con FdL, Bebo Storti, Pippo Franco e attorucoli minori

il ritornante

19 Febbraio 2016 Nessun commento

In un certo senso “Il Ritornante” è un film che ritorna alle origini. Il famoso regista Ignarritu abbandona certe pretese moraleggianti che lo avevano caratterizzato in passato (in “Babel”, per esempio) — che oltre ad essere pretestuose avevano pure il difetto di rendere il plot piuttosto macchinoso — e torna ad una spettacolarità fine a se stessa (servita da una storia ridotta ai minimi termini, giusto per) che ricorda gli albori del cinema, quando i Fratelli Lumière stupivano il pubblico con treni, eventi naturali o altro, stupefacenti per il solo fatto di essere proiettati su grande schermo. Ora che gli impianti casalinghi e internét hanno rubato spettatori alle sale cinematografiche, si ritorna ad una tipologia narrativa che si allontana da tutto quanto possa essere riprodotto convenientemente su piccolo schermo e punta ad attirare gente che vuole vedere piú che altro effetti speciali (pur ragguardevoli, in questo caso, specialmente per quanto riguarda le scene di lotta, filmate con una regia davvero coinvolgente, che ti fa partecipare in maniera inusitata alle botte da orbi che tutti si danno (merito del direttore della fotografia o del regista?).

2015, regia di Ignarritu, scritto da Ignarritu e Mark Smith, musike di Sakamoto, con Leonardo Di Caprio & altri.

carne y sangre

15 Febbraio 2016 Nessun commento

Diamo il benvenuto ad una relativamente nuova tendenza cinematografara che ha lo scopo di raccattare qualche spettatore perduto a causa di internèt: l’idea “geniale” consiste nel proiettare su grande schermo documentari monografici relativi ad artisti o a grandi mostre riguardanti i suddetti. La benemerita “Exhibit on the Screen” (società o marchio che smercia questi prodotti) si esercita in questo caso in un documentario su Francisco Goya, prendendo spunto da una recente mostra della produzione ritrattistica del pittore spagnolo tenutasi alla National Gallery di Londra, con belle immagini ed interviste esaustive a curatori e studiosi albionici, per poi propagarsi per completezza anche nella terra in cui il Goya operò (fu pittore alla corte di Madrid per lungo tempo) dando voce, in questo caso, ad esperti iberici. Il filo narrativo è affidato ad un attore piuttosto somigliante che incarna il Goya e che ci legge alcune lettere scritte all’amico d’infanzia e ad altri. Tutto molto bello.

i non magnifici otto

12 Febbraio 2016 Nessun commento

“Gli otto odiosi” è l’ottavo film di Querin Tantarino, un western sulla scia del precedente “Django Unchained”, il cui ovvio tributo allo spaghetti-western (leonesco e non) è parzialmente travisato grazie all’ambientazione montanara nonché innevata. Sarebbe tutto piuttosto noiosetto se non fosse per quell’aggiunta mistery alla Agatha Christie* che rende un filo piú interessante una vicenda altrimenti tutta a base di ammazzamenti piú o meno fantasiosi. Manieristico.

* Curiosamente, anche il tributo di François Ozon alla vecchia Agatha era incentrato sul numero 8 (“Otto donne e un mistero”). Sarà un caso?

2015, scritto e diretto da Quentin Tarantino, musiche di Ennio Morricone, con Samuel L. Jackson, Jennifer Jason Leigh e altri.

Categorie:Cinema Tag:

s’erano tanto amati

29 Gennaio 2016 1 commento

Viaggio sentimental-politico trentennale di un trio di amici, sviluppato dal testè defunto Scola nella forma della sua particolare versione della commedia all’italiana. Scritto e sceneggiato con tutti i crismi, soffre dell’eccessivo e inevitabile affollamento di contenuti e situazioni, tutte perfettamente logiche e conseguenti che tuttavia proprio per questo fatto risultano artificiose, frutto un po’ deleterio forse dell’invadenza dello strutturalismo nella poetica cinematografica. Le numerosissime idee ed ispirazioni, intelligentissimamente portate sulla scena, avrebbero meritato uno spazio piú adeguato, tanto da trovare migliore collocazione in una specie di “Heimat” nostrana. Il risultato è invece una sorta di macchiettismo della sinistra italiana e delle sue contraddizioni calate in diversi gradi di possibilità negli attori (lato sensu) che la incarnavano — una presa per i fondelli dall’interno, diciamo, operata dai protagonisti stessi della cosiddetta ‘egemonia culturale’ — condito di un romanticismo reso in maniera molto efficace, che mette un po’ di sale in una vicenda altrimenti troppo arida o di settore, ma il cui spessore artistico generale rimane sacrificato dalla cornice inadeguata. Forse l’intenzione non era di realizzare una pietra miliare, ma di fare un film popolare (non del tutto stupido magari), anche se il dispiegamento di forze adoperato per il cast tradisce delle pretese forse malriposte.

