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Post Taggati ‘Arcangelo Corelli’

tutto quello che avreste voluto chiedere su corelli eccetera eccetera

31 Marzo 2017 11 commenti

Lettura fondamentale sul compositore di Fusignano, risalente ormai a tre lustri or sono, che raduna tutte le piú rilevanti informazioni disponibili sul Nostro, a partire da scritti autografi e lettere, passando da stralci critici di testi d’epoca (Charles Burney, ovviamente, ma anche di musicologi contemporanei di Corelli, soprattutto albionici), nonché rifacendosi ad approfondimenti di altri studiosi piú vicini ai giorni nostri, tanto rari quanto ormai datati (e generalmente mai tradotti in versione italica). Molto ben fatta la parte biografica che, andando dalle origini della casata e del parentame in quel di Fusignano, e poi descrivendo l’evoluzione professionale, cerca anche di restituire per quanto possibile quello che doveva presumibilmente essere stato il carattere della persona. Piuttosto interessante anche la dettagliata ricostruzione dell’ambiente musicale bolognese della prima metà del Seicento, che riporta una bibliografia di opere a stampa per violino veramente appetitosa per chi voglia perdersi tra rimandi, citazioni e influenze stilistiche. La parte di analisi delle composizioni musicali di Corelli è invece un po’ sacrificata, ma comunque sufficiente a dare un’idea appropriata dell’importanza dell’opera corelliana, il cui approfondimento troverebbe probabilmente sede migliore in un contesto piú adatto agli specialisti.

p.s.: figura anche una parte illustrata, nella quale viene riportato quello che è il ritratto piú attendibile del Corelli.

2000, L’Epos editore, 224 pagine

corelli goes to assisi

23 Dicembre 2014 Nessun commento

Corelli studiò a Bologna, nella seconda metà del Seicento, ma ben presto si trasferí a Roma dove ebbe un incredibile successo e dove diede alle stampe le sue sonate per violino e i concerti grossi, opere che divennero celebri in tutta Europa. Quasi tutto il materiale ufficialmente composto dal Fusignanese sta quindi nelle sue 6 opere a stampa, salvo una serie di sonate ufficiose ma di attribuzione abbastanza attendibile. Last but not least, era noto da tempo un manoscritto — conservato ad Assisi — di metà Settecento (una copia tarda, quindi, rispetto all’epoca di attività del Corelli, morto nel 1713) intitolato al compositore ma che, pur mostrando alcune evidenti somiglianze col suo linguaggio, la critica musicale aveva superficialmente derubricato ad opera di anonimo. Per fortuna Enrico Gatti, uno dei piú assidui frequentatori del repertorio di Corelli, si è messo a studiare il manoscritto, convincendosi che le dodici brevi sonate possano essere probabilmente una prova di composizione presentata per poter accedere agli studii all’Accademia di Bologna. Effettivamente, le differenze sembrano prevalere sulle pur evidenti rassomiglianze. Le sonate sono molto brevi, in tre soli movimenti (un preludio, e due danze), prevedono l’uso frequente delle doppie, triple o quadruple corde (insolite per le prime 4 opere di Corelli, ma giustificate dal fatto che la tecnica di stampa non permetteva la riproduzione degli accordi), e soprattutto non presentano nessuno sviluppo tematico rispetto alle idee, pur molto brillanti e differenziate, che vengono presentate (questo fattore sarebbe un indice di relativa immaturità compositiva, ma visto che l’ipotesi è proprio quella che le composizioni siano consistite in una prova d’ammissione del giovane alla scuola, la relativa semplicità di scrittura è quindi comprensibile). Gatti spiega molto bene sul suo sito internèt le ragioni che lo hanno convinto della paternità del Corelli*, in particolare legami certi con l’ambiente musicale coevo (segnatamente verso Giovanni Maria Bononcini) ma, semmai questa fosse confutata, rimane comunque cosa buona e giusta aver suonato e commercializzato queste piccole sonate, comunque testimonianza della musica del Seicento bolognese (l’epoca e il contesto culturale, almeno quelli, sono certamente certificati).

* Qui ci limitiamo ad osservare alcune peculiarità del fraseggio, perfettamente riscontrabili in diversi preludii delle sonate dell’Opera V, ed una battuta specifica che ritroviamo nel primo Allegro del Concerto No. 8, del quale costituisce uno snodo fondamentale dello sviluppo.

