la boheme cilena

3 Febbraio 2017 Nessun commento

Secondo capitolo della cine-autobiografia psicomagica del buon Jodorowsky. Ritroviamo la famiglia in partenza da Tocopilla — per ragioni imprenditoriali paterne — verso Santiago del Cile, città nella quale Alejandro intraprenderà la sua vita di aspirante artista. L’ambiente bohemienne e i personaggi che naturalmente frequenta sono l’ideale costitutivo della messa in scena della poetica-weird che il Nostro ha sempre frequentato e che, come per il precedente “Danza della realtà”, vanno visti innanzitutto come opera poetica, ovvero poiesis ‘che si fa’, in quanto materia di prima istanza, che solo in secondo luogo autorizza ad una lettura simbolica. La terapia psicomagica di questa seconda puntata si eleva addirittura al quadrato: oltre al padre impersonato dal figlio Brontis, si aggiunge il secondogenito Adan Jodorowsky ad interpretare il giovane Alejandro (al quale comunque consigliamo di frequentare una scuola di recitazione), che consente di giocarsi in casa il finale riconciliatorio di se stesso col padre, in un gioco di ruoli divertente e commovente allo stesso tempo.

2016, scritto e diretto da Alejandro Jodorowsky, con Adan e Brontis Jodorowsky.

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psyco-mughini

30 Gennaio 2017 Nessun commento

Simpatico libro dell’antipatico Mughini, anche se in verità la sua composizione è piuttosto eterogenea. Inizialmente il giornalista psicopatico — mantenendo fede al sottotitolo — si esercita nella solita apologia della carta stampata rispetto ai vituperati social media, e ci racconta della sua fidanzata catanese e della sua passione di bibliofilo antiquario. Poi, descrivendo la sua sezione di testi riguardanti gli anni di piombo e stampati delle BR, si mette a raccontare vicende piuttosto interessanti quanto secondarie di quei tempi, riferite a conoscenze di prima mano di persone e fatti e libri. Fin qui tutto abbastanza interessante, ma il Mughini ha l’aria di non saper piú cosa scrivere, ed infatti ricicla la sua introduzione al catalogo della raccolta di primizie letterarie del Futurismo, dalle quali è costretto ad alienarsi per questioni pecuniarie. Segue una catalogazione dei libri d’artista da lui posseduti o ritenuti importanti, che non si può non definire quantomeno monca, non essendo riportata nessuna illustrazione al riguardo. Dulcis in fundo, come i cavoli a merenda, un altro riciclo di un suo vecchio articolo per Panorama dedicato all’atleta brianzolo Igor Cassina. Morale: va bene essere bibliofili (come Dell’Utri) ma, se non si sa di che scrivere, è inutile riempire le pagine dei libri, basti limitarsi a collezionarli (come Dell’Utri).

Bompiani, 160 pagine, 14 euri

hergé opera prima

5 Gennaio 2017 Nessun commento

La cosa piú divertente di questa ristampa della prima avventura di Tin Tin — ambientata in una Unione Sovietica caricaturale di fine anni Venti — non è tanto la storia in sé, destinata ad un pubblico giovanile e quindi prevedibilmente semplificata concettualmente e di stampo propagandistico, quanto la parte redazionale che questo moderno volume ci offre: lungi dal prendere le distanze dai luoghi comuni di questo Hergé poco piú che ventenne e alla prima esperienza narrativa, il redattore ci propone una descrizione della Russia staliniana manco stessimo leggendo il Libro nero del comunismo. Tutto presumibilmente vero, ma questo calcare la mano risulta un po’ stonato in un contesto filologico quale quello che vorrebbe offrirci questa edizione, visto che i maggiori crimini il regime staliniano li avrebbe compiuti nei due decennii successivi.

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il segno di zoro

3 Gennaio 2017 Nessun commento

Diego Zoro in arte Bianchi prova il colpaccio (ma non gli riesce, ndr) portando al cinema quella che è la sua specialità, ovvero il cut & paste di momenti di vita catturati con la videocamera, che però funzionano bene quando sono piú o meno spontanei, e vanno in televisione, ma qui l’artefatto, perdipiú ombelicale — ruotando la vicenda interamente in un quartiere della Capitale —, è prevalente, e difatti è piú riuscito il backstage del film vero e proprio. Da chi ha girato reportage tv memorabili come quello della Jungle di Calais ci si aspettava di meglio.

2014, scritto e diretto da Diego Bianchi, con attori vari piú o meno anonimi

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il marchese grillino

2 Gennaio 2017 Nessun commento

Sul calare della parabola della commedia italiana il buon Monicelli si cimenta nella variante storica della stessa, individuando in un personaggio realmente esistito il perfetto rappresentante dell’arte italica di arrangiarsi, bersaglio immancabile del cinema di quel genere. La rappresentazione di Onofrio del Grillo, nobile romano decadente che si destreggia per ottenere sia le benemerenze della Chiesa che quelle dell’invasore napoleonico, in realtà ne viene fuori piuttosto bene, perché il cinismo tipico non è disgiunto da un senso morale di giustizia sociale che fa da contrappeso. Film tutt’oggi molto divertente, confezionato con tutti i crismi da un grande regista e da una squadra di sceneggiatori di prim’ordine, senza parlare dell’attore protagonista, ovviamente, la cui ricostruzione storica molto accurata arriva al culmine nella presentazione di un falso musicale, un’opera lirica fasulla creata in stile da Nicola Piovani (addirittura, con una finezza di stile che unisce il melodramma del Seicento francese con quello dell’Ottocento italiano e anche francese).

