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Archivio per la categoria ‘Cinema’

si fa per dire

20 Dicembre 2014 Nessun commento

Gli occhi ancora innocenti di una bambina osservano i conflitti interiori & esteriori degli adulti piú prossimi, ovvero i propri familiari che — fatto salvo il mondo antico della nonna, irregimentato nei dogmi e nella giustezza morale della tradizione — offrono un vasto campionario di problematiche create dalla deregulation o, da un altro lato, dalla maggiore sincerità, dei rapporti amorosi dei tempi moderni. I parenti, nel finale davvero commovente — nonostante una regia che perde qualche colpo rispetto al livello piú che dignitoso del resto del film — regalano alla bambina una cinepresa, momento topico che esplicita definitivamente che il bel film della Comencini può essere considerato un update de “I bambini ci guardano” di De Sica, e dall’altro che i casini della vita si affrontano in maniera semplice, se osservati con oggettività.

2002, scritto e diretto da Cristina Comencini, sceneggiatura di C. Comencini e Lucilla Schiaffino, con Virna Lisi (R.I.P.), Margherita Buy, Franco Lo Cascio e altri.

body double

5 Novembre 2014 Nessun commento

Simpatico film giallognolo, per la prima metà fortemente ispirato a due celeberrimi Hitchcock (“Vertigo” e “La finestra sul cortile”) e per l’altra metà sulla scia di “Videodrome” di Cronenberg. Tolti i debiti ispirativi, rimane un plot thrilleristico-splatter abbastanza intrigante — che richiede allo spettatore una chiusura d’occhio su alcuni passaggi poco realistici — e giocato nel paratesto sulle questioni del “doppio“, dello sguardo dello spettatore/testimone, del vero/falso, roba non troppo originale ma risolta non del tutto infelicemente.

p.s.: di notevole interesse è l’ambientazione: un appartamento futuristico (1960, arch. Lautner) sospeso, a pianta centrale, con panoramica hollywoodiana.

1984, regia di Brian De Palma, sceneggiatura di De Palma e Robert J. Avrech, musiche di Pino Donaggio, con un certo Craig Wasson, Debora Shelton e Melanie Griffith Banderas, guest stars: Frankie Goes To Hollywood.

Leni mia cara Leni tu sei la pena di questo cuor

24 Ottobre 2014 Nessun commento

Simpatico docu-film con il quale la futura centenaria Riefenstahl (allora 32enne) documentava il maestoso congresso-parata del Partito Nazional-Socialista, svoltosi a Norimberga nel 1934 (città che, come per una nemesi, sarà poi la sede dell’estrema disfatta dei gerarchi nazisti). Per festeggiare la sua ascesa al potere, il buon Adolf organizza una maestosa manifestazione, che prevede la sfilata per la città festante delle forze militari naziste, nonché qualche discorso programmatico suo e dei suoi sodali (Goebbels e altri) dal tono per nulla tranquillizzante, nel quale il Cancelliere incita ad una rinascita teutonica (“Deutscheland erwachen”, dicono i gagliardetti sotto la croce uncinata). Paura.

1935, regia di Leni Riefenstahl

scavezzacollo

14 Ottobre 2014 Nessun commento

Versione cinematica dell’Uomo senza paura. I mezzi tecnici consentono oggigiorno di rendere credibili, piú che mai prima, gli eroi in calzamaglia in versione filmica, ma quel che lascia a desiderare è spesso il lato umano (e dire che i fumetti di Stan Lee devono il loro successo proprio a quell’aspetto). Come nel primo Spiderman (ma probabilmente anche nei suoi seguiti) il rapporto tra l’eroe e la bella di turno (Elektra, in questo caso) è rimasto schematizzato al livello di fumetto anni 60, mentre l’aspetto visivo è al passo coi nostri tempi, il che rende estremamente stridenti i due aspetti (massimo realismo da una parte, e bassissimo dall’altra). Aggiungiamo che anche la storiella è veramente di infimo livello di complessità, e viene da chiedersi come mai non abbiano apposto la dicitura “Vietato ai maggiori di 13 anni”.

2003, scritto e diretto da Mark Steven Johnson, con Ben Aflleck, Jennifer Garner, Michael Clark Duncan, Colin Farrell.

la signora omicidii

10 Ottobre 2014 47 commenti

Rifacimento di una black comedy del ’55 che i fratelli Coen rivisitano con la loro consueta maestria, attualizzandone alcuni aspetti* e personaggi. Innanzi tutto, la tranquilla ambientazione british viene spostata nell’America del mid-West, una diversa collocazione spaziotemporale che consente di arricchire la storia con il piú variegato cotê immigratorio americano, di sfruttare il repertorio musicale gospel grazie alla trasformazione della nonnina inglese in una religiosa signora nera, nonché di trivializzare un bel po’ il tutto. Eccezionale regia e fotografia, meccanismo narrativo perfetto, qualche risata qua e là.

* Paradossalmente, i finti musicisti del film originale erano un quartetto d’archi, mentre nella versione “moderna” si fingono suonatori di musica antica, dando luogo ad un incrocio d’opposizione temporale sicuramente non casuale.

