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su coi pavesini

2 Settembre 2016 Nessun commento

Bellissima raccolta di saggi di Pavese sulla letteratura e altro, apparsi originariamente sotto forma di articoli per riviste culturali dell’epoca, oppure come prefazioni di romanzi. I saggi vanno dal 1930 al ’50 e sono fondamentali per capire molti aspetti culturali, nel senso piú ampio, che hanno caratterizzato l’Italia dal dopoguerra fino a oggi (o ieri, forse). Innanzitutto, i romanzi interessati dall’attenzione dell’autore sono soprattutto statunitensi, conseguenza forse della maggiore vitalità del panorama estero rispetto a quello italiano, depresso dal ventennio fascista. Chi scrive, naturalmente, non ha gli strumenti per giudicare nel merito la critica pavesiana, ma colpisce il fatto che accanto a scrittori ancora oggi di primaria importanza (quali Whitman, Edgar Lee Masters, etc.) ve ne siano altri che oggi sono del tutto misconosciuti, o quantomeno considerati di secondo piano (Caldwell, Sherwood Anderson, etc.). Una chicca vera e propria è data dalla sequenza di brani, separati cronologicamente di diversi anni, che riguardano l’Antologia di Spoon River, inizialmente letta direttamente in edizione originale da Pavese, con proprie traduzioni a corredo per presentarla al lettore italiano, e successivamente oggetto della prefazione alla prima edizione tradotta dall’allora sconosciuta Fernanda Pivano. Se già a questo punto si può capire l’importanza di una personalità come Pavese nel costruire la cosiddetta egemonia culturale della sinistra italiana nel secondo dopoguerra, in quanto editor dell’Einaudi attento ad un ambito culturale fortemente interessato — oltre che allo stile — al rispecchiamento della vita reale nella letteratura, è nella seconda parte di questa raccolta, meno incentrata su libri e autori ma su concetti piú generali — quali una riflessione sullo spostamento a sinistra degli intellettuali dopo il ’45, o un’altra che recensisce il libro X sulla battaglia partigiana salutandolo quale primo rappresentante di vero valore letterario rispetto a quelli usciti fino ad allora che avevano unicamente senso in quanto memorie di testimonianza — che riconosciamo nell’azione culturale di Pavese l’incipiente, e sacrosanta, appropriazione da parte della Sinistra della cultura italiota del secondo Novecento (ormai lasciata ad altri, o a nessuno).