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31 Agosto 2010 Nessun commento

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Il problema di come risolvere l’esecuzione dell’Adagio del Quarto Concerto Grosso di Arcangelo Corelli sorge dal fatto che questo movimento si ritrovi incastonato in una sequenza di tempi allegri. Se ci si attiene alla lettera, come fa Trevor Pinnock nella versione da lui diretta, otteniamo un eccessivo contrasto dinamico tale da renderlo di una lentezza estenuante rispetto alla velocità necessaria per eseguire — e ascoltare — gli altri tre brani, veloci. Sembra non finire mai, e la regolarità prevedibile dei suoi quattro quarti eleva la lentezza all’ennesima potenza. La soluzione proposta dalla versione di Fabio Biondi e dalla sua Europa Galante è quella di accelerarne la velocità, rendendolo un Andante, quasi un Andante Molto. Indubbiamente più riuscita — perché contribuisce a conferire compattezza all’intero concerto — questa realizzazione ha però la pecca di uscire dal solco di una fedeltà filologica rispetto alla prassi esecutiva del Sei-Settecento, proprio per l’infrazione del limite di velocità. La terza ipotesi ci arriva da quella vecchia volpe di Jordi Savall. Il musicista catalano si attiene al tempo imposto dalla titolazione — lo stesso, grosso modo, assunto da Pinnock — ma, per rendere l’ascolto meno indigeribile, assegna agli elementi del concertino (i due violini e il basso continuo, realizzato con clavicembalo e violoncello) volta a volta, alternando una battuta per ciascuno per non sovrapporsi, il compito di rifiorire le note lunghe con passaggi di fantasia e cadenze. Nonostante l’esperienza dello scafato Savall, anche questa soluzione non convince del tutto, perché è lecito applicare le fioriture a brani lenti, questo sì, ma occorre che questi siano basati su una melodia libera, alla quale le improvvisazioni del solista si attacchino con la naturalezza di un ramo che, dalla sua natura ondulatoria, veda partire altre ramificazioni in ogni direzione. L’Adagio del Quarto Concerto svolge invece la funzione di raccordo tra due movimenti più caratterizzati fisionomicamente e modificare la sua geometrica razionalità infiorettandolo con voli di fantastia risulta disturbante. Per questo motivo si può affermare che la versione migliore sia senz’altro quella di Fabio Biondi, magari rallentatata lievemente, e assumendo che l’Adagio vada interpretato come Andante, presumendo che il frattanto deceduto Corelli non abbia potuto supervisionare il controllo delle bozze, ultimato infatti dal suo allievo, al quale potrebbe essere sfuggito questo particolare.

sonate a tre

9 Agosto 2010 Nessun commento

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Interessantissimo libro nel quale Christopher Hogwood – insigne direttore handeliano e autore della sola vera biografia del Sassone - svolge una ricognizione attorno al concetto e alle forme storiche della sonata a tre parti. Nonostante il nobile intento, l’esame di Hogwood - non foss’altro per il numero limitato di pagine - è però solo parziale, perché la sonata a tre – nel suo excursus di un paio di secoli – è caratterizzata da una mutazione formale estrema, che ne rende difficile una classificazione razionale. Merito indiscusso di Arcangelo Corelli è stato quello di perfezionare questa forma musicale, e di canonizzarla nelle sue 48 sonate pubblicate sullo scorcio finale del Seicento. Anche Buxtehude, per esempio, in età avanzata – si è esercitato in un genere così di successo (pubblicò due opere, 14 sonate, negli anni ’90 del Seicento, dopo Corelli, quindi). Ma Buxtehude, come la maggior parte dei compositori d’Oltralpe – eccetto Purcell e Pachelbel, ma in maniera più contenuta - tende ad annullare il contrasto originario dato da due voci acute (due violini) e una di basso. Il compositore di Lubecca infatti diminuisce il tono acuto di uno dei violini a quello più morbido di una viola da gamba, creando così una tessitura sonora più equilibrata. Altri manterrano protagonista uno dei violini e relegheranno l’altro ad accompagnamento. La forma perfezionata da Corelli è proprio quella più sofisticata, dove due voci quasi identiche – ma la inevitabile differenza minima che pur esiste tra due suoni di due violini diversi determina un contrasto – creano un tessuto sonoro dove molto spesso non si distingue quale delle due è la voce principale, e il cui linguaggio, mirato alla poetica “degli affetti” tipica di questo periodo, è estremamente calibrato ed equilibrato, e proprio perché non c’è spazio per due solisti, obbligato ad una necessaria armonia.