2004, regia di Joel & Ethan Coen, con Tom Hanks

cane fantasma

5 Settembre 2014 Nessun commento

Supremo capolavoro nel quale il buon Jarmusch — confezionando un film di autosufficiente indipendenza poetica — riesce a fondere in maniera magistrale le piú varie ispirazioni. La base di partenza è “Le Samourai”, un film anni 60 con Alain Delon, al quale il regista infonde una sferzata gangsteristica fortemente debitrice di “Reservoir Dogs” e “Pulp Fiction”, con il corollario di ironia splatter e insostenibile leggerezza criminale che li caratterizzavano. Il tema del libro del samurai di Hagakure — che fa da guida alle scene — è un elemento molto moderno, inaspettatamente presente anche nell’originale, ma viene condotto però da Jarmusch al parossismo, in una specie di preludio drammatico alle scene che stiamo via via vedendo, in un modo che ricorda il commento filosofico scatologico applicato al tema ‘vampiro’ di The Addiction di Ferrara del 1996 (anche qui abbiamo la fusione di due elementi estranei: il film di genere e l’elemento letterario). Last but not least, la colonna sonora, hip hop che attualizza e amalgama i fattori passati piú o meno recenti.

1999, scritto e diretto da Jim Jarmusch, musiche di RZA, con Forest Whitaker

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the graduates

30 Agosto 2014 Nessun commento

Opera prima del Pieraccioni, nonché l’unica venuta decentemente, prima che il Nostro partisse con la sequela di storie fatte con lo stampino che costituiscono la sua filmografia. “I laureati” è un film corale, dove la rilevanza dei comprimari è molto ben equilibrata, e la solita storia insipida con la fotomodella di turno è ridotta allo spazio che merita, e non costituisce la parte piú importante, ma è anzi subordinata alla questione generazionale che affligge il quartetto di protagonisti, trentenni tardoni che, bene o male, traggono alla fine le conclusioni che s’è fatta l’ora di abbandonare i sogni di gioventú e di passare all’età adulta. Grande prova recitativa di Alessandro Haber, messo ad incarnare il futuro che aspetta chi non mette la testa a posto.

1995, regia di Leonardo Pieraccioni, sceneggiatura di Pieraccioni e Giovanni Veronesi, musica degli Audiodue, con Pieraccioni, Ceccherini, Papaleo, Gianmarco Tognazzi, Mariagrazia Cucinotta, Alessandro Haber, Tosca d’Aquino, e altri.

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the fish in love

21 Luglio 2014 Nessun commento

Dopo l’ottimo esordio de “I laureati” (1995), garbata commedia corale & generazionale, il buon Pieraccioni — esaurita alla svelta la fantasia — si è instradato nel genere fondato nel decennio precedente dai vari Nuti, Troisi, Verdone, etc., ovvero quello della commedia romantica all’italiana. Ma se quelle dei ‘padri fondatori’ erano delle vere e proprie commedie, solidamente costruite sulla storia e sull’interpretazione, quelle di Pieraccioni si mettono subito sul facile, buttando giú un plot pretestuale, da arricchire con gag umoristiche (per le quali il Nostro, comunque, non ha nulla da invidiare ad altri) e con l’obiettivo palese di presentare ad ogni giro una bellissima — quanto anonima — fotomodella, dall’abilità recitativa pari a quella di un sasso, deuteragonista di una love story col Pieraccioni, che si rivela immancabilmente una liaison meno che improbabile e facilotta (quando invece le commedie di Nuti, Troisi, etc., avevano il merito di portare sullo schermo relazioni e conflitti sentimentali senza dubbio piú veritieri e rappresentativi). Si può riconoscere al Pierlaccioni una decente condotta registica, con un gusto per la giustapposizione delle scene capace di per sé di generare l’effetto comico (si veda, per esempio, il passaggio dalla scena del balletto di Don Lurio a quella del suo funerale) ma, nel complesso, ognuno dei suoi film, come questo che è il quarto, non superano la sufficienza.

p.s.: miglior attrice la strepitosa Patrizia Loreti, nelle vesti della direttrice editoriale.

1999, regia di Leonardo Pieraccioni, sceneggiatura di Pieraccioni e Giovanni Veronesi, con Pieraccioni, Yamila Diaz, Paolo Hendel, Patrizia Loreti, Philippe Leroy, Don Lurio, Dario Ballantini e altri.

limoncello

16 Luglio 2014 Nessun commento

Ispirato ad una storia realmente accaduta, “Lemon Tree” cineromanza la controversia che vedeva un ministro israeliano ordinare il taglio di un limoneto appartenente ad una coltivatrice palestinese, adiacente alla sua abitazione, che compremetteva la sicurezza sua e della sua famiglia. Non è un gran film: sceneggiato e girato in maniera estremamente convenzionale, nonché piuttosto barbosa, nonostante il tentativo di vivacizzazione cercato con l’introduzione di un flirt tra l’avvocato e la vedova limonaia. Appare poi, a tratti, quasi grottesco nel connotare in maniera buzzurra il ministro cattivo, presumibilmente appartenente al Likud (in questo senso non è arduo individuare nel regista israeliano un simpatizzante della sinistra del suo Paese), al quale si contrappone sua moglie, che instaura una solidarietà trasversale e femminile con la povera vedova. In tanta, pur nobile, banalità, emerge una traccia di valore nel finale, che presenta come un triste fallimento la soluzione giudirica che in teoria dovrebbe salvare capra e cavoli: un compromesso in cui tutti si rivelano perdenti, e che — per similitudine — suggerisce che l’analogo accordo al ribasso della formula “due popoli in due stati” non potrebbe che determinare una perdita di ricchezza da entrambe le parti.