1974, regia di Ettore Scola, scritto da Scola, Age & Scarpelli, musiche di Armando Trovajoli, interpretato da piú o meno tutti (All Stars).

natale con peppino

14 Gennaio 2016 24 commenti

Filmetto da quattro soldi ispirato palesemente a Johnny Stecchino. Anche qui la vicenda è incentrata su un boss della mala — camorrista, in questo caso — che per qualche motivo stravagante si ritrova un sosia grazie al quale chi sceneggia si diverte a costruire improbabili situazioni equivoche generate dallo scambio di persona. La caustica comicità surreale di Lillo e Greg — quasi del tutto non pervenuta — unita a quella piú trash del tizio dei Soliti Idioti e del presentatore di Colorado, non bastano a tenere in piedi un film fatto e confezionato per un target di spettatori tv di poche pretese.

2015, regia di Volfango de Biasi, scritto da Volfango De Biasi, Alessandro Bencivenni, Francesco Marioni, Tiziana Martini, Lillo & Greg, con Lillo, Greg, Peppino di Capri e altri.

Categorie:Cinema Tag:

quo vadis

7 Gennaio 2016 Nessun commento

Record italiano d’incassi della prima giornata di proiezione (grazie ad un formidabile battage pubblicitario e ad una invasione delle sale cinematografiche) il quarto film di Checco Zalone si rivela una tavanata galattica, ovvero la terza fotocopia sempre piú sbiadita del suo film d’esordio. Malgrado diverse scene tirate via alla grande, e alla pretestuosa satira socio-politica che lascia il tempo che trova, riesce però ancora a far ridere. Ma per quanto?

p.s.: menzione d’onore per Sonia Bergamasco, ovviamente.

2015, regia di Gennaro Nunziante, scritto da Nunziante e Checco Zalone, con Checco Zalone, Emanuela Giovanardi, Sonia Bergamasco, Lino Banfi, Maurizio Micheli, e altri.

Categorie:Cinema Tag:

bridges of spies

31 Dicembre 2015 17 commenti

Tipico film istituzionale che gli ammericani fanno per autocelebrare la loro epopea. A chi affidare la regia, dunque, se non allo strappalacrime Stefano Suonamonti? La sceneggiatura dei fratelloni Coen — chiamati forse perché ormai specialisti nel ricreare atmosfere d’antan — troppo ligia nel rispettare la tabella di marcia della realtà della storia vera a cui è ispirata, non riesce a smuovere un minimo di interesse, tanto che dopo il primo quarto d’ora già si indovina il resto del film e si può dormire tranquilli per la restante oretta e mezza. Oltretutto, a parte Tom Hanks, costellato di attori improbabili, a cominciare dal deuteragonista.

2015, diretto da Steven Spielberg, scritto da Matt Charman e Joel & Ethan Coen, con Tom Hanks e altri.

ei fu

12 Giugno 2015 Nessun commento

Film-paciugo nel quale il buon Valter si diverte in un cut & paste di filmati d’epoca berlingueriani in occasione del trentennale della scomparsa. Diciamo che una metà del film è perfettamente inutile, dato che i filmati di repertorio di cui è composta si trovano ordinariamente su internèt, e l’introduzione — nella quale il “regista” interroga i ggiovani d’oggi sulla loro conoscenza di Berlinguer — è piuttosto stucchevole. Salviamo i filmati meno noti, e le interviste ai vecchiarelli ex-PCI che restituiscono una testimonianza commossa del leader politico e dell’uomo. Non mancano, per onestà intellettuale, alcune critiche all’operato di B., anche se piuttosto tra le righe e poco approfondite. Forse sarebbe stato piú utile un film di riflessione critica rispetto a quello confezionato dal VW, che tutto sommato — al di là della validità della ricostruzione storica, sintetica ma precisa — risulta in fin dei conti un po’ troppo agiografico.

2014, scritto e “diretto” da Valter Weltroni

omicron

2 Maggio 2015 Nessun commento

Prendendo spunto da un sottofondo fantascientifico — la cui idea è tratta da “L’invasione degli ultracorpi” (1955-56) — mescolato con altri generi (il grottesco, il socialmente impegnato, la commedia), Gregoretti costruisce una satira socio-politica della società italiana degli anni del boom economico, tenendosi alla larga dalla tediosa pallosità realistica del contemporaneo “Le mani sulla città”, ma piuttosto semmai ispirandosi al disincanto filosofico de “La vita agra”. Molto divertente, e con un Renato Salvatori sottoposto a varie prove attoriali buffe, da teatro del corpo, all’insegna di un film di Totò.