Christopher Hogwood, “La sonata a tre”, 1979, Rugginenti editore, 2003.

Arcangelo Corelli – Opus I

25 Maggio 2009 Nessun commento

La figura che rappresenta la pagina scritta del primo movimento della IV sonata a tre dall’Opera Prima (1681) di Arcangelo Corelli è emblematica di tutta la raccolta d’esordio del compositore. In essa Corelli, molto più che inventare di sana pianta, applica diligentemente e con grande grazia* le regole apprese negli studii di composizione, armonia e contrappunto. A parte gli Adagio, che in quest’opera sono di secondaria importanza – melodie poco elaborate e spesso poco originali, quasi un raccordo tra i movimenti veloci - è negli Allegri che basta un breve tema, alle volte una semplice scala ascendente o discendente, per diventare oggetto di combinazione, moltiplicazione, imitazione, sovrapposizione a gradi differenti sul pentagramma, in una ossessiva ed estenuante ricerca di nuances, di variazioni nella tessitura delle voci dei due violini e del basso. Trattandosi di sonate da chiesa, sono assenti i ritmi di danza, quindi tutto si gioca su fughe – di breve o brevissima durata – che ricordano da vicinissimo il primo movimento della Quinta Sinfonia di Beethoven, totalmente pervaso alla stessa maniera, ma in un’ottica molto più grandiosa, dalle stesse quattro note rigirate e incastrate sotto infinite forme. Per rendersi conto dell’economia dei mezzi utilizzati dal Corelli in questo suo primo lavoro, basta ascoltare i primi due o tre tempi dell’Opera V (1700) e si troverà solo in quelli una quantità di idee, superiori per numero alla totalità delle dodici sonate dell’Op. I (il musicista a quel tempo era ormai affermato, e non doveva più limitarsi a dimostrare di conoscere le regole della buona pratica).

Nell’introduzione della sonata VII, inoltre, si trova una traccia semi-occulta della tacita regola di Corelli di presentare un brano dal sapore popolare (come accade nelle opere II – ciaccona, V – follia e VI – pastorale; la III e la IV devo ancora verificarle adeguatamente).

Dalla seconda alla quarta battuta il primo violino suona come una cornamusa un brano quasi natalizio o dal carattere nordico, sicuramente sottratto a qualche suonatore di strada dell’epoca.

* Corelli è il compositore che più di ogni altro merita di abusare di questo termine.

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i concerti grossi di Corelli

20 Novembre 2008 Nessun commento

I concerti grossi di Arcangelo Corelli (Fusignano, 1653 – Roma, 1713) videro la luce ad Amsterdam nel 1714. Come per le precedenti sue opere (le sonate a tre e le sonate per violino), Corelli non è stato un rivoluzionario, non ha inventato nulla ma ha, per così dire, canonizzato ognuna delle forme musicali che da allora e per molti decenni (secoli, forse) sono rimaste a lui riferite come modello. Il compositore stesso seguì per corrispondenza l’iter contrattuale per la stampa dell’Opera Sesta presso l’editore olandese Estienne Roger, anche se poi la conclusione postuma spettò al suo pupillo Matteo Fornari.

Non essendo pervenuti i manoscritti autografi relativi a questa pubblicazione risulta difficoltoso assegnargli una data certa di composizione. L’analisi stilistica induce a pensare che siano stati scritti in un arco di tempo piuttosto lungo e solo alla fine furono perfezionati per essere dati alle stampe. Rappresentano infatti una summa di tutte le precedenti varianti compositive intraprese da Corelli ma, con grande signorilità, prive del minimo riciclo di materiale già edito, a parte le cadenze in finale di periodo, contrariamente a quanto avrebbe fatto – e fece – quel simpatico maneggione di Handel.