2008, regia di Eran Riklis, sceneggiatura di Riklis e Suha Arraf, con Hiam Abbass e altri attori mediorientali.

il medico della usl

11 Luglio 2014 Nessun commento

Se “Le mani sulla città” (1963) — con la sua pretesa di assoluto realismo — finiva per risultare quanto di più irrealistico immaginabile (per la scarsa presenza dello storytelling relazionale dei personaggi), con “Il medico della mutua” il cinema italiano torna a dare il suo meglio in termini di ritrovata efficacia espressiva, calando il tema della denuncia di un problema politico-sociale (il sistema sanitario nazionale, in questo caso) nel contesto divertito della commedia italiana, restituendo quindi il coté umano — per quanto schematizzato nei caratteri tipici di questo genere — che determina le condotte immorali della piccola borghesia, bersaglio di innumerevoli film interpretati da Sordi in quegli anni.

1968, regia di Luigi Zampa, soggetto tratto dal romanzo omonimo di Giuseppe D’Agata, sceneggiatura di Sergio Amidei, Alberto Sordi, Luigi Zampa, con Alberto Sordi, Bice Valori, Pupella Maggio e altri.

who stops is lost

10 Luglio 2014 Nessun commento

Totò — impiegato della ditta Pasquetti (“Trasporti perfetti”) — tenta di mettersi in luce verso i superiori per strappare la promozione nei confronti del collega Peppino*. Gli equivoci che va immancabilmente scatenando mettono in moto una serie di sotto-trame parallele — costellate di gag, molte scadenti ma molte altre esilaranti — che ritrovano unità in un finale corale. Film dalla trama nel suo complesso mediocre, ma nobilitato da grandissimi attori (oltre a Totò, sfolgorano naturalmente Peppino, e Lia Zoppelli). L’idea dell’ambiente comico impiegatizio è con tutte le probabilità all’origine del ciclo di Fantozzi, mentre la seconda parte, con il multiplo appuntamento amoroso alberghiero, finisce in un film di Lino Banfi degli anni Settanta del quale chi scrive proprio non ricorda il titolo.

* Gli autori, fin dall’inizio introducono l’escamotage della “pistola” (che prima o poi, si sa, dovrà sparare) nelle vesti dei cognomi dei due impiegati — rispettivamente Guardalavecchia e Conlabuona —; l’attesa viene portata molto in là, e i calembour che vengono escogitati sono naturalmente maliziosi e spiritosi, ma garbati e dalla cadenza comica perfetta.

1960, regia di Sergio Corbucci, soggetto e sceneggiatura di Bruno Corbucci, Giovanni Grimaldi, Mario Guerra, Luciano Martino, Dino Di Palma, con Totò, Peppino De Filippo, Lia Zoppelli, Aroldo Tieri, Alberto Lionello, Jacqueline Perrieux (la madre di Jean-Pierre Leaud) & others.

la piscina

12 Giugno 2014 Nessun commento

Prima parte del dittico (per ora) che il buon Ozon ha dedicato al tema della meta-cine-letterarietà (il successivo è stato “Nella casa”, 2013). Prologo: una scrittrice di thriller best sellers in crisi di creatività (Charlotte Rampling), per ritrovare l’ispirazione si trasferisce in una villa di proprietà del suo editore, il quale le preannuncia che la casa potrebbe essere frequentata anche da sua figlia. Da questo momento parte il film vero e proprio, nel quale la realtà della vita vacanziera della scrittrice e il libro che ella va scrivendo formano una trama unica, i cui diversi piani narrativi risultano decodificabili solo grazie ad alcuni indizi disseminati dai gentili cineasti. La storia stessa, in primo luogo, è un indice rivelatore: trama banale, tanto quanto dev’esserlo quella di un romanzo best seller, e che sopperisce alla sua piattezza con la scabrosità. In secondo luogo il personaggio della figlia dell’editore, ideale bersaglio sul quale l’avvizzita Rampling possa proiettare le proprie invidie di gioventú. Poi un paio di scene bordo-piscina, simmetriche, irreali, che fanno il verso a quelle che Bergman usa nel Posto delle fragole per caratterizzarne il tasso onirico. Inoltre, l’assurdo e bizzarro delitto finale, credibile fintantoché venisse letto, ma infantile se visto per immagini (come dimostrano i fumetti trasformati in film, o l’infelice trasposizione cinematografica del Talento di Mr Ripley, per esempio). Infine, l’elemento piú sottile di tutti è la netta sensazione che la trama si vada costruendo sotto i nostri occhi, prendendo forma proprio con gli stessi elementi che chi scrive trova man mano che procede nel delineare il racconto, e che sono il film stesso nel suo sviluppo. Indubbiamente, la prova che Ozon fornirà nel successivo “Nella casa” sarà di spessore ben piú consistente, illustrando come la costruzione di una storia (letteraria o mentale) coinvolga anche ciò che sta all’esterno e che il racconto definisce e ha il potere di indirizzare, per il fatto stesso che creare una storia non è altro che l’attribuzione di un senso e una correlazione consequenziale agli elementi che la realtà propone in modo disordinato e afinalistico (almeno dal punto di vista umano). Detto ciò, Swimming Pool non è un film inutile: l’esercizio cineletterario viene caricato di senso dalla scena finale, nella quale la scrittrice saluta idealmente la “vera” ragazza, come per essere scusata di aver violentato la sua vita, e la ragazza “immaginaria”, con la nostalgia di chi saluta per l’ultima volta una persona che ci ha accompagnato per un pezzo della nostra strada, una sorta di transfert dell’autore con il personaggio da lui creato.