1981, regia di Mario Monicelli, soggetto e sceneggiatura di Bernardino Zapponi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Mario Monicelli, Tullio Pinelli, musiche di Nicola Piovani, con Alberto Sordi, Paolo Stoppa, Flavio Bucci, Leopoldo Trieste e altri

sussurra & gridi

31 Dicembre 2016 Nessun commento

È difficile sottrarsi alla tentazione di vedere questo film di Bergman come una parafrasi di “Casa di bambola” di Ibsen: come quello, infatti, è ambientato grosso modo nello stesso periodo storico e presso il medesimo contesto sociale, e i personaggi principali sono tutti femminili (per non menzionare alcuni indizi seminati di proposito dal regista, come la figura del dottore, che è rilevante in entrambi). Senonché la Nora di Ibsen viene qui triplicata in altrettante sorelle che, poste nella situazione controversa del matrimonio borghese com’era concepito all’epoca, reagiscono ad essa ognuna a proprio modo, secondo una forma piú moderna ed espressionista (qui ci sono dei contatti col teatro di Strindberg, specialmente per quanto riguarda la sorella piú “matura”). La prima (Liv Ullmann) — e questa è la prima sfida chiarissima lanciata dal cineasta al testo del commediografo — agisce con il dottore come non agiva la Nora di Ibsen, ovvero vi tradisce il marito. La seconda sorella, apparentemente la piú equilibrata, in realtà nasconde nel rapporto col marito una forte nevrosi che si scatenerà proprio in una scena magistrale del film. La terza sorella, l’unica non sposata, è destinata addirittura a morire, ed in questo senso possiamo quantomeno tacciare Bergman di un certo moralismo, ovvero ci suggerisce che il matrimonio è un male necessario ed inevitabile, e chi vi si sottrae non è destinato ad una buona fine. Il finale di “Sussurri e grida” si accosta ad un altro maestro nordico, ovvero il Dreyer di “Ordet”, nel quale in questo film quasi del tutto parlato, ma in cui non mancano immagini forti, si riafferma la forza della parola, potenza capace di risolvere situazioni di discordia (la Sarabanda di Bach sostituita al dialogo riconciliatore tra le due sorelle) o addirittura di superare la morte.

1972, scritto e diretto da Ingmar Bergman, con Liv Ullmann e altre attrici scandinave

this is the end

15 Dicembre 2016 Nessun commento

Un trentennio buono è ormai passato da che il buon Art Spiegelman con il suo “Maus” ha dato la stura all’autobiografismo a fumetti, e da allora se ne son viste di tutti i colori, diciamolo, e ancora se ne vedranno. Chiunque si è sentito autorizzato a scarabocchiare i fatti suoi, perlopiú con stile grafico infantilesco, sia che la storia fosse degna di essere resa nota (pensiamo agli esiti piú felici, come quelli di Marianne Satrapi, etc.) sia che la narrazione ruotasse intorno al proprio ombelico (la casistica è piuttosto ampia). Last but not least, per ora, arriva la storia che ci racconta Roz Chast, vignettista del New Yorker, la quale — ebrea americana anch’ella come Spiegelman — squaderna impietosamente gli ultimi dieci anni di vita dei suoi anzianissimi genitori, e dobbiamo dire che l’effetto è ancora piú deprimente di quello del capostipite, giacché mentre lí si raccontavano faccende tristissime, ma che riguardavano altri e nelle quali, oltretutto, l’apporto creativo contribuiva ad allontanare il nostro punto di vista, qui ci sono cose che riguardano o riguarderanno tutti noi, purtroppo, addolcite sí da un certo umorismo, ma spiattellate belle e buone come sono, ed il pensare che si tratta della migliore delle sorti augurabili ad ognuno di noi non è un pensiero che allieti l’animo, anzi.

Rizzoli Lizard editore, 240 pagg. a colori, 20 euri

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occhio alla madama

13 Dicembre 2016 Nessun commento

Opera lirica di primo Novecento del Puccini, tornata per Sant’Ambroeus quest’anno nella sua versione originale alla Scala, luogo dove debuttò e fece fiasco a suo tempo (il compositore poi la rimaneggiò e venne ripresentata a Brescia pochi mesi dopo, con successo, quella seconda volta). Dopo il pezzo di bravura contrappuntistico orchestrale d’apertura, la narrazione della vicenda — piuttosto sempliciotta — è accompagnata da un flusso musicale continuo, dove non esiste pressoché separazione tra arie e recitativo; il materiale compositivo è infatti tanto “smaterializzato” da risultare quasi del tutto sfuggente alla memoria, secondo un’idea del melodramma nella quale non è difficile riconoscere l’influenza dell’opera wagneriana o dei suoi seguaci dell’epoca (Massenet, etc.), il quale del resto non prescindeva da referenti molto piú antichi, tipo Monteverdi & company. Tutto questo magma di testo e musica continui va ascoltato e seguito con attenzione non superficiale, perché non mancano momenti di puro lirismo o di provocazione letteraria e simbolica, come pure avviene in Wagner, e sarebbe un peccato lasciarseli sfuggire avanzando frettolosi giudizi di barbosità o di eccessiva semplificazione della storia. Il contenuto infatti, ripreso da romanzi e copioni teatrali di poco precedenti, risente fortemente della tipica fattispecie letteraria tragica di fine ottocento, che vede la protagonista suicidarsi (Bovary, Anna Karenina, etc.), e ambientata esoticamente in un Giappone anch’esso molto di moda nell’Europa fin-de-siècle. Nulla di particolarmente originale, quindi, ma la cui insita contrapposizione nippo-bimba vs. Pinkerton, ovvero Giappone vs. USA, prefigura gli scontri ben piú pesanti che coinvolgeranno le due potenze pochi anni dopo (l’ambientazione precisa è Nagasaki, per dire).