L’idea di base è quella di fondere la sonata a tre (principale occupazione del compositore nei suoi primi vent’anni di carriera) con il concerto solistico, per violino in questo caso. Le analogie si ravvisano già a partire dalle sonate da chiesa dell’Op. I (del 1681), con il loro stile imitativo e i singoli movimenti spesso arcaicamente non omogenei e suddivisi internamente in una alternanza di modo lento e veloce (modalità abbandonata nelle sonate successive, nelle quali ogni movimento ha una grande compattezza). Anche per questi dodici concerti c’è la consueta ricerca generale di equilibrio e, nello specifico, nella distinzione tra quelli ‘da chiesa’ e quelli ‘da camera’: curiosamente, questo equilibrio non è perfetto come in passato ma il rapporto è di otto da chiesa su quattro da camera. Non sappiamo se questa discrepanza rispetto alla meticolosità leggendaria dell’autore sia stata dovuta alla mancanza di tempo oppure ad un relativo abbandono della suite di danze alla francese, ormai sempre più desueta, a favore della maggiore ispirazione inventiva necessaria a quelle del primo tipo.

Caratteristica comune a quasi tutti i concerti è di essere in tonalità maggiori, segno del desiderio di fondo di voler ispirare buon umore. Inoltre, gli attacchi di quasi tutti i primi tempi hanno un incedere sontuoso, staccato, regale, a parte i tre che concludono la serie, che hanno un preludio di derivazione sonatistica. Un altro elemento che rientra nella tradizione del compositore è quello di introdurre un brano dal sapore popolare, che spicca sul contesto sonoro omogeneo di tutti gli altri: è la Pastorale del concerto n. 8 (come aveva fatto in precedenza per la Ciaccona dell’Op. II e la Follia dell’Op. V).

Questa raccolta è stata fondamentale in tutta Europa e soprattutto nell’Inghilterra di quasi tutto il Settecento: Geminiani, Handel, Locatelli, Avison, etc. sono stati i principali beneficiari del suo successo, dando a loro l’opportunità di proseguirne la tradizione e, a loro volta, arricchirla con eccezionali contributi.

Appunti:

Concerto n. 1 in re maggiore: il primo movimento è gia in se stesso, con la sua successione di tempi lenti e veloci, un concerto grosso in miniatura (come le ouverture di Handel) e ricorda la frammentazione delle prime sonate da chiesa dell’op. 1
Concerto n. 2 in fa maggiore: anche in questo caso il primo tempo frammentario è un concerto a sé. Delizioso l’allegro del finale, quasi un minuetto, un duetto d’opera buffa, strutturato con le diverse parti che dialogano per frasi con domanda e risposta.
Concerto n. 3 in do minore: entrata regale nel largo. Il vivace col basso regolarmente cadenzato che detta il ritmo (come in diverse sonate dell’op. IV, l’Ottava per esempio).
Concerto n. 4 in re maggiore: è il più bello, secondo me. Quattro movimenti, compatti, con prevalenza di allegri.
Concerto n. 5 in si bemolle maggiore: un finale spiritosissimo, un battibecco allegro tra le sezioni.
Concerto n. 6 in fa maggiore: basso continuo incalzante anche nell’allegro finale di questo concerto.
Concerto n. 7 in re maggiore.
Concerto n. 8 in sol minore: è il concerto ‘fatto per la notte di Natale’. Contiene la famosa Pastorale, brano che si può considerare l’unica testimonianza musicale del Corelli arcadico (ribattezzatosi Arcomelo), accademia frequentata assieme a Scarlatti padre e a Pasquini.
Concerti nn. 9 e 10 in fa e do maggiori: nel finale si affaccia per la prima volta un minuetto, stile di danza destinato a primeggiare nelle centinaia di sinfonie scritte da Haydn, Boccherini, Mozart, etc.
Concerto n. 11 in si bemolle maggiore: il preludio adotta il tipico metodo di molte sue sonate a tre (la Settima dell’Op. II, per esempio), ovvero primo breve tema – pausa – stesso tema elevato di grado – pausa – sviluppo.
Concerto n. 12 in fa maggiore: anche qui il preludio è più intimo rispetto all’ufficialità dei primi nove.

