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Post Taggati ‘Pieter Paul Rubens’

Pier Paolo

22 Novembre 2016 Nessun commento

MILANO – Palazzo Reale: “Rubens e la nascita del Barocco”. Finalmente una bella mostra, che raccoglie una quarantina di opere della sterminata produzione di Rubens (e bottega, naturalmente) e altrettante di autori pre e post-rubensiani, ad illustrarne gli ascendenti e i discendenti. Data la vastità del tema, i curatori hanno focalizzato l’attenzione sul contesto italiano, ovvero sulla maturazione della sua pittura acquisita nel suo viaggio al di qua delle Alpi di inizio Seicento, e sulle ispirazioni formali esercitate presso gli autori italiani dell’epoca. Purtroppo, per sviluppare adeguatamente una tesi di cosí vasta portata si sarebbe dovuta allestire una esposizione immensa; ci si è limitati perciò ad esibire alcune sculture romane per indicare l’ispirazione all’arte classica, e ad un tintoretto dei piú sfigati per suggerire il lato della complessità compositiva (certamente vero, ma si potevano portare degli esempi piú eclatanti dello stesso Tintoretto). Il debito verso Caravaggio è solo accennato; piú enfatizzato, giustamente, quello verso Michelangelo per la maestosità delle figure e per la continuità della pittura di Rubens con il Manierismo, che infatti salta a piè pari il realismo caravaggesco, o meglio, se ne serve per quanto gli è utile nel conferire verosimiglianza alla artificiosità della composizione. La seconda parte della mostra, ovvero quella dei crediti verso i colleghi, è limitata anche qui a pochi esempi: Gianlorenzo Bernini (?), Luca Giordano, il Lanfranco, un bellissimo San Sebastiano di Simone Vouet recentemente visto nella mostra del barocco romano nella capitale, e qualcos’altro. Il limite di essersi concentrati sul contesto italiano ci può dare l’idea un po’ fuorviante che il retaggio di Rubens non sia stato altro che una misurata restaurazione della maestosità del primo Rinascimento italiano dopo le “derive” contorsionistiche del manierismo, contraddicendo quasi in termini il titolo della mostra, nel senso che se davvero la pittura di Rubens è il piú fulgido esempio del nascente Barocco, questo va ritrovato soprattutto a partire dalla sua produzione sviluppata dopo il ritorno ad Anversa; si veda la fiammeggiante Crocifissione, con la diagonale che segna un chiaro riavvicinamento al manierismo, e d’altro lato con la figura piú misurata del Cristo crocifisso che diventa, anche e soprattutto tramite l’allievo Van Dyck (inspiegabilmente dimenticato anche nella semplice citazione) un modello per tutto il Seicento italiano della Controriforma, fino ad arrivare alle riproduzioni su immaginette ecclesiali dei giorni nostri. Insomma, va bene visitare la mostra, e rimanerne abbagliati, ma poi è bene smazzarsi libri illustrati in quantità, per capirci qualcosa di piú.

Ritratto di Chiara Serena Rubens (1616), olio su tela, cm 37 x 27, Liechtenstein Museum, Vienna

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Rubens?

6 Aprile 2010 Nessun commento

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Como, Villa Olmo, ”Rubens e i fiamminghi”. Un’altra di quelle mostre da metterne in galera i curatori per circonvenzione di incapaci. Non si capisce nulla. I fiamminghi portati ad esempio sono quelli che, come Rubens, avevano saccheggiato lo stile italiano, con risultati ben peggiori del Pierpaolo, naturalmente, quindi di fiammingo non avevano proprio nulla. I quadri di Rubens (come tutte le opere della mostra) provengono tutti da Vienna, e l’unico probabilmente autentico è quello messo in copertina al catalogo (“Borea”), e forse un altro (per metà). Il resto sono tutti bozzetti per opere realizzate in seguito, o perdute come le tele di una chiesa di Anversa, e una gran quantità di lavori di bottega, molti di pessima qualità. È, per fortuna, rappresentato anche Van Dyck, l’allievo migliore di Rubens (anche lui ‘italianissimo’), ma con tre o quattro quadretti sfigatissimi. Cadono, poi, le palle quando si arriva nell’ultima sala e si scopre che è totalmente dedicata alle nature morte: splendide, chiaro, ma che Rubens non si è mai sognato di realizzare neanche per sbaglio. Cui prodest?

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storie parallele

21 Maggio 2009 Nessun commento

Per comprendere chiaramente lo sfasamento esistito tra la Musica e la Pittura, almeno fino ad una certa fase della Storia, non c’è di meglio da fare che considerare le figure di Rubens (1577-1640) e di Handel (1685-1759). Entrambi rappresentano il punto di eccellenza raggiunto dallo stile Barocco, ma la distanza che li separa è di un secolo quasi esatto. Negli anni di Rubens troviamo l’esempio musicale di Monteverdi, che era l’avanguardia del tempo, ma considerare quest’ultimo pienamente barocco costituisce una grossa forzatura: in molta della musica da lui scritta c’è un forte legame con lo stile ‘rinascimentale’, e solo verso la fine del suo excursus si possono riconoscere elementi barocchi, che egli stesso contribuì a formulare, del resto. In Handel ed in Rubens troviamo invece lo stesso tipo di personalità e lo stesso approccio alla loro rispettiva arte e cioè il servirsi di quanto di meglio la tradizione (italiana, soprattutto, in entrambi i casi), e i capiscuola che la rielaboravano in nuove forme, avessero saputo offrire fino ad allora e, fagocitandole con il loro genio, le reinterpretarono esattamente nello stesso senso, ovvero in chiave fortemente caratterizzata individualmente all’interno di una grandiosità espressiva, moltiplicata in una quantità incredibile di opere prodotte (avvalendosi della bottega, l’uno, e del riciclo sfacciato del proprio materiale, l’altro). Viceversa, nel periodo di Handel la pittura era già arrivata ad esprimersi in forme rococò, anticipandone la galanteria in campo musicale verso la metà del XVIII secolo. Col Romanticismo ottocentesco ci sarà il riallineamento tra i due campi artistici che da allora viaggeranno a braccetto (va beh, più o meno).

Pieter-Paul Rubens, ”Crocifissione” (dettaglio), 1610, Olio su tavola, 460 x 340 cm, O.-L. Vrouwekathedraal, Anversa

Philip Mercier, “G.F. Handel” (ca. 1730), Handelhaus, Halle an der Saale