1963, scritto e diretto da Ugo Gregoretti, con Renato Salvatori e altri.

la notte dei camion viventi

29 Aprile 2015 Nessun commento

Il pianeta Terra si viene a trovare immerso nella scia di una cometa che provoca effetti collaterali, tipo che le apparecchiature elettromeccaniche (specialmente i camion) si animano di vita propria e assalgono (piuttosto inspiegabilmente) gli esseri umani. Film veramente demenziale, che sembra ispirato alla Notte dei morti viventi di Romero — con i camion al posto degli zombie — ma abbinato alla poetica trash del tardo Dario Argento.

p.s.: il lato interessante è che pellicole di questo genere sono alla base del primo Dylan Dog, coevo, difatti

1986, scritto e diretto da Stephen King (da un suo racconto omonimo), musica degli AC/DC, interpretato da attori vari anonimi

per la miseria

14 Marzo 2015 Nessun commento

Operetta davvero mediocre, per palati di poche pretese, che ha forse l’unico pregio nel mostrarci l’Italia poverella del primissimo secondo dopoguerra e nell’affibbiare alla Magnani (chessadafà peccampà) un ruolo per alcuni risvolti autobiografico. Un primo legame lo si può stabilire con la vita dell’attrice nel fatto che il personaggio del trovatello — antipatico come pochi — è alla ricerca del proprio padre (la Magnani era figlia di ragazza madre). Il secondo nesso si può stabilire con i suoi studi musicali, che qui riaffiorano in una scena divertente (forse la migliore del film) nella quale canta con la radio una canzone del 1930 (“Parlez moi d’amour”), sapientemente interrotta da un battibecco con Marisa Vernati.

1945, scritto e diretto da Gennaro Righelli, con Anna Magnani, Marisa Vernati e altri.

Categorie:Cinema Tag:

danza della realtà

13 Febbraio 2015 Nessun commento

Chi non avesse letto l’autobiografia (2001) omonima di Jodorowsky potrebbe pensare che per decodificare il suo ultimo film sia necessario un sussidiario simbolistico vòlto ad interpretare le scene astruse che lo compongono dall’inizio alla fine. “La danza della realtà”, invece, non fa altro che collocare caratteri e situazioni reali — ma amplificate dalla fantasia — accanto ad un plot inventato (il tentativo di omicidio del dittatore cileno Ibañez da parte di Jaime Jodorowsky, padre di Alejandro, qui nel film interpretato da suo figlio Brontis, il nipote del personaggio, dunque). Ciò che all’apparenza sembrerebbe fatto simbolico (la madre che canta invece di parlare), oppure gli operai storpii delle miniere (che si potrebbero pensare una citazione dei Freaks di Todd Browning), etc., sono nient’altro che l’amplificazione teatrale di fatti e persone realmente esistiti. La stessa inversione di ruoli paterni e filiali tra attori e personaggi, data dalla necessità di produrre un film “in famiglia” può, per altro verso, essere considerata un rimedio psicomagico di quelli che lo scrittore ha marchiato col suo copyright ma dei quali qui ritroviamo le radici in rituali familiari antichissimi, affondati nella tradizione di gesti ancestrali applicati nelle vicende quotidiane di sempre e che servono ad esorcizzare il negativo.

2013, scritto e diretto da Alejandro Jodorowsky, con Jodorowsky e altri.

Categorie:Cinema Tag:

basilicata quanto cost

31 Dicembre 2014 Nessun commento

Filmetto poverello, sceneggiato male, recitato alla meno peggio, di nessun significato, se non quello di spendere un po’ di soldi pubblici (europei e lucani) per “rilanciare” il brand Basilicata (vuoi vedere che c’entra qualcosa il buon Gianni Pittella? n.d.r). Costruito attorno al canovaccio del viaggio rurale attraverso la landa lucana, la cui inanità è rivelata dal mancato finale che il gruppo di protagonisti si prospettava, si giustappongono via via scenette piú o meno legate al territorio (ma si passa da Aliano senza nemmeno mostrare i luoghi di Carlo Levi, citandolo di sfuggita da un angolo della sua terrazza di casa), alcune situazioni telefonate con secoli di anticipo, qualche risvolto brillante, e nulla piú. Inutile.