il manzo oggi va un po’ caro, signora mia

10 Aprile 2008 Nessun commento

La versione di Andrew Manze delle sonate di Corelli, nonostante sia venduta a peso d’oro (circa 39 euro, cazzarola), merita “soltanto” la (piena) sufficienza. Avendo ascoltato precedentemente la sua strepitosa interpretazione di quelle di Handel, era lecito aspettarsi qualcosa di altrettanto fondamentale da piazzare nella discoteca casalinga. Invece, a dispetto di quanto viene correttamente spiegato nel libretto, l’apporto inventivo che l’esecutore è obbligato ad esercitare si rivela una carenza di questa incisione. Manze si applica in questo solo negli Adagi e Andanti, ma l’esito non è gradevole, naturale e aggraziato come quello della versione di Enrico Gatti, per esempio. Il problema è che Manze, a questo punto, vuol farci credere di aver assolto la propria funzione. Infatti si guarda bene dall’introdurre variazioni nei tempi veloci. Il massimo che concede è, in un paio di gavotte, di raddoppiare la nota all’ottava superiore, secondo il procedimento “rubato” alla versione di queste sonate che ne fa Geminiani in versione concerto grosso (e che lo stesso Manze ha diretto qualche anno fa). Verrebbe da consigliargli di ascoltare l’interpretazione di Montanari: in quest’ultima infatti non c’è movimento che dopo la prima esposizione naturale, non venga ripetuto con variazioni, invenzioni, frammentazioni di durata (da quarti diventano almeno sedicesimi, se non trentaduesimi, addirittura). Di tutto ciò non c’è traccia nella versione manziana, se non nella Follia, che non si sarebbe meritato quel trattamento asettico. Rimane comunque un bel disco per la qualità di suono, decisa e appassionata, che Manze sa trarre dal suo violino.

Italia-Francia: 2-0

20 Marzo 2008 Nessun commento

Ogni tanto nel mio trip per Arcangelo Corelli mi sorge il dubbio se esso sia giustificato o meno (visto l’apparente misconoscimento generale della sua grandezza). Poi ogni tanto arriva qualcosa che fuga tutti i dubbi. Questo disco dei London Baroque, per esempio. Contiene varie composizioni per archi di François Couperin. La prima è ‘Apothéose de Corelli’, e già il fatto che il musicista più importante della corte di Versailles dedichi al fusignanese una suite celebrativa in forma di sonata a tre (genere perfezionato da Corelli) è un chiaro riconoscimento della sua importanza. È altrettanto importante notare che l’oggetto di ammirazione non è la più frequentata – e più tarda – op. 5 (le sonate a violino e basso continuo), che ebbe successo in tutte le epoche, ma si considerano ‘soltanto’ le sonate a tre, op. 1-4, tanto bistrattate poco dopo e cadute nel dimenticatoio, tanto che oggi è difficile trovare delle incisioni decenti. Ogni brano dell’apothéose ha un titolo che descrive un commovente percorso celebrativo: ‘Corelli sale al Parnaso’, ‘Le muse svegliano Corelli e lo portano al fianco di Apollo’, etc. Potrebbe bastare questo, senonché la seconda suite di sonate è ‘Apotheose de Lulli’, il famoso musicista di corte di Luigi XIV. Questo brano è più corposo, anche perché è dedicato all’illustre predecessore dello stesso Couperin. Ma, sorpresa, anche in questo caso si tratta di una sonata a tre, genere che Lulli non ha mai frequentato neanche di striscio, e perdipiù nella seconda parte il Corelli torna a farsi vedere nei titoli e nel ricalco di alcuni brani di una sua sonata. Il binomio Lulli-Corelli vuole esplicitamente simboleggiare la felice unione degli stili italiano e francese nel raggiungimento di una ideale perfezione della musica.
p.s.: se si vuole, un po’ sciovinisticamente, si può aggiungere che pure Lulli era in realtà italiano, anche se per essere valorizzato ha dovuto recarsi oltralpe (tipo Paolo Conte, Hugo Pratt, Manara, etc.).

