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roman holiday

24 Dicembre 2014 Nessun commento

Favoletta ambientata nell’Italia del Dopoguerra, vista da occhio americano, che sembra quasi una cartolina turistica per rilanciare il turismo nel nostro Paese (chissà, magari faceva parte pure del Piano Marshall). L’idea di base è un ribaltamento della favola di Cenerentola (la scarpetta che all’inizio del film la Hepburn non riesce a calzare è una evidente allusione e allo stesso tempo una dichiarazione d’intenti), col principe azzurro Gregory Peck che a mezzanotte riaccompagna la bella al castello. Curiosamente, è evidente un’inversione di tendenza anche nell’atmosfera del film, almeno se si considera un’altra celebre pellicola interpretata dalla Hebpburn, “Colazione da Tiffany”: contrariamente a quest’ultimo, che comunicava un’angoscia sottile ma che poi si risolveva a tarallucci e vino, in “Roman Holyday” abbiamo invece un film leggero che acquista intensità verso il finale. Come giudizio tecnico si può rilevare qualche deficienza nella sceneggiatura della parte centrale, inutilmente diluita (ci si riferisce alla parentesi in cui Gregory ricovera a casa sua la principessa in incognito) e invece, dal punto di vista morale, una bieca ridicolizzazione del popolo italiano, interpretato esclusivamente attraverso personaggi appartenenti alle classi meno elevate (il custode, il fiorista, il barbiere, etc.). Altro particolare notevole è il constesto storico che traspare dalle domande rivolte dai giornalisti alla principessa riguardanti il processo di unificazione europea che allora era evidentemente agli inizi. Inoltre, il personaggio del fotografo (antesignano dei paparazzi) verrà recuperato successivamente da Fellini nella Dolce Vita. Infine, curiosità interessanti si notano anche nella colonna sonora: Georges Auric cita di soppiatto brani sinfonici russi (Prokofiev o Shostakovich) come a marcare il territorio italiano come proprio nella contesa USA-URSS della futura guerra fredda; la seconda citazione colta è un arrangiamento a tarantella della fanfara iniziale dell’Orfeo di Monteverdi.

1953, regia di William Wyler, soggetto di Dalton Trumbo, sceneggiatura di Ian McLellan Hunter e John Dighton, musiche di Georges Auric, con Audrey Hepburn, Gregory Peck (e una comparsata di Paola Borboni)