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Levi si è fermato a Cristo

3 Settembre 2012 2 commenti

Hanno dovuto aspettare che il Carletto schiattasse (1975) per decidersi a tradurre in versione cinematografica il suo celeberrimo romanzo. Il film di Rosi è una trascrizione molto fedele del libro, ne riporta tutti gli elementi e gli episodi principali (semplificando il contenuto delle numerose considerazioni che Levi distribuisce in corso d’opera, naturalmente), limitandosi ad intervenire arbitrariamente, ma in modo garbato, nel porre l’accento su alcune scene chiave che fanno da snodo nell’articolare la descrizione della vita di paese. Le riprese sono state effettuate nei luoghi veri e proprii di Aliano (Gagliano) solo per quanto riguarda la casa del confino, per il resto ci si avvale delle scenografie naturali della città fantasma di Craco e di quelli di Matera (che si trovano sempre da quelle parti, comunque). Volonté ha una ventina d’anni in piú rispetto all’età reale di Levi all’epoca dei fatti raccontati, ma poco importa. Scena finale strappalacrime.

1979, regia di Francesco Rosi, sceneggiatura di Rosi, Tonino Guerra, Raffaele La Capria, fotografia Pasqualino De Santis, con Gian Maria Volonté, Irene Papas, Lea Massari e altri.

Cristo si è fermato a Empoli

21 Agosto 2012 Nessun commento

Il romanzo antropologico che il buon Carlo Levi ha tratto dalla sua biennale esperienza di confinato lucano ha qualcosa di biblico. Come nella Bibbia, il testo scritto ha la funzione di nominare il mondo, operazione che da un lato ne istituisce e proclama l’esistenza e il proprio dominio sopra di essa (come Adamo, dà nome alle cose ed animali e ne diviene padrone). Dall’altro lato, la descrizione istituisce una fissità della realtà descritta, come se fosse eternamente data, uguale e immodificabile. La congelazione della Storia che Levi attua nel corso di tutto il libro viene ripetuta, in minore, nell’introduzione che l’autore fa di ogni personaggio: di ognuno, con poche parole, vengono descritti i tratti fisici e fisionomici che li condannano ad essere le maschere perpetue di se stessi. Tale punto di vista è senza dubbio di tipo aristocratico, rispondente nei fatti all’estrazione sociale dell’autore, estremamente attento a non farsi contaminare (l’autore è un ‘personaggio’ del suo libro, ma appare sempre come distante). In secondo luogo vi è riflesso un temperamento artistico di un certo tipo, ovvero una visuale in prima battuta orientata a rappresentare il mondo — e a non cercarne le ragioni se non in maniera limitata — e pensare ad esso come fisso, non evolutivo. Abbiamo come un mescolamento delle procedure rappresentative delle due arti praticate da Levi: letteratura e pittura. Il romanzo è, per questa sua fissità, quasi un simulacro di un’opera pittorica; come se, invece di dipingere un quadro, si fosse voluto ‘scriverlo’.

In un certo senso non si può non pensare a quanto sia stata differente dal fatalismo di Levi l’esperienza di Don Milani, in un ambiente di vita per molti versi analogo, nella sua povertà culturale e materiale. Se Levi è preoccupato di agire il meno possibile, per conservare in ogni modo quel microcosmo anaciclotico, il priore di Barbiana si consuma invece nell’iniettare in esso i germi della formazione culturale e dell’indipendenza di giudizio, secondo un orientamento finalistico della storia, tipico dello sguardo cristiano. In questo senso, “Cristo si è fermato a Eboli” ha una duplice valenza: da una parte assume il ruolo di denuncia sociale (raccolta in seguito dall’esito politico della Riforma Agraria, dalla citata esperienza missionaria di Don Milani, dalla scelta di Pasolini di ambientare il suo Vangelo a Matera, etc.). La principale caratteristica di questo romanzo è stata tuttavia di aver fotografato un Altrove, reale ma invisibile, magico e (tuttora) separato dal mondo ‘civile’, preesistente a quest’ultimo e allo stesso tempo distaccato, come una Asgaard o un Olimpo negativi.

Levi vorrà riconoscere fino in fondo l’Altrove rappresentato da quel piccolo mondo pagano facendocisi confinare per l’eternità, in una tomba del camposanto, riconoscendo in ultima analisi l’importanza di quell’esperienza non desiderata, ma fatale.