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Post Taggati ‘François Ozon’

one two three… agnition

21 Ottobre 2016 Nessun commento

Un soldatino francese torna in incognito in terra di Germania per conoscere la famiglia del soltato tetesco che è stato costretto a uccidere face-to-face nella prima guerra mondiale (anche questo, come l’episodio analogo ne “La grande guerra” di Monicelli, pare essere una probabile ispirazione per la celeberrima “Guerra di Piero” di De André). La storia — sotto molti aspetti un cliché le cui agnizioni e mistificazioni sceniche hanno un che di mitologico o di biblico — è molto interessante per una fattispecie di tipo semiologico, ovvero la trasformazione degli elementi della narrazione dal cinema muto al cinema sonoro (si presta a questo tipo di osservazioni perché “Frantz” è il rifacimento di un film di Lubitsch del 1932). Se nel cinema muto, e nel portato del cinema sonoro dei primi anni, lo sviluppo narrativo veniva spinto in avanti tramite snodi manifesti, coagulati sotto forma di azione scenica, per poter essere compresa senza troppa difficoltà, nel caso di Frantz il concetto di snodo narrativo sopravvive ma viene sostituito (in maniera sincretistica, potremmo dire), grazie all’introduzione del parlato e alla sua maggiore possibile descrittività, da elementi che agiscono prevalentemente in direzione psicologica, e che permettono di avvicinare il cinema alla dimensione da teatro da camera, che coinvolge prevalentemente l’aspetto interiore dei personaggi, e quindi le finzioni e gli svelamenti hanno l’effetto di determinare ripetuti cambiamenti di fronte della visione interiore dei personaggi (che poi è la nostra) e questo sviluppo per mutazione di atmosfera o di punto di vista è molto piú efficace e coinvolgente per lo spettatore. (il cambiamento di atmosfera è sottolineato infatti, dal regista, introducendo in certi momenti l’uso del colore in un film totalmente in bianco e nero).

2016, regia di François Ozon, tratto da un romanzo di Maurice Rostand del 1925 (“L’homme que j’ai tué”), che lo stesso autore trasformò in testo teatrale nel 1930, che venne tradotto cinematograficamente da Ernst Lubitsch nel 1932; attori principali Paula Beer e Pierre Niney.

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la piscina

12 Giugno 2014 Nessun commento

Prima parte del dittico (per ora) che il buon Ozon ha dedicato al tema della meta-cine-letterarietà (il successivo è stato “Nella casa”, 2013). Prologo: una scrittrice di thriller best sellers in crisi di creatività (Charlotte Rampling), per ritrovare l’ispirazione si trasferisce in una villa di proprietà del suo editore, il quale le preannuncia che la casa potrebbe essere frequentata anche da sua figlia. Da questo momento parte il film vero e proprio, nel quale la realtà della vita vacanziera della scrittrice e il libro che ella va scrivendo formano una trama unica, i cui diversi piani narrativi risultano decodificabili solo grazie ad alcuni indizi disseminati dai gentili cineasti. La storia stessa, in primo luogo, è un indice rivelatore: trama banale, tanto quanto dev’esserlo quella di un romanzo best seller, e che sopperisce alla sua piattezza con la scabrosità. In secondo luogo il personaggio della figlia dell’editore, ideale bersaglio sul quale l’avvizzita Rampling possa proiettare le proprie invidie di gioventú. Poi un paio di scene bordo-piscina, simmetriche, irreali, che fanno il verso a quelle che Bergman usa nel Posto delle fragole per caratterizzarne il tasso onirico. Inoltre, l’assurdo e bizzarro delitto finale, credibile fintantoché venisse letto, ma infantile se visto per immagini (come dimostrano i fumetti trasformati in film, o l’infelice trasposizione cinematografica del Talento di Mr Ripley, per esempio). Infine, l’elemento piú sottile di tutti è la netta sensazione che la trama si vada costruendo sotto i nostri occhi, prendendo forma proprio con gli stessi elementi che chi scrive trova man mano che procede nel delineare il racconto, e che sono il film stesso nel suo sviluppo. Indubbiamente, la prova che Ozon fornirà nel successivo “Nella casa” sarà di spessore ben piú consistente, illustrando come la costruzione di una storia (letteraria o mentale) coinvolga anche ciò che sta all’esterno e che il racconto definisce e ha il potere di indirizzare, per il fatto stesso che creare una storia non è altro che l’attribuzione di un senso e una correlazione consequenziale agli elementi che la realtà propone in modo disordinato e afinalistico (almeno dal punto di vista umano). Detto ciò, Swimming Pool non è un film inutile: l’esercizio cineletterario viene caricato di senso dalla scena finale, nella quale la scrittrice saluta idealmente la “vera” ragazza, come per essere scusata di aver violentato la sua vita, e la ragazza “immaginaria”, con la nostalgia di chi saluta per l’ultima volta una persona che ci ha accompagnato per un pezzo della nostra strada, una sorta di transfert dell’autore con il personaggio da lui creato.