2003, regia di François Ozon, scritto da Ozon e Emanuèle Bernheim, con Charlotte Rampling & Ludivine Sagnier

almanacco del giorno dopo

5 Giugno 2014 40 commenti

Divertente divertissement che anticipa di una quarantina d’anni i cine-paradossi spaziotemporali di “Ritorno al futuro”, con la lugubre variante che in questo caso a viaggiare nel futuro è l’anima di un vecchietto appena trapassato che porta al giorno prima una copia di quotidiano con le notizie dell’indomani. Gli autori uniscono abilmente situazioni e toni di commedia a quelli della farsa, con un progressivo incalzare del meccanismo ritmico della predizione-realizzazione degli eventi, escogitando soluzioni simpatiche e inaspettate che generano tutt’oggi una certa sorpresa. Il protagonista, chissà perché, verso la fine recita piuttosto male.

p.s.: nella versione italiana il prestigiatore ciarlatano viene spacciato per rumeno, mentre in originale era italiano (un po’ di sano orgoglio nazionale post-fascista [il film arriva in Italy nel ’46]).

1944, regia di René Clair, soggetto di Lord Dunsany e Lewis Foster (tratto da un romanzo di un certo Howard Snyder, ispirato ad H.G. Wells), sceneggiatura di René Clair e Dudley Nichols, con Dick Powell, Linda Darnell e Zack Oakie.

una svedese in sicilia

30 Maggio 2014 1 commento

La nordica Ingrid Montanaro sposa un pescatore stromboliano che la porta a vivere nella sua isoletta sicula. La povera svedese scopre la dura (neo-)realtà: il bigottismo di paese incarnato in una religiosità atavica, nonché le difficoltà per la sopravvivenza e le ostilità ambientali la mettono a dura prova. La frase “Lei è spietato come il suo Dio”, rivolta al prete del paese, ha lo stesso effetto dirompente dell’eruzione vulcanica che seguirà (e sarà rievocata nell’“Ave Maria, piena di merda” che Chabrol farà pronunciare ad una Huppert in difficoltà esistenziali dello stesso tipo, piú o meno). Ma la risposta che Rossellini fa trovare alla protagonista, nonostante la caustica irriverenza religiosa suddetta, sarà proprio nella Fede in qualcosa di piú alto delle bassezze alle quali la vita costringe.

È interessante il paragone con le prime opere coeve dell’altro Bergman, Ingmar, che a problemi sociali dello stesso tipo opta per una risposta laica, non rivelatoria, attraverso il dialogo e l’introspezione psicologica dei rapporti umani interpersonali, esattamente l’opposto dell’illuminazione rosselliniana qui data.

1950, regia di Roberto Rossellini, soggetto di Rossellini, sceneggiatura di Sergio Amidei, Gian Paolo Callegari, Art Cohn, Renzo Cesana, musiche di Renzo Rossellini, con Ingrid Bergman, Mario Vitale e altri.

Big Turin

9 Maggio 2014 Nessun commento

Una serie di incroci diagonali di colpe ed espiazioni, disegnate in un contesto di immigrazione che suggerisce che, da un lato, nessuno è padrone a casa propria (i personaggi sono tutti immigrati piú o meno recenti), dall’altro che il destino prima o poi ti viene a scovare e, paradossalmente, ti può offrire la via per chiudere un cerchio altrimenti rimasto irrisolto. Un film che ha un suo senso, ma che è sceneggiato maluccio e recitato veramente da cani (compreso soprattutto dal regista/protagonista).

2008, regia di Clint Eastwood, scritto da Nick Schenk e Dave Johannson, con Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her & altri.

isteria, tutte le feste si porta via

20 Aprile 2014 Nessun commento

Dopo “Prendimi l’anima” di Roberto Faenza, che in confronto a questo film era un capolavoro (il che è tutto dire), anche il regista piú sopravvalutato di tutti i tempi mette mano alla liaison Jung-Spielrein e, come c’era da aspettarsi, confeziona un filmetto improbabile che mette in burletta la figura del grande piscanalista (la guest star Freud ne esce decisamente meglio). Tutto accennato per sommissimi capi, ché se non sei un mago fai scivolare tutto nel ridicolo, come puntualmente accade. Rappresentazione dell’isterica del tutto fuori dalle righe (ma potrebbe essere colpa del doppiaggio). Bocciato senza appello.