Pier Paolo

22 Novembre 2016 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Rubens e la nascita del Barocco”. Finalmente una bella mostra, che raccoglie una quarantina di opere della sterminata produzione di Rubens (e bottega, naturalmente) e altrettante di autori pre e post-rubensiani, ad illustrarne gli ascendenti e i discendenti. Data la vastità del tema, i curatori hanno focalizzato l’attenzione sul contesto italiano, ovvero sulla maturazione della sua pittura acquisita nel suo viaggio al di qua delle Alpi di inizio Seicento, e sulle ispirazioni formali esercitate presso gli autori italiani dell’epoca. Purtroppo, per sviluppare adeguatamente una tesi di cosí vasta portata si sarebbe dovuta allestire una esposizione immensa; ci si è limitati perciò ad esibire alcune sculture romane per indicare l’ispirazione all’arte classica, e ad un tintoretto dei piú sfigati per suggerire il lato della complessità compositiva (certamente vero, ma si potevano portare degli esempi piú eclatanti dello stesso Tintoretto). Il debito verso Caravaggio è solo accennato; piú enfatizzato, giustamente, quello verso Michelangelo per la maestosità delle figure e per la continuità della pittura di Rubens con il Manierismo, che infatti salta a piè pari il realismo caravaggesco, o meglio, se ne serve per quanto gli è utile nel conferire verosimiglianza alla artificiosità della composizione. La seconda parte della mostra, ovvero quella dei crediti verso i colleghi, è limitata anche qui a pochi esempi: Gianlorenzo Bernini (?), Luca Giordano, il Lanfranco, un bellissimo San Sebastiano di Simone Vouet recentemente visto nella mostra del barocco romano nella capitale, e qualcos’altro. Il limite di essersi concentrati sul contesto italiano ci può dare l’idea un po’ fuorviante che il retaggio di Rubens non sia stato altro che una misurata restaurazione della maestosità del primo Rinascimento italiano dopo le “derive” contorsionistiche del manierismo, contraddicendo quasi in termini il titolo della mostra, nel senso che se davvero la pittura di Rubens è il piú fulgido esempio del nascente Barocco, questo va ritrovato soprattutto a partire dalla sua produzione sviluppata dopo il ritorno ad Anversa; si veda la fiammeggiante Crocifissione, con la diagonale che segna un chiaro riavvicinamento al manierismo, e d’altro lato con la figura piú misurata del Cristo crocifisso che diventa, anche e soprattutto tramite l’allievo Van Dyck (inspiegabilmente dimenticato anche nella semplice citazione) un modello per tutto il Seicento italiano della Controriforma, fino ad arrivare alle riproduzioni su immaginette ecclesiali dei giorni nostri. Insomma, va bene visitare la mostra, e rimanerne abbagliati, ma poi è bene smazzarsi libri illustrati in quantità, per capirci qualcosa di piú.

Ritratto di Chiara Serena Rubens (1616), olio su tela, cm 37 x 27, Liechtenstein Museum, Vienna

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dd362

31 Ottobre 2016 Nessun commento

Dopo un lungo silenzio, il buon Tiziano Sclavi torna a scrivere una storia di Dylan Dog, tutta incentrata sul tema dell’alcoolismo, e dei fantasmi, ma incapace di risvegliare il benché minimo interesse (anche i dialoghi sono ad un livello di banalità mai raggiunta), per non parlare dei disegni sclerotici di Casertano. Giudizio generale: tavanata galattica.

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lo show dell’uomo vero

24 Ottobre 2016 Nessun commento

Truman show è un film dalla doppia chiave di interpretazione. Da un lato è una critica del medium televisivo, in questo senso già allora piuttosto datata, in quanto propaggine Nineties sulla scia del filone “Videodrome”, anche se lo si vede generalmente come una prodromica caricatura grottesca dell’allora nascente moda dei reality shows. Inoltre, se Cronenberg prendeva di mira l’attitudine aggressiva del piccolo schermo televisivo, nel film diretto da Peter Weir i tempi sono cambiati: il medium arrembante sta diventando la Rete, che richiede piú intelligenza da parte dell’utente, e infatti per catturare il pubblico apatico televisivo è sufficiente mettere in scena la normalità della vita di una persona qualunque (Truman = True Man). Dall’altro lato, nella sua concezione di fondo, “Truman Show” è una vera e propria storia di fantascienza, alla Philip Dick, del quale non a caso viene citata la scena finale del Padre creatore di “Do androids dream…”.