Arturo Grumoso

6 Gennaio 2008 2 commenti

In questa interpretazione delle sonate di Corelli del 1975 (la più ‘antica’ che ho ascoltato finora) il buon Grumiaux proprio non resiste dal mettere il vibrato nelle note lunghe, assente nelle incisioni moderne, più aderenti allo stile antico (che paradosso!). Anche i melismi sono ridotti all’osso (ma, anche se se ne infischia bellamente di quelli della versione a stampa, qua e là ci sono, segno della consapevolezza dell’inizio delle ricerche filologiche incominciate alla fine degli anni Sessanta). Nonostante la scarsa attendibilità è comunque una bella versione per la qualità del suono, per la precisione esecutiva (G. non manca di far sentire bene i ‘contragolpi’ dei bassi di gighe e gavotte) e anche perché impone un’accelerata ai preludii (di un buon terzo più brevi rispetto alle incisioni recenti) soprattutto perché, non adoperando florilegi cromatici sulle note lunghe, sarebbero altrimenti risultati troppo noiosi. Nel complesso è sì una esecuzione in versione poco barocca, ma buona comunque da ascoltare anche oggi (escludendo la ‘Follia’ che risulta eccessivamente compassata).

Enrico Gatti

30 Maggio 2007 Nessun commento


Magnifico concerto quello tenuto da Gatti (più due tizie al basso continuo, esponenti dell’Ensemble Aurora) alla chiesa di S.M. delle Grazie di Milano. Il Gatti si è esibito da par suo nell’interpretazione di sei sonate per violino e b.c. dall’opera quinta di Arcangelo Corelli, pescandone equanimemente tre dalla prima parte (da chiesa) e tre dalla seconda (da camera). Essendomi innamorato della musica barocca proprio ascoltando un disco di musiche di Corelli incise da Gatti avrei avuto tutte le ragioni per poter rimanere deluso: così non è stato. L’esecuzione è stata stupenda. Nella prima esposizione, il movimento veniva eseguito nella versione essenziale descritta dalla partitura. Nel da capo, invece, si arricchiva il tutto di “abbellimenti” – ovvero di arzigogolature nel passaggio tra una nota lunga e l’altra – che sono fondamentali nell’esecuzione di queste opere. Essendo Gatti uno dei principali esegeti di Corelli il risultato non poteva essere altro che il non plus ultra. Come bis hanno eseguito un adagio da un concerto di Tartini conservato all’università di Berkeley.
Riferimenti: wikipedia

Corelli più Geminiani uguale Roba da sballo

14 Marzo 2007 1 commento


Ho trovato da Fnac a prezzo scontato (perché c’è allegato il catalogo harmonia mundi) i 6 stupendi concerti grossi che Gem. ha tratto dalle sonate op. 5/2 di Corelli. Il procedimento usato dall’allievo nel rielaborare le sonate del maestro è abbastanza semplice, in definitiva: nei ritornelli, per esempio, di solito la prima parte rimane tipo sonata a tre, la ripetizione invece viene eseguita da tutta l’orchestra. Risultato: non si tratta di una vera riscrittura ma di un Corelli vestito per la festa.
p.s.: direttore quel manzo di Andrew Manze, Academy of Ancient Music, 1999.

che non si sappia troppo in giro …

29 Gennaio 2007 Nessun commento


… ma questo libro contiene dei tesori per chi, come me, sta tentando di strimpellare il violino (ma anche per chi voglia semplicemente ascoltare della musica stupenda). Contiene la quasi-opera omnia di Corelli (a parte i Concerti Grossi, stampati a parte), ed è il distillato delle musiche da camera e da chiesa che il Corelli suonava a destra e a manca nella Roma del ’6-700. Anche le sonate di altri autori di questo periodo (penso a Couperin o a Pachelbel, per esempio, ma anche a tanti altri) sono bellissime ma qui si sente proprio che il Nostro ha cesellato contrappunto, armonie e melodie in maniera incomparabile.
Riferimenti: dover publications

sonate

30 Settembre 2005 1 commento


Disco molto bello che contiene 8 sonate da camera per archi dalle opere II e IV di Arcangelo Corelli. Tranne la quarta sonata (che è in un unico movimento di ciaccona), le altre sono tutte in 3-4 movimenti composti in genere da un preludio seguito da un’allemanda, una corrente e una o due gighe.
La registrazione è del 1988, trovata al modico prezzo di sei e cinquanta sióre e sióri (della serie “girovagando per negozi si risparmia”).