2011, regia di David Cronenberg, da un copione teatrale di un certo Christopher Hampton e dal saggio omonimo di John Kerr, con Keira Knightley, Viggo Mortensen, Michael Fassbender, Vincent Cassel.

l’aria del sabato sera

28 Marzo 2014 Nessun commento

Chi, come chi scrive, si apprestasse a guardare “Saturday’s night fever” come il progenitore di ciofeche tipo Dirty Dancing, Ghost, o altre cretinate del genere romantico, rimarrebbe meravigliato. Si tratta al contrario di un solido film, dal linguaggio piuttosto crudo e realistico, narrato secondo una sorta di epica generazionale. Come nei migliori intrecci, i protagonisti agiscono secondo percorsi obbligati, definiti dalla forma mentis e dalla condizione sociale, che rendono gli esiti dei propri prevedibili gesti tanto piú drammatici quanto piú saputi inevitabili. Film seminale per vari successori in vari campi, dal Toro Scatenato di Scorsese, al teorema delle amicizie balorde, dagli atti goliardici che sfociano in tragedia, finiti dritti dritti nelle migliori storie a fumetti di Andrea Pazienza.

1977, regia di John Badham, sceneggiatura di Norman Wexler, colonna sonora dei Bee Gees, con John Travolta.

poco meno di un’ora e mezza

4 Marzo 2014 Nessun commento

Il solito serial killer dei film ammericani questa volta si diverte ad appendere al soffitto giovani pulzelle a testa in giú, e a farle cosí dissanguare fino al trapasso, tutto ciò finché l’ispettore Al Pacino non lo cucca e lo sbatte in gattabuia. Flash-forward. Una dozzina d’anni dopo, arriva il giorno dell’esecuzione capitale  del serial pirler ma, guarda un po’, in città si ripresenta una serie di omicidi attuati con modalità del tutto identiche a quelli per i quali fu condannato. Nascono dubbi sul processo dell’epoca: è stato quindi accusato un innocente? Macché. Dopo varie peripezie si scopre che una psicologa, vittima di una specie di sindrome di Stoccolma, ha inscenato quegli omicidi per guadagnare la grazia del suo assistito. Rimane da capire perché la serial pirler fosse intenzionata ad uccidere Alpacino concedendogli 88 minuti prima di morire, ma forse si trattava solo di un modo per dare un titolo al film.

2007, regia di Jon Avnet, sceneggiatura di Gary Scott Thompson, musiche di Edward Shearmur, con Al Pacino, Alicia Witt, Leelee Sobieski.

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l’arbore della vita

27 Febbraio 2014 Nessun commento

Una tranquilla famigliola americana tutta casa e chiesa — vedi alla voce “American Beauty” — vive improvvisamente la disgrazia della morte del figlio adolescente. Flashback. La telecamera abbandona la famigliola e torna indietro di qualche miliardo di anni, quando sulla Terra nacque la vita. Se il film si fermasse qui — ché già si sarebbe detto tutto e di piú — potrebbe appartenere alla categoria film escatologici, tipo Lars Von Trier. Purtroppo la pretenziosità di Malick non è altrettanto misurata a quella del regista danese (o quel che l’è), e quindi se ne va per altre vie complicate e simbolistiche del tutto inutili (tira in ballo la religione, vista in modo negativo e di carattere maschile, contrapposta alla grazia femminile, e altre menate del genere). Se avesse invece osato continuare sulla strada iniziale della rivelazione della Verità assoluta, quale fu enunciata da Schopenhauer nelle prime pagine dei Supplementi al Mondo come volontà e rappresentazione, ovvero che la vita — ciò che noi siamo e a cui attribuiamo fondamentale importanza — non è che muffa attecchita su una grossa palla rocciosa dal nucleo caldo, avrebbe realizzato il suo capolavoro. Sarà per un’altra volta.

2011, scritto e diretto da Terrence Malick, con Brad Pitt, Jessica Chastain e Sean Penn.

non tutto è perduto

14 Febbraio 2014 Nessun commento

Non si sa il come né il perché, ma il buon Roberto Ford Rossa si ritrova con la sua barchetta in mezzo all’Oceano Indiano, solo soletto, cercando di tornare sulla terraferma e di non morire di sete. Una sfiga dopo l’altra, Roberto sopravvive a tre o quattro tempeste che gli fanno colare a picco lo scafo. Rifugiatosi sul canotto di salvataggio, manda a fondo pure quello accendendovi sopra un fuoco per farsi vedere nella notte da una nave lontana.  Essendosi giocato la sua ultima carta, si lascia andare a fondo, ma all’ultimo istante viene salvato. E visse felice e contento.