1998, scritto da Andrew Niccol, diretto da Peter Weir, musiche di Philip Glass e altri, interpretato da Jim Carrey e altri

one two three… agnition

21 Ottobre 2016 Nessun commento

Un soldatino francese torna in incognito in terra di Germania per conoscere la famiglia del soltato tetesco che è stato costretto a uccidere face-to-face nella prima guerra mondiale (anche questo, come l’episodio analogo ne “La grande guerra” di Monicelli, pare essere una probabile ispirazione per la celeberrima “Guerra di Piero” di De André). La storia — sotto molti aspetti un cliché le cui agnizioni e mistificazioni sceniche hanno un che di mitologico o di biblico — è molto interessante per una fattispecie di tipo semiologico, ovvero la trasformazione degli elementi della narrazione dal cinema muto al cinema sonoro (si presta a questo tipo di osservazioni perché “Frantz” è il rifacimento di un film di Lubitsch del 1932). Se nel cinema muto, e nel portato del cinema sonoro dei primi anni, lo sviluppo narrativo veniva spinto in avanti tramite snodi manifesti, coagulati sotto forma di azione scenica, per poter essere compresa senza troppa difficoltà, nel caso di Frantz il concetto di snodo narrativo sopravvive ma viene sostituito (in maniera sincretistica, potremmo dire), grazie all’introduzione del parlato e alla sua maggiore possibile descrittività, da elementi che agiscono prevalentemente in direzione psicologica, e che permettono di avvicinare il cinema alla dimensione da teatro da camera, che coinvolge prevalentemente l’aspetto interiore dei personaggi, e quindi le finzioni e gli svelamenti hanno l’effetto di determinare ripetuti cambiamenti di fronte della visione interiore dei personaggi (che poi è la nostra) e questo sviluppo per mutazione di atmosfera o di punto di vista è molto piú efficace e coinvolgente per lo spettatore. (il cambiamento di atmosfera è sottolineato infatti, dal regista, introducendo in certi momenti l’uso del colore in un film totalmente in bianco e nero).

2016, regia di François Ozon, tratto da un romanzo di Maurice Rostand del 1925 (“L’homme que j’ai tué”), che lo stesso autore trasformò in testo teatrale nel 1930, che venne tradotto cinematograficamente da Ernst Lubitsch nel 1932; attori principali Paula Beer e Pierre Niney.

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nn304

11 Ottobre 2016 Nessun commento

Una storia hard-boiled, ambientata in un contesto alla Blade Runner, segna il ritorno di Medda dopo un tot di tempo alla sceneggiatura (quanto? boh, e chi lo legge mai sto nathannever). Certo, l’effetto non è equivalente al ritorno di Sclavi a Dylandog — ogni volta una sorpresa — ma fa piacere ogni tanto ripartire dai fondamentali, con un bel viaggio nel topos (stra-abusato) della città fantascientifica costruita su piú livelli, illustrata graficamente con una resa poco piú che onesta, ma efficace. La storia in sé, inizialmente intrigante, si rivela poi però un po’ una pisquanata.

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dd361

30 Settembre 2016 Nessun commento

La storia di Dylan Dog di questo mese, celebrativa del trentennale della collana dell’indagatore dell’incubo — e, come tale, tutta a colori, illustrata splendidamente da un Gigi Cavenago ispiratissimo da Massimo Carnevale — segna quasi simbolicamente piú che mai il passaggio di consegne avvenuto ormai da un po’ dall’èra Sclavi a quella di matrice recchioniana. Laddove gli incubi originarii erano conseguenza di turbe psichiche e simpatiche alienazioni mentali varie, sulla scorta dell’alcolismo sclaviano, “Mater dolorosa” vi sostituisce la sofferenza fisica, retaggio della salute precaria dell’autore, che determina un poema a fumetti tutto allegorico esistenzialista, incentrato su dolore e sofferenza, leopardianamente connaturati alla natura umana. Va da sé: trattandosi di un fumetto destinato a masse che si beano di serial tv da quattro soldi, non si va piú di tanto a fondo, e a un certo punto conviene leggersi gli originali del recanatese, meno stucchevolmente epigrammatici, e piú circonstanziati, di questi.

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su coi pavesini

2 Settembre 2016 Nessun commento

Bellissima raccolta di saggi di Pavese sulla letteratura e altro, apparsi originariamente sotto forma di articoli per riviste culturali dell’epoca, oppure come prefazioni di romanzi. I saggi vanno dal 1930 al ’50 e sono fondamentali per capire molti aspetti culturali, nel senso piú ampio, che hanno caratterizzato l’Italia dal dopoguerra fino a oggi (o ieri, forse). Innanzitutto, i romanzi interessati dall’attenzione dell’autore sono soprattutto statunitensi, conseguenza forse della maggiore vitalità del panorama estero rispetto a quello italiano, depresso dal ventennio fascista. Chi scrive, naturalmente, non ha gli strumenti per giudicare nel merito la critica pavesiana, ma colpisce il fatto che accanto a scrittori ancora oggi di primaria importanza (quali Whitman, Edgar Lee Masters, etc.) ve ne siano altri che oggi sono del tutto misconosciuti, o quantomeno considerati di secondo piano (Caldwell, Sherwood Anderson, etc.). Una chicca vera e propria è data dalla sequenza di brani, separati cronologicamente di diversi anni, che riguardano l’Antologia di Spoon River, inizialmente letta direttamente in edizione originale da Pavese, con proprie traduzioni a corredo per presentarla al lettore italiano, e successivamente oggetto della prefazione alla prima edizione tradotta dall’allora sconosciuta Fernanda Pivano. Se già a questo punto si può capire l’importanza di una personalità come Pavese nel costruire la cosiddetta egemonia culturale della sinistra italiana nel secondo dopoguerra, in quanto editor dell’Einaudi attento ad un ambito culturale fortemente interessato — oltre che allo stile — al rispecchiamento della vita reale nella letteratura, è nella seconda parte di questa raccolta, meno incentrata su libri e autori ma su concetti piú generali — quali una riflessione sullo spostamento a sinistra degli intellettuali dopo il ’45, o un’altra che recensisce il libro X sulla battaglia partigiana salutandolo quale primo rappresentante di vero valore letterario rispetto a quelli usciti fino ad allora che avevano unicamente senso in quanto memorie di testimonianza — che riconosciamo nell’azione culturale di Pavese l’incipiente, e sacrosanta, appropriazione da parte della Sinistra della cultura italiota del secondo Novecento (ormai lasciata ad altri, o a nessuno).