2003, regia di François Ozon, scritto da Ozon e Emanuèle Bernheim, con Charlotte Rampling & Ludivine Sagnier

le temps qui rest

25 Luglio 2013 Nessun commento

Un trentenne gayo scopre all’improvviso di avere un cancro, diffuso, che gli lascia pochi mesi di vita. Decide, quindi, prima di morire, di sistemare alcune cose nei propri rapporti personali con amici & parenti. Ozon, che è piuttosto intelligente, è bene accorto nello slegare la tematica della diversità di genere da quella della malattia e della colpa, una lettura che sarebbe stata obbligata nel caso che il protagonista del suo film si fosse ammalato di Aids. Tuttavia, tra le righe si può scorgere una relazione tra i due aspetti di cui sopra che ne declina i rapporti in maniera piú sottile. Cosí come l’omosessualità è vissuta in maniera “normale”, anche la malattia — per quanto ci è dato vedere nel corso del film — non ha gravi ripercussioni sul protagonista. Ai fini del ragionamento che si vuole svolgere è comunque necessario non dimenticare che una condizione sentimentale-sessuale di tipo omologo, per quanto oggigiorno accettata (come forse lo era in un lontano passato dalla morale meno paludata di quella in cui viviamo) non è quella piú rispondente ai fini della Natura in termini di sopravvivenza della specie. Lo stesso discorso si può fare per la malattia. Ora, succede che ad un certo punto del film, il moribondo ricordi un episodio della sua fanciullezza (in compagnia di un piccolo amico fa la pipí nell’acqua benedetta di una chiesa) che ci viene proposto come scaturigine del successivo suo sviluppo interiore. Quindi, un fatto innocente di un remoto passato sta all’origine di un allontanamento dalla normalità psicologica (tutto tra virgolette grandi come una casa). E, anche se non ci viene presentato, lo stesso esempio si potrebbe fare parallelamente per la malattia, forse originata da un episodio della vita dimenticato o trascurato, apparentemente innocuo, magari addirittura piacevole, che tuttavia ha la capacità di indirizzare l’esistenza in maniera definitiva.

2005, scritto e diretto da François Ozon, con Melvil Poupaud, Valeria Bruni-Tedeschi, Jeanne Moreau

il buco nell’Ozon

19 Luglio 2013 Nessun commento

“Nella casa”, il penultimo film di François Ozon, si può vedere sotto l’aspetto di una disputa per la superiorità tra le arti. Cosí come nel Rinascimento si dibatteva se la Pittura fosse o no superiore alla Scultura, qui si fronteggiano la Letteratura e le Arti figurative. Apparentemente il regista, quasi fino alla fine, si schiera per la prima, salvo mettere in guardia nel finale dalle controindicazioni che può scatenare. Al contrario delle arti figurative, che consistono solitamente in una immagine concettuale, ispirata o meno, fissa nel tempo, che ha la forza ribaltare un intero sistema di valori con la sola potenzialità della sua idea, la Narrativa è un percorso analitico, che fornisce senso alle azioni nel tempo che scorre, e il suo fluire sotto l’occhio analitico del narratore crea un’interazione tra immaginazione e realtà, creando una cronistoria che incatena lo stesso artefice che ha pensato di riorientarne lo svolgimento con l’input nella narrazione. La narrazione, lungi dall’essere riducibile al solo atto dello scrivere, è parte fondamentale di ogni essere umano, vale a dire è la propensione vitale a leggere gli accadimenti della propria esistenza come tasselli di un sistema orientato verso un fine (tipica concezione cristiana della storia). In questo senso ogni persona opera una lettura della realtà e una propria scrittura della stessa (anche se ciò non avviene materialmente), ed è per questo motivo che la letteratura di tanto in tanto, nel corso dei secoli, (si pensi a Don Chisciotte, o a Madame Bovary, per esempio, ma anche a “Nella casa” di Ozon, appunto, attraverso il cinema) avverte gli utenti e il mondo intero della propria pericolosità.

2012, regia di François Ozon, sceneggiatura di Ozon dal romanzo di Juan Mayorga, con Emmanuelle Seigner, Fabrice Luchini, Ernst Umhauer, Kristin Scott Thomas

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