2013, scritto e diretto da J.C. Chandor (e chi cazzè?, ndr), con Robert Redford, Redford Robert, Roberto Ford Rossa & Bob Fordred.

su e giù

18 Gennaio 2014 Nessun commento

La prima impressione è che il regista abbia messo in cantiere una sceneggiatura di un film scartato da Totò negli anni ’50 — pieno di luoghi comuni sul meridione che, se all’epoca avevano senso ed erano divertenti, riproposti oggi sanno davvero di muffa — ma, abbastanza presto, affiora un ché di grottesco che stona con il tono pieraccionesco che la commedia vorrebbe assumere. Approfondendo, si scopre che il film è un vero e proprio ricalco di “Giú al Nord”, film francese di un paio d’anni prima, trasformato in salsa partenopea per sfruttare, pigramente, la popolarità del giovane Siani (che a sua volta sfrutta i proprii natali in maniera esagerata e anacronistica). Due risate ce le si fa, se si vuole, ma il retrogusto finale è di buggeratura.

2010, regia di Luca Miniero, sceneggiatura di Massimo Gaudioso (tratta da “Bienvenue chez les Ch’tis”, 2008) con Claudio Bisio, Alessandro Siani, Angela Finocchiaro.

cica cica bei

13 Gennaio 2014 Nessun commento

Tripla lettura possibile. Da un lato, variante del mito del buon selvaggio di rousseauiana memoria. Dall’altro, allusione alla cacciata dal paradiso terrestre. Infine, metafora del processo di gestazione e nascita. Il soggetto contiene alcune buone idee, ma svolte male, con l’immancabile zuccherosa love story tra i due dottori protagonisti, che nella fattispecie risulta quanto di meno verosimilmente rappresentato mai visto al cinema. Finale posticcio, tipo Colazione da Tiffany.

1994, regia di Michael Apted, sceneggiato da William Nicholson e Mark Handley, fotografia di Dante Spinotti, con Jodie Foster, Liam Neeson e Natasha Richardson (1963-2009, figlia di Vanessa Redgrave, moglie di Neeson nella vita reale, morta per un incidente di sci).

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per suona

9 Dicembre 2013 Nessun commento

“Persona”, ovvero l’altra metà di “8 e mezzo”. Laddove Fellini metteva al centro dell’obbiettivo la crisi creativa dell’autore, nel film di Bergman si ha invece una decostruzione psicanalitica dell’attore. Il riferimento piú immediato che il film suggerisce inizialmente è la corrispondenza diretta tra vita e rappresentazione (teatrale/cinematografica), che assimila ognuno ad un attore che reciti il proprio ruolo sul palcoscenico del mondo (chiaro riferimento al monologo finale dalla “Tempesta” di Shakespeare). Bergman, non inaspettatamente, si spinge però subito al di là di questa disincantata ma consolidata constatazione. Già dal prologo del film, la raffigurazione dell’accensione della lampada di proiezione (“E luce fu”), seguita da materiali cinematografici appartenenti alla propria preistoria che alludono ad una sorta di nascita e gestazione del cinema e del suo linguaggio, vengono giustapposti ad immagini della passione di Cristo e a cadaveri di anziani. Il significato è abbastanza chiaro: la nascita della vita è una fiaba, affidata all’immaginazione e alla fantasia generatrici, la fine della vita è invece una tragedia, che ci arretra nel mondo della realtà cruda e dell’immobilità. Nel mezzo c’è la vita, che è recitazione, o addirittura recitazione al quadrato, come avviene nel caso del personaggio interpretato da Liv Ullmann, che di fronte a questa conquistata consapevolezza si ritrae per converso in una completa atarassia, equivalente ad un azzeramento del codice di programmazione della persona, ovvero all’assenza del copione dell’attore. A questo punto Bergman porta a compimento le suggestioni iniziali conducendo lo spettatore dal territorio dell’evocazione per immagini a quello della psicanalisi vera e propria. L’infermiera (Bibi Andersson) incaricata di curare la catatonica attrice diventa protagonista di un rovesciamento dei ruoli, convertendosi essa stessa in paziente psicanalizzata dalla cosiddetta malata mentale, che col suo silenzio la induce a riportare alla luce episodi del suo passato che la manderanno in crisi, oltre ad instaurare il piú classico transfert psicologico. Tutta questa sarabanda di situazioni viene allestita da un Bergman regista ormai maturo, che gioca ad incastonare riferimenti cinematografici altrettanto evocativi. I piú evidenti sono lo smarrimento esistenziale tra le rocce e il mare derivato da Antonioni, la doppia narrazione di Rashomon, i primi piani forgiati in un bianco e nero che ricorda la Giovanna d’Arco di Dreyer, etc.

1966, scritto e diretto da Ingmar Bergman, con Bibi Andersson e Liv Ullmann

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ecce homo

30 Agosto 2013 Nessun commento

“Ecce Bombo” come parodia di “Ecce Homo” di Nietzsche. Se il testo del Federico era un’imposizione categorica di un pensiero cementificato nelle proprie certezze, nel film di Moretti c’è tutta la frustrazione del desiderio di affermazione della propria individualità, da parte di un giovane, quando essa è sballottata all’interno di un quadro generazionale a dir poco disorientante come quello degli anni Settanta (ma è un discorso che può valere per qualsiasi periodo storico, in fondo). La ricerca della costruzione di una propria personalità è oscillante tra impulsi di rinnovamento, richiami atavici, desiderio di non sottostare alle regole e allo stesso tempo al riconoscimento dell’importanza della tradizione. Dentro l’eccezionale film di Moretti c’è tutto questo ed ha saputo ben rappresentarlo, ma il merito maggiore sta nell’aver saputo farlo in maniera divertente.