il mio nome è Ruscello

21 Agosto 2016 Nessun commento

L’arco temporale narrato in “Mein Name ist Bach” è all’incirca di una settimana, quella corrispondente al viaggio intrapreso nel 1747 dal vecchio Johann Sebastian, dal figlio Wilhelm Friedemann e dalla figlia Johanna a Potsdam, alla residenza del principe Federico II di Prussia, presso la cui corte operava già il figlio Carl Philip Emanuel (oltre a Joachim Quantz). Ad occhio e croce la rappresentazione è un po’ esasperata ad arte, specialmente nel rapporto altero tra il principe e il J.S. Bach, la cui richiesta di elaborazione del celebre tema regio alla base della Musikalisches Opfer è dettato da una vera e propria sfida, e non semplicemente da una umile richiesta, quale doveva effettivamente essere, da parte di un compositore dilettante al grande Giovanni Sebastiano. Ma, come dicevamo, il tono viene esaltato soprattutto per mettere in campo la rete di rapporti paterni e filiali incrociati dei quali è intessuta la trama. Federico pare infatti rivalersi su suo padre (che fece uccidere il suo migliore amico) per interposta persona bachiana, mentre il primogenito Wilhelm Friedemann, scapestrato e modaiolo, è messo in contrasto col buon padre di famiglia Carl Philip Emanuel. Tutto sommato un film guardabile — ed anche utile, per l’allargamento della visuale storica che ci dà di un personaggio come Bach, considerato sempre soprattutto dal punto di vista astrattamente musicale — ricco di informazioni piuttosto attendibili, con l’aggiunta delle immancabili licenze poetiche per stuzzicare il pubblico generalista — quali il supposto flirt tra la moglie di Federico e Wilhelm Friedemann, o le tendenze omosessuali del primo — concessioni allo stile all’americana che tuttavia pare non siano state sufficienti a consentire che il film fosse ritenuto degno di commercializzazione anche in Italia.

2003, scritto e diretto da un certo Dominique de Rivaz, interpretato da Vadim Glowna, Jurgen Vögel e altri attori crucchi.

Studio Azzurro

5 Agosto 2016 Nessun commento

Bisogna armarsi di pazienza per visitare la retrospettiva dedicata ai lavori dello Studio Azzurro: sono infatti necessarie almeno quattro ore buone per ripercorrerne la sterminata sperimentazione artistico-visuale, che va dai primi anni Ottanta fino ai giorni nostri. All’inizio l’attenzione era puntata verso la novità invadente della tv a colori (sono gli anni di Videodrome di Cronenberg, per capirsi), quindi avevano grande rilevanza la percezione, l’illusione ottica, la simultaneità, il montaggio, etc. Via via il video tv viene messo sempre piú in secondo piano per lasciare lo spazio al teatro e all’immagine in movimento totale, con applicazioni nel campo dell’interazione col fruitore, fino ad arrivare ad una maturazione contenutistica che porta il trio di autori verso tematiche sociali rilevanti della contemporaneità. Da non perdere.

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il segno Zeichen

1 Agosto 2016 Nessun commento

Il format, ormai consolidato da secoli, è quello del viaggiatore erudito che si aggira per i paesaggi italici, dispensando osservazioni intelligenti su ciò che va percorrendo con lo sguardo (Goethe, Stendhal, e chi piú ne ha etc. etc.) oppure, se si vuole, la sua versione piú recente fornita da Piovene, o da Nanni Moretti in giro per la capitale in Vespa, o da Gianni Celati per la Bassa Padana. In questo caso tocca al compianto Valentino Zeichen aggirarsi per la Città Eterna, sulla scorta di un suo precedente libro di poesie dal titolo meravigliosamente struggente (“Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio”, parafrasi di un verso di Omar Khayyam). Il cofanetto commercializzato dall’editore Fazi contiene, oltre al libro già citato, un dvd con un film di una 40ina di minuti di durata, per la regia di tal Filippo Carli, che ci conduce assieme al buon Zeichen per luoghi ultranoti di Roma, raccontatici come se il poeta trovasse lí per lí le parole per descrivere aspetti sempre in controtendenza rispetto alla visione che può avere il turista (ma non ci saremmo aspettati di meno, naturalmente), ed è proprio il tono improvvisato e allo stesso tempo intelligente che fa della poiesis di queste passeggiate una delle cose migliori tra le ultime che Zeichen ci ha lasciato.

p.s.: negli extra si trova un gironzolamento ai giardini di Villa Borghese dove si raccontano aneddoti personali e di famiglia, e un “messaggio all’Universo” pronunciato dalla baracca nella quale Zeichen ha vissuto per gli ultimi trent’anni.