2010, regia di Rocco Papaleo, soggetto di Papaleo e Valter Lupo, sceneggiatura di V. Lupo, musiche di Rita Marcotulli, interpretato da Papaleo, Giovanna Mezzodì, Alessandro Gassman, Max Gazzè e altri.

roman holiday

24 Dicembre 2014 27 commenti

Favoletta ambientata nell’Italia del Dopoguerra, vista da occhio americano, che sembra quasi una cartolina turistica per rilanciare il turismo nel nostro Paese (chissà, magari faceva parte pure del Piano Marshall). L’idea di base è un ribaltamento della favola di Cenerentola (la scarpetta che all’inizio del film la Hepburn non riesce a calzare è una evidente allusione e allo stesso tempo una dichiarazione d’intenti), col principe azzurro Gregory Peck che a mezzanotte riaccompagna la bella al castello. Curiosamente, è evidente un’inversione di tendenza anche nell’atmosfera del film, almeno se si considera un’altra celebre pellicola interpretata dalla Hebpburn, “Colazione da Tiffany”: contrariamente a quest’ultimo, che comunicava un’angoscia sottile ma che poi si risolveva a tarallucci e vino, in “Roman Holyday” abbiamo invece un film leggero che acquista intensità verso il finale. Come giudizio tecnico si può rilevare qualche deficienza nella sceneggiatura della parte centrale, inutilmente diluita (ci si riferisce alla parentesi in cui Gregory ricovera a casa sua la principessa in incognito) e invece, dal punto di vista morale, una bieca ridicolizzazione del popolo italiano, interpretato esclusivamente attraverso personaggi appartenenti alle classi meno elevate (il custode, il fiorista, il barbiere, etc.). Altro particolare notevole è il constesto storico che traspare dalle domande rivolte dai giornalisti alla principessa riguardanti il processo di unificazione europea che allora era evidentemente agli inizi. Inoltre, il personaggio del fotografo (antesignano dei paparazzi) verrà recuperato successivamente da Fellini nella Dolce Vita. Infine, curiosità interessanti si notano anche nella colonna sonora: Georges Auric cita di soppiatto brani sinfonici russi (Prokofiev o Shostakovich) come a marcare il territorio italiano come proprio nella contesa USA-URSS della futura guerra fredda; la seconda citazione colta è un arrangiamento a tarantella della fanfara iniziale dell’Orfeo di Monteverdi.

1953, regia di William Wyler, soggetto di Dalton Trumbo, sceneggiatura di Ian McLellan Hunter e John Dighton, musiche di Georges Auric, con Audrey Hepburn, Gregory Peck (e una comparsata di Paola Borboni)

si fa per dire

20 Dicembre 2014 Nessun commento

Gli occhi ancora innocenti di una bambina osservano i conflitti interiori & esteriori degli adulti piú prossimi, ovvero i propri familiari che — fatto salvo il mondo antico della nonna, irregimentato nei dogmi e nella giustezza morale della tradizione — offrono un vasto campionario di problematiche create dalla deregulation o, da un altro lato, dalla maggiore sincerità, dei rapporti amorosi dei tempi moderni. I parenti, nel finale davvero commovente — nonostante una regia che perde qualche colpo rispetto al livello piú che dignitoso del resto del film — regalano alla bambina una cinepresa, momento topico che esplicita definitivamente che il bel film della Comencini può essere considerato un update de “I bambini ci guardano” di De Sica, e dall’altro che i casini della vita si affrontano in maniera semplice, se osservati con oggettività.

2002, scritto e diretto da Cristina Comencini, sceneggiatura di C. Comencini e Lucilla Schiaffino, con Virna Lisi (R.I.P.), Margherita Buy, Franco Lo Cascio e altri.

filumena

11 Novembre 2014 Nessun commento

Non aveva tutti i torti il buon Roberto De Simone, nel suo articolo uscito sul Mattino della scorsa settimana, nell’affrontare il mito di Eduardo sottoponendolo ad una serie di critiche, in primis riguardanti il fatto che il suddetto mito ha involontariamente fatto terra bruciata di tutto il teatro napoletano che lo circondava, e in secondo luogo per l’alto tasso di moralismo che caratterizza le sue commedie. Nel caso della versione teatral-televisiva di “Filumena Marturano” (1946), inscenata qualche anno fa da Ranieri e dalla compianta Mariangela Melato, il moralismo veniva stemperato in un’atmosfera di incazzata disputa coniugale che ricorda lo scontro furioso della “Toten Tanz” di Strindberg (scontro che viene alla fine ricomposto, contrariamente al violento testo di Strindberg), ma ciò non toglie che ad un certo punto il rischio sia quello di addormentarsi. Per il tema di questo copione il buon Eduardo si ispirava certamente ad “Una donna senza importanza” di Wilde, trasformando lo humour inglese in gergo napoletano, ottenendo un testo discretamente apprezzabile ma che certamente per i motivi di cui sopra non merita tutta la notorietà che ha conseguito.