1978, scritto e diretto da Nanni Moretti, musiche di Franco Piersanti, con Nanni Moretti, Glauco Mari, Lina Sastri, Augusto Minzolini, Giampiero Mughini, e altri

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some like the hot dog

29 Agosto 2013 Nessun commento

Discreto filmetto — certamente non il capolavoro che ci si aspetterebbe — che ricicla la trama di un film tedesco del 1951 (“Fanfaren der Liebe”, di Kurt Hoffman), che a sua volta ricicla un film francese del 1935 (“Fanfare d’amour”, regia Richard Pottier). Le scene originali aggiunte da Wilder e Diamond consistono principalmente nel prologo e nell’epilogo — nei quali l’Italia ci fa una magra figura (il Johnny Stecchino di Benigni prende il suo titolo da qui, tra l’altro) — che servono da starter e da conclusione per la vicenda. Tolta la brillantezza dei dialoghi (che non è comunque poco), e la presenza scenica della Monroe, il nucleo della storia tradisce un’ingenuità un po’ stucchevole e d’altri tempi, male amalgamata con lo stile moderno dell’epoca. La situazione ‘en travesti’ è probabilmente servita da ispirazione per “Tootsie” (1982) con Dustin Hoffman.

p.s.: anche la celebre canzone “I want to be loved by you”, cantata da Marilyn Monroe, è la reinterpretazione di un brano dei tempi andati (1928).

1959, regia di Billy Wilder, soggetto e sceneggiatura di I.A.L. Diamond e Billy Wilder (after Michael Logan e Robert Thoeren), con Marilyn Monroe, Tony Curtis, Jack Lemmon

le temps qui rest

25 Luglio 2013 Nessun commento

Un trentenne gayo scopre all’improvviso di avere un cancro, diffuso, che gli lascia pochi mesi di vita. Decide, quindi, prima di morire, di sistemare alcune cose nei propri rapporti personali con amici & parenti. Ozon, che è piuttosto intelligente, è bene accorto nello slegare la tematica della diversità di genere da quella della malattia e della colpa, una lettura che sarebbe stata obbligata nel caso che il protagonista del suo film si fosse ammalato di Aids. Tuttavia, tra le righe si può scorgere una relazione tra i due aspetti di cui sopra che ne declina i rapporti in maniera piú sottile. Cosí come l’omosessualità è vissuta in maniera “normale”, anche la malattia — per quanto ci è dato vedere nel corso del film — non ha gravi ripercussioni sul protagonista. Ai fini del ragionamento che si vuole svolgere è comunque necessario non dimenticare che una condizione sentimentale-sessuale di tipo omologo, per quanto oggigiorno accettata (come forse lo era in un lontano passato dalla morale meno paludata di quella in cui viviamo) non è quella piú rispondente ai fini della Natura in termini di sopravvivenza della specie. Lo stesso discorso si può fare per la malattia. Ora, succede che ad un certo punto del film, il moribondo ricordi un episodio della sua fanciullezza (in compagnia di un piccolo amico fa la pipí nell’acqua benedetta di una chiesa) che ci viene proposto come scaturigine del successivo suo sviluppo interiore. Quindi, un fatto innocente di un remoto passato sta all’origine di un allontanamento dalla normalità psicologica (tutto tra virgolette grandi come una casa). E, anche se non ci viene presentato, lo stesso esempio si potrebbe fare parallelamente per la malattia, forse originata da un episodio della vita dimenticato o trascurato, apparentemente innocuo, magari addirittura piacevole, che tuttavia ha la capacità di indirizzare l’esistenza in maniera definitiva.

2005, scritto e diretto da François Ozon, con Melvil Poupaud, Valeria Bruni-Tedeschi, Jeanne Moreau

il buco nell’Ozon

19 Luglio 2013 Nessun commento

“Nella casa”, il penultimo film di François Ozon, si può vedere sotto l’aspetto di una disputa per la superiorità tra le arti. Cosí come nel Rinascimento si dibatteva se la Pittura fosse o no superiore alla Scultura, qui si fronteggiano la Letteratura e le Arti figurative. Apparentemente il regista, quasi fino alla fine, si schiera per la prima, salvo mettere in guardia nel finale dalle controindicazioni che può scatenare. Al contrario delle arti figurative, che consistono solitamente in una immagine concettuale, ispirata o meno, fissa nel tempo, che ha la forza ribaltare un intero sistema di valori con la sola potenzialità della sua idea, la Narrativa è un percorso analitico, che fornisce senso alle azioni nel tempo che scorre, e il suo fluire sotto l’occhio analitico del narratore crea un’interazione tra immaginazione e realtà, creando una cronistoria che incatena lo stesso artefice che ha pensato di riorientarne lo svolgimento con l’input nella narrazione. La narrazione, lungi dall’essere riducibile al solo atto dello scrivere, è parte fondamentale di ogni essere umano, vale a dire è la propensione vitale a leggere gli accadimenti della propria esistenza come tasselli di un sistema orientato verso un fine (tipica concezione cristiana della storia). In questo senso ogni persona opera una lettura della realtà e una propria scrittura della stessa (anche se ciò non avviene materialmente), ed è per questo motivo che la letteratura di tanto in tanto, nel corso dei secoli, (si pensi a Don Chisciotte, o a Madame Bovary, per esempio, ma anche a “Nella casa” di Ozon, appunto, attraverso il cinema) avverte gli utenti e il mondo intero della propria pericolosità.