Fazi editore, dvd + libro, 28 euri

anna e marco

29 Luglio 2016 Nessun commento

Niente di male: il buon Matthieu Mantanus (direttore d’orchestra, pedagogo musicale e presentatore televisivo) traveste da romanzo quella che in realtà è una dissertazione sulla storia e l’estetica della Musica, un dialogo platonico tra due giovani — una rockstar e una musicista di formazione classica — che ha lo scopo evidente di mescolare i generi e si propone di avvicinare i ggiovani alla conoscenza della musica classica. Peccato che la parte romanzata sia ridotta a mero filo conduttore e sia scritta in modo molto elementare, stucchevole oltremisura, e piena di buoni sentimenti e luoghi comuni, decisamente insoddisfacente per un qualsiasi lettore di romanzi, il che fa sospettare che il testo in origine fosse destinato al pubblico infantile e successivamente scivolato a qualche piano piú alto in termini di pretenziosità. Niente di male, ripetiamo: ci sono spunti interessanti anche per chi sul tema ne sa qualcosa di piú, ma esercizi del genere possono risultare validi sotto l’egida di autori di piú chiara fama, che per la legge dei grandi numeri possono raggiungere un vasto pubblico generalista, altrimenti risultano interessanti per poche persone di buona lena nella lettura, specialmente di età molto giovanile, infantile quasi, ai quali sarebbe stato meglio destinare questo testo, in una collana under 18, magari.

Mondadori, 140 pagine, 18 euri

Berta filava

25 Luglio 2016 Nessun commento

Librettino che raccoglie tre brevi prefazioni per altrettanti cataloghi d’arte dedicati postumi alla Morisot, scritte rispettivamente da Mallarmé e da Valéry (2). Mallarmé aveva conosciuto personalmente la pittrice impressionista, e la sua prosa vaga e complicatissima restituisce un ritratto mondano che pare annebbiato dai fumi dell’oppio. Valéry invece ne era un lontano parente, lei era tipo sua zia di secondo grado, e si dedica maggiormente alla descrizione della sua pittura.

Castelvecchi editore, 60 pagg., 9 euri

M&Ms

5 Luglio 2016 Nessun commento

Scioccato dal suicidio rituale di Mishima di un paio d’anni prima, il buon Enrico Mugnaio butta giú queste poche paginette, divise in due sezioni, nella prima delle quali ragiona sulle motivazioni che secondo lui potrebbero aver condotto lo scrittore nipponico verso una fine cosí raccapricciante, giungendo ad una conclusione abbastanza banale, ovvero Mishima sarebbe stato espressione esemplare dello spirito giapponese, dedito al sacrificio del dovere e alla mancanza di senso dell’umorismo (è facile leggere qui un riflesso negativo della competitività economica fra Giappone e USA di quegli anni). Resosi conto di aver scritto niente piú di una pirlata il buon Miller ha pensato poi di aggiungere un seguito sotto forma epistolare, indirizzata direttamente al fu-collega del sol levante, un monologo nel quale allarga un po’ il discorso in senso filosofico, ma che in definitiva, malgrado questa appendice, non riscatta del tempo perso per leggerlo.

Feltrinelli, 46 pagg, 6,50 euri.

golpi di scena

1 Luglio 2016 Nessun commento

Film inscrivibile nel filone del cinema civile socialmente impegnato italiano, a metà tra realismo e docu-fiction. Anche stilisticamente si pone ad un crocevia tra la pura e asettica ricostruzione dei fatti (di Le mani sulla città, 1963, per es.) e la ricerca dell’effettaccio emotivo basato sul realismo (Mondo Cane, 1962). Filo conduttore è il ruolo della CIA nei golpi o golpetti vari che dagli anni 50 ai Settanta rovesciarono le governance di varie nazioni estere in modo favorevole agli USA. Si parte dai casi meno noti del Congo e del Guatemala negli anni Cinquanta, passando dall’uccisione di Che Guevara, per arrivare alla strage di piazza Fontana (il caso Pinelli/Calabresi in primo piano, con relativo ammazzamento reciproco, con Calabresi che fa una pessima figura, a tre anni dal suo assassinio, notare bene), fino a descrivere un caso molto recente, all’epoca, come il golpe di Pinochet in Cile, con torture a destra e a manca (qui ricorda molto Garage Olimpo di Marco Bechis, ante litteram).

1975, scritto e diretto da Giuseppe Ferrara, con Mariangela Melato, Riccardo Cucciolla, Lou Castel e altri.

Restituzioni

27 Giugno 2016 Nessun commento

MILANO – Gallerie d’Italia: “La bellezza ritrovata”. Simpatica iniziativa mecenatistica che il gruppo Intesasanpaolo intraprende ormai da quasi un trentennio, forse per farsi perdonare il ladrocinio verso il piccolo risparmiatore che ogni banca inevitabilmente perpetra da che mondo è mondo. Attraverso il progetto “Restituzioni” (del maltolto?) la banca suddetta si incarica di restaurare a proprie spese opere d’arte, o archeologiche, appartenenti al patrimonio pubblico o privato (in questo secondo caso si tratta prevalentemente di pale d’altare et similia). Presso le Gallerie d’Italia di Milano vengono esposte le opere trattate nell’edizione 2016, tra le quali si trovano alcuni pezzi celeberrimi e interessantissimi (il Cavaliere di Malta di Caravaggio, la Resurrezione di Rubens, il gruppo Cavaliere a cavallo con sfinge proveniente da Locri/Museo Archeologico di Reggio Calabria) oltre ad una serie numerosa di altre opere comunque molto interessanti e valevoli il restauro, che in molti casi è illustrato a latere con un video che ne documenta l’intervento da parte del restauratore e ne spiega le modalità. Tutto molto bello, anche considerato il prezzo del biglietto (3 euro con tessera Coop), che oltre ai capolavori restaurati permette di vedere la collezione permanente delle Gallerie e (in quest’occasione?) i 33 Quaderni del carcere di Gramsci e due grandi quadri sul tema, di Guttuso (I funerali di Togliatti e un altro di soggetto garibaldino).

Gaetano Gandolfi – Martirio di San Pantaleone e San Giorgio e il drago (1782), tempera su tela, cm 332 x 209, Napoli, Monumento Nazionale dei Girolamini, chiesa, cappella dei Santi Pantaleone e Giorgio

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scavezzacollo

22 Giugno 2016 Nessun commento

Ennesimo reset di tutte le testate Marvel per accalappiare nuovi polli. Nel caso di Devil — diventato Daredevil per uniformarsi al merchandising internazionale di film, serial tv e pupazzetti vari — in effetti, le novità paiono essere ben poche, quantomeno se paragonate al buon vecchio Thor, che subisce addirittura una mutazione di genere (nelle vesti della segretaria del dottor Blake, nientedimeno). Le storie di Devil già da molto tempo, insieme a quelle del nuovo Occhio di Falco, sono l’ultimo baluardo realistico della produzione Marvel, lontane dal pupazzettismo grafico che ormai caratterizza molti supereroi, e in genere ruotano attorno all’aspetto legal-thriller (Matt Murdock è passato da avvocato a pubblico ministero), e il taglio è decisamente urbano e realistico (l’amico di sempre, Foggy Nelson, è malato di cancro) e in questo ciclo il tema trattato di sguincio è quello dell’immigrazione, dissimulata nella variante cinese, ma le riflessioni che si fanno portano a fattori piú generali. Dal punto di vista visuale, in questo periodo almeno, dopo varie sperimentazioni siamo tornati dalle parti della solida caratterizzazione data a suo tempo dal duo Miller-Janson, con influenze dallo stile di John Romita jr., che ben si adatta alle atmosfere noir delle storie.

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non tocchiamo quel tasto

20 Giugno 2016 Nessun commento

Un documentario un po’ triste sulla Martha (inter)nazionale girato dalla figlia Stefania, avuta dal primo matrimonio (primo di tre o quattro) con un altro musicista (tal Vattelappesca Vattelappeschi), intervistato anche lui. Triste perché nonostante ci faccia conoscere la pianista elvetico-argentina (?) quale fu da giovine, il tutto è ammantato da una cappa di tristezza, dovuta in gran parte alla depressione di cui la pianista ortonima soffre evidentemente da molti decenni. Abbastanza inutile, in fondo, basta ascoltarne la musica.

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people from Ibiza

14 Giugno 2016 Nessun commento

Un giovane teutonico si reca a Parigi a fare il fricchettone e conosce una bionda che lo porta a Ibiza e lo inizia alle gioie di sex drugs & rockn’roll (anzi, piú che r&r si tratta della musica psichedelica della colonna sonora dei Pin Floy), poi lei lo molla e lui si fa una overdose di eroina e ciao. Una storia di genere quasi esclusivamente a due, un uomo e una donna, i cui antecedenti si possono cercare nella filmografia di Bergman, oppure in “Hiroshima Mon Amour”, ma in cui giocoforza si riconoscono il road-movie, con la sua libertà fricchettonesca, e la poetica dell’incomunicabilità di Antonioni, secondo un appiattimento relazionale di cui la droga è allo stesso tempo effetto e causa, aspetto d’altro canto esplicitamente dichiarato per via della citazione del paesaggio roccioso dell’isola, come nell’Avventura, altro film in cui un uomo e una donna “non si trovano”).

1969, regia di Barbet Schroeder, sceneggiatura di B.S. e Paul Gégauff, con Mimsy Farmer e Klaus Grünberg, musica dei Pin Floy

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ritts

25 Maggio 2016 Nessun commento

MILANO – Palazzo della Ragione: “Herb Ritts. In equilibrio”. Prima grande retrospettiva (così dicono) dedicata ad Herb Ritts, fotografo anni 80-90, a metà (in equilibrio, appunto) tra la fotografia d’arte e quella piú glamour al servizio della moda e dello star system. Ritroviamo, infatti, molte delle immagini ormai divenute icone, tratte dal mondo della musica (la copertina di “True Blue” di Madonna, per es.) o semplicemente fotoritratti di attori del cinema, fotomodelle, etc. Per quanto riguarda la sua produzione svincolata dalla committenza Ritts prediligeva il bianco e nero e si ispirava all’estetica spartana di fotografi del primo Novecento (del tipo Tina Modotti) oppure alla ricerca scultorea formale attorno al corpo culturistico maschile (in questo caso il pensiero va inevitabilmente a Mapplethorpe). Viene dedicata una sezione del percorso di visita ad un vecchio servizio eseguito estemporaneamente per Richard Gere, prima del loro reciproco esordio professionale, e che determinò il lancio dei due nelle rispettive carriere. Altro elemento interessante è la proposizione di alcuni scatti celeberrimi accompagnati dai provini di studio scartati, che permette di osservare il processo creativo per arrivare all’immagine finale.

p.s.: si prestò anche alla regia di diversi videoclip musicali, i primi dei quali particolarmente interessanti (“Cherish” della già citata Ciccone, Janet Jackson, etc.).