2012, regia di François Ozon, sceneggiatura di Ozon dal romanzo di Juan Mayorga, con Emmanuelle Seigner, Fabrice Luchini, Ernst Umhauer, Kristin Scott Thomas

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Scener ur ett äktenskap

12 Luglio 2013 Nessun commento

Sinossi: una coppia borghese di mezz’età va in crisi. Lui tradisce lei. Divorziano. Si risposano entrambi con un partner diverso. Si reincontrano e cornificano i rispettivi nuovi coniugi, ma i fantasmi del passato continuano ad aleggiare. Straordinario film del Bergman, nato ad episodi per la tv e ridotto a due ore e quaranta per il grande schermo. Ribaltamento continuo dei ruoli, come in ogni ‘storia’ che si rispetti, in un viaggio attraverso amore e affetti che si confondono e lasciano l’amaro in bocca di un’indeterminatezza dei sentimenti che rappresenta forse l’elemento piú vicino alla vita reale che un cinema-teatro-verità come quello di Bergman non ha mai mancato di testimoniare. Nonostante il riferimento esplicitato sia il teatro da camera di Strindberg, il cinema di Bergman è diretto discendente della lezione dell’Ibsen di “Casa di Bambola”, dove l’incantesimo (o la finzione) della felicità coniugale si disintegra e l’anello apparentemente debole della coppia si trasforma in quello forte. Bergman va oltre — sviluppando quella che in Ibsen era una cesura netta proiettata verso l’ignoto — come a voler rivoltare il coltello nella piaga, e a dire che soluzioni definitive non sono possibili, se non quelle espressamente dettate dalla volontà.

1973, scritto e diretto da Ingmar Bergman, con Liv Ullmann, Erland Josephson, Bibi Andersson

to be or not to be

2 Luglio 2013 Nessun commento

Quando capita di vedere un film di piú di settant’anni fa — come il redivivo “To be or not to be”, del 1942 — la prima sensazione che si prova è di solito piuttosto mortifera (perché tutti gli attori sono bell’e che trapassati) o, se va bene, si può pensare di assistere ad un cartone animato, fatto di sagome impressionate su pellicola in un tempo remoto, una sorta di sacra sindone di celluloide che gira a 24 fotogrammi al secondo (anche questa versione non è molto allegra, in effetti). In questo senso, il titolo della versione italiana del film di Lubitsch (“Vogliamo vivere!”) sembra proprio interpretare ciò che gli attori-morti vorrebbero dirci, ovvero di uscire dallo schermo per una nuova vita. Il film è però talmente esilarante che si dimentica presto questa spiacevole sensazione e si entra subito in quella che è una divertente commedia satirica contro Hitler e il nazismo, all’indomani dell’invasione della Polonia. Molto frizzante e piena di gags all’inizio, la trama poi si dipana in una avventura comico-spionistica condita da situazioni da commedia degli equivoci (a parte qualche breve scena in esterno, il film è infatti ambientato sempre in interni, il che ne tradisce l’origine semi-teatrale).

p.s.: nel 1983 se ne fece un remake con Mel Brooks. Carole Lombard morí l’anno dopo, ancora giovane

1942, regia di Ernst Lubitsch, scritto da Melchior Lengyel e Edwin Mayer, musiche di Werner Heymann, con Carole Lombard & Jack Benny

rocco light senza zuccheri

28 Giugno 2013 Nessun commento

Il tema ‘amore & immigrazione’ era già stato sviscerato piú che abbondantemente nel formidabile “Rocco e i suoi fratelli” di quasi quindici anni prima. Gli autori di “Delitto d’amore” decidono comunque di riscaldare la minestra, sfruttando la Sandrelli ormai diventata un character imprescindibile per questo genere cinematografico, aggiungendovi una parvenza di testimonianza politica degli anni di piombo (raccontata in maniera piuttosto risibile, se vogliamo). Ma, se il capolavoro di Visconti era qualcosa di estremamente profondo e lacerante, qui — pur se interessante sotto il punto di vista della genuinità espressiva — ci si può al limite permettere solo una leggera commozione per il triste finale, inquinato da troppo patetismo.

1974, regia di Luigi Comencini, sceneggiatura di Ugo Pirro e Comencini, musiche di Carlo Rustichelli, con Giuliano Gemma e Stefania Sandrelli.