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tira più un caravaggio che etc. etc.

18 Maggio 2016 Nessun commento

NOVARA – “Da Lotto a Caravaggio. La collezione e le ricerche di Roberto Longhi”. Se la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre s’è esaurita da tempo, quella (coeva) della rinascita caravaggesca, determinata dalla tesi di laurea (1911) del buon Roberto Longhi, è ancora forse nel suo momento di massimo fulgore. Il panorama espositivo italiota infatti non fa che riadattare in varie guise la formuletta di marketing del titolo “Da X a Caravaggio” per allestire piú o meno motivate occasioni di visitazione. In questo caso l’operazione è abbastanza onesta, e consiste nel portare in quel di Novara una parte della collezione dello studioso artistico, con alcune integrazioni di varie provenienze, che fondamentalmente si propone di esemplificare la pittura pre e post Caravaggio. Data la vastità del tema in esame non è difficile reperire del materiale in tal senso, anche se ci permettiamo di considerare mal riposta l’importanza data dal Longhi al Lotto, anticipatore secondo lui — in quanto lombardo — del naturalismo caravaggesco. Andava piuttosto ricercata nel Peterzano o in Antonio Campi, ma forse all’epoca gli studi non erano molto piú avanzati di quanto lo siano oggigiorno, del resto. Per quanto riguarda l’uso del contrasto chiaroscurale è evidente (a noi) il precedente di “San Matteo e l’angelo” (1534) del Savoldo, mai citato nella mostra. Ad ogni modo, l’occasione è propizia per ammirare alcune opere eccellenti come quelle di Valentine de Boulogne (il migliore dei caravaggeschi francesi, ma forse il migliore in assoluto, in quanto nei suoi quadri si conserva ed estende un caravaggismo fedele al maestro, e non punto di partenza per il proprio rinnovamento stilistico operato da artisti piú grandi quali Ribera o Velazquez), o la serie degli Apostoli recentemente attribuita al Ribera, etc. oppure come la splendida Giuditta & Oloferne del veronese Battista del Moro, messa come anticipazione del tema piú volte svolto dal Merisi e dalla Gentileschi.

Valentine de Boulogne, “La negazione di Pietro” (ca. 1620), olio su tela, cm 171 x 241, collezione Longhi, Firenze

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lo chiamavano Trinità

6 Maggio 2016 Nessun commento

Come nei migliori esempi di romanzo di formazione, il protagonista (Claudio Santamaria, che pare tirato via di peso dal film “Paz”), coatto romano di periferia, eleva il suo status grazie all’involontario acquisto di superpoteri — alla maniera di Devil, ma lui ricorda un po’ Peter Parker — che suo malgrado lo traggono d’impaccio da situazioni criminali che lo vedono coinvolto. Bel film, poco definibile tanta è la quantità di ispirazioni che vi vengono intelligentemente convogliate (da Trainspotting, alla poetica del degrado (Accattone, etc.), alla violenza gratuita e improvvisa stile Tarantino, al glam-trash di Tano da morire, etc.). Tutta la violenza della storia viene bilanciata e alleggerita dall’ingenuità della personaggia femminile (altrimenti sarebbe sembrata un’altra insopportabile “gomorrata”), naturalmente, in quanto tale, destinata al sacrificio.

2016, regia di Gabriele Mainetti, scritto da Nicola Guaglianone e Menotti, con Claudio Santamaria, Ilenia Pastorelli, Luca Marinelli

Boccioni

20 Aprile 2016 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Umberto Boccioni. Genio e memoria”. Simpatica mostra dedicata al grande pittore-scultore calabro-forlivese nel centenario della fatale caduta da cavallo. Troviamo alcune delle sue formidabili opere affiancate da altre di artisti nei confronti dei quali i debiti del Nostro sono innegabili (e innegati da lui stesso, come vedremo). Si va dal grande ritratto della madre, di Giacomo Balla, che ispirò nel primo periodo boccioniano svariati soggetti analoghi, al divisionismo simbolista di Segantini e Previati, al cubismo di Picasso e Braque, declinato in chiave dinamica nel celeberrimo “Elasticità”, che assieme alla serie “Forme uniche nella continuità dello spazio” rappresenta uno dei migliori esiti del Futurismo. L’apparato critico che scandisce il percorso ci propone uno sguardo nel retrobottega dell’Umberto, attraverso i grandi fogli d’album che raccolgono riproduzioni fotografiche di opere celebri e meno celebri che Boccioni conservava e dalle quali traeva a volte ispirazione.

“Autoritratto” (1908), olio su tela, cm 70 x 100, Pinacoteca di Brera, Milano

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